Chiara Ferragni protagonista di un saggio di filosofia, e adesso come la mettiamo?

Di Monica Monnis
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Photo credit: Vittorio Zunino Celotto - Getty Images
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From ELLE

Quando il pop riesce ad intrufolarsi nella torre d'Avorio spesso si scatena un cataclisma, una necessità spasmodica di dire la propria, tra chi lo trova inaccettabile e oltraggioso e chi gongola nel vedere come la commistione alto/basso non sia per niente male. E così senza troppe sorprese, la notizia di Chiara Ferragni protagonista di uno studio filosofico e della sua storia definita "un romanzo di formazione per nuove generazioni" ha scatenato il caos (un po' come tutto quello che la riguarda a pensarci bene). In pratica, Chiara Ferragni si è fatta da sé, nel 2015 la Harvard Business School, una delle scuole di management più importanti del mondo, ha aperto un case study per analizzare il successo del suo blog The Blonde Salad, è l'unica non italiana inserita dal Financial Times nella top ten delle influencer fashion, idem per Forbes, il suo matrimonio ha generato più chiacchiericcio social del royal wedding di Harry e Meghan ma per i detrattori (Codacons se ci sei batti un colpo) tutto ciò non "vale nulla" e non rappresenterebbe un fenomeno di cui parlare/interrogarsi ancor di più andando a scomodare Roland Barthes a Marshall McLuhan. Seriamente?

L'idea di portare il mondo patinato di Chiara Ferragni in un saggio di filosofia ("con buona pace degli intellettuali che alzano sdegnati il sopracciglio" cit) è venuta a Lucrezia Ercoli, giovane filosofa direttrice artistica del Festival Popsophia e docente presso l’Accademia di Belle Arti a Macerata e Reggio Calabria, che ha voluto analizzare il "contagio positivo" e la carica virale del potere della condivisone della "pioniera italiana della democratizzazione della moda". Nel saggio intitolato Chiara Ferragni. Filosofia di una influencer (Il Melangolo, uscito ieri 5 novembre 2020), la volontà di approfondire il fenomeno culturale di cui la Ferragni è l'emblema scavando nel profondo e cercando le similitudini dell'agire contemporaneo con aspetti più viscerali dell'essere umani. Uno spunto per parlare di cultura di massa e della volontà "di essere unici, riconoscibili e riconosciuti, di lasciare un segno del mondo, di scoprire un talento in cui eccellere", tipica del 3.0, come racconta la Ercoli all'Huffington Post.

Ma perché la filosofa di Macerata parla di romanzo di formazione? "Ogni buon romanzo di formazione racconta, innanzitutto, il processo inconcluso di diventare se stessi. E questa grammatica dell’autenticità, pescata dalla grande letteratura, ritorna con il linguaggio social dell’influencer", spiega con estrema chiarezza. Un ragionamento che non fa una piega, come i concetti psicologici "di imitazione e rispecchiamento" che trovano la loro massima espressione proprio nei social network e nel vip watching tra un feed e l'altro. "L’imitazione, è fondamentale ricordarlo, è una caratteristica ineliminabile, fisiologica e necessaria del comportamento umano", ed è sempre stato così, dai tempi dei poster dei propri idoli attaccati al muro della cameretta, con l'unica differenza che oggi è evidente e tracciabile (e pieno zeppo di #ad e #suppliedby).

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Il The Truman Show dei Ferragnez affascina perché "parla di noi", in un gioco dove l'autorappresentazione ha un ruolo chiave e lo storytelling della normalità (seppur in un contesto straordinario) trova terreno fertile per proliferare e macinare consensi. Interessante dunque soffermarsi a riflettere sul viaggio emotivo e psicologico tra democratizzazione della cultura e consumismo di massa "sui significati più profondi del desiderio, dell’espressione di sé e dell’identità" tipici dello Spirito del tempo con il fine ultimo di non esaltare, ma nemmeno demonizzare, soltanto capire.

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