Chi ha un'idea alzi la mano, parlano le scienziate-imprenditrici della Fondazione Enea Tech

Di Monica Ceci
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Photo credit: Geerati - Getty Images
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C’è un piccolo gruppo di scienziati-inventori-imprenditori italiani che nei prossimi quattro anni spenderà 500 milioni di euro pubblici in trasferimento tecnologico, cioè finanzierà la nascita di startup che portino sul mercato tecnologie al momento ancora chiuse nei laboratori di ricerca di aziende e università, e questa è la prima notizia. Le tecnologie in questione non potranno essere indirizzate esclusivamente a obiettivi di profitto – e questa è la seconda notizia – ma dovranno avere «importanza strategica nazionale» nei settori dell’energia, della salute, del deep tech (tecnologie emergenti ad alto impatto sociale), dell’informatica, nel rispetto dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile previsti dall’Agenda Onu 2030. La terza notizia, forse la più inaspettata, è che nella stanza dei bottoni di questa giovane struttura, la Fondazione Enea Tech (nata con il Decreto Rilancio del maggio 2020 per gestire i 500 milioni stanziati dal ministero per lo Sviluppo economico) ci sono tre uomini e tre donne: una presidente scienziata, Anna Tampieri, un amministratore delegato, Salvo Mizzi, e quattro direttori fra i 33 e i 40 anni, uno per ogni linea di investimento: Stefano Bernardi, Chiara Giovenzana, Alessandro Aresu, Diva Tommei.

Tutte biografie un po’ fuori dagli schemi, in formazione rigorosamente paritaria, «e anche questo è un segnale», sorride Chiara Giovenzana, quarantenne, modenese, investment director per il settore healthcare, dove ci si occupa di covid e future pandemie, ma anche di patologie dell’invecchiamento, croniche, neurodegenerative, tumori, malattie cardiovascolari e respiratorie.

Photo credit: D.R.
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Biotecnologa con dottorato in Biologia molecolare, imprenditrice, formata tra la via Emilia e il West, cioè tra l’Università di Ferrara e la California, passando per la Finlandia e la Svizzera (dove ha fondato una startup per la produzione di bioreattori che permettono la coltura in laboratorio di cellule in 3D), rientrata in Italia dal 2015, Chiara Giovenzana in Enea Tech si dedicherà a tempo pieno «a setacciare tutti i progetti che sono nei cassetti dei laboratori di ricerca del mio settore, che poi saranno valutati dal punto di vista tecnologico e dell’impatto sociale e infine, se approvati, saranno finanziati con gli strumenti del venture capital, cioè acquistando una quota della società, di cui Enea Tech diventerà azionista».

500 milioni per l’innovazione tecnologica sono tanti o pochi?

Sono un unicum nel nostro Paese, e sono una quantità di soldi che permette di avere un impatto. L’opportunità c’è e anche la sfida, non ci possiamo permettere di sbagliare.

Lei pensa davvero che in Italia si possa fare innovazione?

Non ho dubbi. Le tecnologie che ci sono in Italia sono tra le migliori al mondo, i nostri ricercatori sono apprezzatissimi ovunque. Nel settore biomedico il polo industriale di Mirandola è il terzo al mondo. Nell’intelligenza artificiale, ci sono aziende come Ammagamma che sono fiore all’occhiello in Europa. E ora che sto selezionando le persone da assumere nel mio team, arrivano centinaia e centinaia di candidature di profili altissimi.

Che cos’è per lei un profilo altissimo?

Cerchiamo background a cavallo tra la ricerca scientifica e il mondo finanziario, avrei detto che non fossero tanto facili da trovare, invece ce ne sono tantissimi di altissima qualità, e vogliono lavorare in Italia. Fare i colloqui con queste persone spesso mi commuove. C’è un imprenditore di successo all’estero che accetterebbe uno stipendio più basso – di molti moltiplicatori – pur di contribuire, anche in minima parte, a cambiare le sorti di questo Paese.

Quale esperienza è stata più preziosa nella sua formazione?

Ne dico due: la prima è stata il Fulbright Best, una borsa di studio che permetteva di andare sei mesi nella Silicon Valley a imparare come si trasforma un’idea in business. Quando sono partita ero una ricercatrice, e là ho capito che fare una startup era ancora più esaltante. La seconda è stata la Singularity University, un’istituzione fondata dai colossi della Silicon Valley dentro alla Nasa, nella Silicon Valley, dove ho partecipato a un corso di dieci settimane nel 2010 con altre 80 persone da 35 Paesi. Tra i miei compagni di classe c’era il primo astronauta coreano, uno dei dieci hacker più famosi del mondo, persone con competenze incredibili. Studiavamo le tecnologie esponenziali, la robotica, l’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di capire come potessero avere un impatto positivo sul mondo.

Non ha mai rimpianto il laboratorio?

No, ma non ho mai nemmeno rimpianto di averlo fatto, una disciplina scientifica ti dà una forma mentis, a me ha insegnato ad affrontare i problemi scindendoli in problemi più piccoli e poi sempre più piccoli, finché si possono risolvere.

Qual è il primo problema da risolvere per fare una startup?

Trovare il team giusto. Una tecnologia senza il team giusto non va da nessuna parte. Se l’idea è giusta ma il team è sbagliato, il team sbagliato può rovinare l’idea. Ma se un buon team si accorge che l’idea è sbagliata, cambia l’idea.

Qual è la domanda chiave che fa nei colloqui di assunzione?

A parte le competenze, cerco di capire che cosa sogna una persona: se chiudi gli occhi e pensi che tutto sia possibile, dove vorresti essere tra cinque anni?

Poteva restare un cervello felicemente in fuga, ma è tornata.

Nel 2015, quando ero in Silicon Valley, mi svegliavo tutte le mattine con questa idea fissa: entro il 2035 chiunque avrà in mente di fare qualcosa di bello, di grande, nella ricerca, nella cultura, nell’arte, dovrà poter dire: ma certo, vado in Italia! Perché là ci sono le opportunità più la qualità della vita. E quando ti svegli per settimane pensando questa cosa, ti rendi conto che devi farla, così mi sono licenziata e sono tornata. Vorrei che l’Italia diventasse la Silicon Valley del 2035, ma con la qualità della vita.

Non si vive bene in California?

Dove sono stata io, la qualità della vita è inferiore di ordini di grandezza. Intendo il senso della bellezza, il cibo, la qualità delle relazioni. Perché per noi non è una perdita di tempo stare due ore a tavola a parlare con i nonni. Per come sappiamo essere creativi nell’arte, nella moda, nella tecnologia. Poi io sono legatissima alla mia terra, la mia pancia è sempre stata qua, il mio cuore anche.

Com’è la sua famiglia?

È allargata per definizione, comprensiva di nonni, zii e cugini. Siamo abituati a vederci molto spesso, prima del covid ci incontravamo in 22 almeno una volta la settimana, a sottogruppi anche più di frequente. Modena è piccola, si gira a piedi.

Però poi è rimasta all’estero 15 anni. Come le è nato questo desiderio di uscire dal nido?

Io fin da piccola ho pensato che non sarei mai andata via, non era concepibile l’idea di saltare il pranzo del sabato dalla nonna con tutta la famiglia. Ma un giorno ho incontrato la mia amica dell’università che stava andando a consegnare la domanda per l’Erasmus, per sbaglio aveva preso un modulo in più. Io dico: non lo faccio neanche se mi pagano, lei insiste, alla fine l’ho compilato al volo sul cofano di una macchina e gliel’ho allungato. Tre mesi dopo, in pieno inverno, siamo partire insieme per la Finlandia. E poi è venuto l’Ohio, Basilea, la Silicon Valley…

Con la nonna come l’ha messa?

Sono arrivata in Finlandia il 2 gennaio, c’erano 25 gradi sotto zero, tre ore di luce al giorno, per arrivare alla lavatrice del mio dormitorio dovevo attraversare un cortile pieno di neve. Al primo bucato mi avventuro in mezzo a tutto quel bianco con i miei panni sporchi e vedo una luna enorme, pazzesca, mi fermo a guardarla. Mi viene questo pensiero: è la stessa luna che vedono mia sorella e la nonna, a casa. E ho capito che le nostre vite erano vicine.

Tra cinque anni dove vorrebbe essere?

Mi vedo a lavorare nel mondo dell’innovazione e spero di avere una famiglia mia. E sì, spero di diventare mamma, lo dico piano. Questo anno terribile è stato anche bellissimo per me, c’è il lavoro a Enea Tech e poi, come si dice a Modena, ho trovato il moroso… Modenese, amico storico, tornato in Italia causa covid, sono innamoratissima. Devo convincerlo a non ripartire.

Gira su Internet la foto di una statua in cartongesso alta 12 metri sul lungomare di Bari, sul piedistallo la scritta “L’italiana che nel 2025 avrà portato la luce naturale del sole in tutte le case del mondo”; è un ritratto di Diva Tommei per una campagna del 2017 sulla sostenibilità, lei aveva già in tasca un dottorato in Bioinformatica a Cambridge, il diploma della Singularity University della Nasa e il progetto della sua invenzione: Caia, un eliostato governato dall’intelligenza artificiale in grado di riflettere la luce del sole all’interno di una stanza. Oggi, a 36 anni, Diva Tommei è entrata nel team di EneaTech come investment director per il settore informatica, dopo un passaggio a EIT Digital, l’Istituto europeo per l’innovazione e la tecnologia.

Photo credit: D.R.
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Caia non è ancora sul mercato ma la startup alla fine è nata a San Diego, cosa di cui la fondatrice è contenta ma anche un po’ dispiaciuta: «Eravamo rimasti legati all’idea che saremmo riusciti a produrre l’eliostato in Italia, ma la domotica è un ambito rischioso per gli investitori, e io come giovane donna esperta di tecnologie non venivo presa troppo sul serio. Ci sono stati anni di dura lotta. Gli investitori non mi ascoltavano. In diverse occasioni mi sono sentita trattata come se fossi una nipotina». Comunque, dopo quattro o cinque anni ne aveva abbastanza di cercare capitali: a lei piacciono le sfide intellettuali, vedere le nuove conquiste della tecnologia che generano cambiamenti tangibili, e quindi la sua traiettoria, da scienziata a imprenditrice a membro di un pool di cervelli impegnati a produrre innovazione per il sistema-Paese, una logica ce l’ha.

Cominciamo dall’inizio. Lei nasce scienziata.

So di avere una forte vocazione scientifica da quando avevo 13 anni. Nella mia famiglia abbiamo una mentalità da inventori: mio nonno era un pasticcere che costruiva macchine per automatizzare il lavoro; mio padre, un ingegnere informatico con una passione per la meccanica. Ho deciso di studiare Biotecnologie senza pormi troppe domande. E non mi sono mai chiesta: ce la farò? Sarò abbastanza intelligente? Non mi riesce di calarmi in quella parte.

E poi?

Durante il dottorato sono stata selezionata dalla Nasa per il programma di quattro mesi alla Singularity University. Eravamo nel cuore della Silicon Valley, e un giorno facevi una gita a Facebook, un altro giorno a Tesla, un altro giorno a Google, tutte startup all’epoca. Ci facevano parlare con i massimi esponenti delle tecnologie a crescita esponenziale e poi ci chiedevano di pensare a un progetto di azienda che migliorasse la vita di almeno un miliardo di persone. A quel punto mi sono resa conto che si poteva fare sviluppo tecnologico fuori dall’università in un modo che ti portava ad avere un impatto molto più veloce.

Che cosa la convince di più del progetto Enea Tech?

Faremo investimenti diretti, cioè sceglieremo senza intermediari su quali aziende o tecnologie puntare. In caso di aziende già costituite dobbiamo capire se quella tecnologia ha un valore strategico per il Paese da qui a 20 anni; negli altri casi ci occuperemo anche della formazione del team, il che è un valore aggiunto. La mia curiosità è riuscire a fare funzionare questo modello in Italia.

C’è sufficiente intelligenza in questo Paese?

Sì, ce n’è moltissima, quel che manca è il ponte tra ricerca e industria, ed è questo gap che cercheremo di colmare.

Qualcuno ha detto che siamo spaventati dal futuro perché stiamo cercando di trasmettere ai giovani l’idea di futuro che conosciamo, invece loro ne vedono uno diverso. Lei lo vede?

Lo vedo e sarà completamente digitale. Anche le azioni fisiche saranno codificate in digitale. Il neologismo è phygital, una parola bruttissima che però serve a far capire il cambio di paradigma, perché quando le tecnologie quantistiche saranno la base della potenza di calcolo, faremo un vero e proprio salto di paradigma. Tra dati satellitari, biometria, riconoscimento attraverso sensori, il mondo fisico verrà sempre più codificato in modo digitale e con questo vengono dei vantaggi chiari, ma dobbiamo anche saperli gestire.

Faccia un esempio.

Il più semplice è questo: oggi il telefono conta i tuoi passi, cioè un’azione che siamo abituati ad associare al mondo fisico è codificata in digitale. Prendi questo esempio e lo espandi: non solo i devices e i wearables che hai addosso ti codificano, ma nell’insieme, come società, i tuoi comportamenti vengono codificati dai satelliti: per dire, la sensoristica dei satelliti rileva quanto una città è inquinata e lo farà con sempre maggiore risoluzione, perché sempre più sensori e più dati ci saranno.

Non le fa un po' paura?

Non mi spaventa dal punto di vista tecnologico se, sapendo che questo succederà, riusciamo a fare una discussione non solo tecnica, nella quale i filosofi dovrebbero tornare ad avere un ruolo importante, perché loro ragionano sulla società e sull’uomo secondo schemi che la tecnologia non può avere. Se invece continueremo a pensare allo sviluppo della tecnologia solo in chiave di ottimizzazione dei profitti e della produttività, è chiaro che andremo a sbattere. Digital divide, pandemia, crisi climatica: cosa deve succedere prima che mettiamo in discussione il modello di sviluppo?

Esiste uno specifico femminile nel suo lavoro?

Credo di sì, il femminile riguarda sempre un po’ di più le emozioni, cioè il valore non numerico delle cose. Questo si traduce in maggiori collegamenti: un approccio molto numerico, analogico, è spesso più verticale, mentre quando fai un passo indietro riesci a vedere i nessi tra mondi diversi, e questo è più naturale nella mente di una donna. Sono due prospettive che dovrebbero integrarsi. |