Chi tace non acconsente. A Venezia sbarca a un film sulla zona grigia del consenso in un processo di stupro

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Photo credit: JOEL SAGET - Getty Images
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Un processo per stupro: al centro del dibattito, come in tanti casi di cronaca recente, la zona grigia del consenso, non solo perché la vittima è così sopraffatta dalla paura da non riuscire neanche a pronunciare un “no”, ma perché a dividere vittima e carnefice intervengono linguaggi, costumi, classi sociali diversi, una distanza che impedisce a entrambi di riconoscersi in quei ruoli.

È il caso che affronta Les choses humaines, film tratto dal romanzo omonimo di Karine Tuil, che Yvan Attal ha presentato Fuori concorso, chiedendo al figlio Ben di indossare i panni del giovane accusato di stupro, figlio di un noto anchorman televisivo, e alla compagna, Charlotte Gainsbourg, quello della madre, saggista impegnata e femminista. «Il film è molto fedele al libro», osserva l’autrice. «Prima di scriverlo ho fatto un grande lavoro d’inchiesta, trascorrendo molto tempo nei palazzi di giustizia. La storia mostra bene come in certe vicende di aggressione sessuale le persone reagiscano a seconda dei propri codici culturali, della propria storia, e del rapporto con la sessualità. Il libro, come il film, rende conto della complessità del tema del consenso, che troppo spesso è trattato in modo superficiale, che ha connotazioni diverse a seconda che siano la legge o la morale ad affrontarlo. Ho voluto mettere i lettori, e ora gli spettatori, al posto dei giurati di quel processo, anche per mostrare il potere spaventoso della macchina giudiziaria sugli individui, quando a governarla è solo l’emozione».

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