Cinque opere d'arte che raccontano il dramma dell'olocausto nel giorno della Memoria

Di Marco Arrigoni
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Photo credit: ullstein bild - Getty Images
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From Harper's BAZAAR

Vari artisti e architetti hanno affrontato il tema dell’olocausto, ricorrendo alla costruzione di monumenti e alla creazione di opere in memoria di chi ha perso la vita a causa delle leggi razziali naziste.

Ce n’è uno, in particolare, che è diventato un vero e proprio emblema del tentativo di ridare memoria a chi ha perso la vita in quegli anni di sordo e ineffabile orrore. Si tratta del Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa (2004), progettato dell’architetto statunitense Peter Eisenman nel quartiere Mitte di Berlino, sopra il bunker dove si suicidò Hitler. È costituito da una distesa di 2711 stele in calcestruzzo dipinte di grigio scuro, disposte secondo una griglia ortogonale. Hanno tutte la stessa larghezza e la stessa lunghezza, mentre l’altezza varia da 20 cm a 4 metri.

Photo credit: ullstein bild - Getty Images
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Il monumento-scultura ha avuto varie interpretazioni. Quella ufficiale e confermata da Eisenman è il rimando ad una razionalità disumana, grigia, fredda e impenetrabile come il cemento, secondo la quale venivano eseguiti gli ordini del regime nazista dai tedeschi. Un grande campo senza umanità, senza vegetazione, privo di ogni riferimento alla vita. Il complesso termina con un tunnel che si apre nell'angolo sud-est dell'area delle stele, tramite il quale si accede al Centro di documentazione degli ebrei morti nella Shoah, una serie di sale dove vengono trattate simbolicamente le vicende personali e i destini di alcune vittime dell’olocausto: citazioni, immagini, voci di testimoni, racconti portano il lettore all’interno della orrenda realtà che sconvolse il mondo.

Nel 2008, gli artisti Elmgreen & Dragset hanno costruito sempre a Berlino il Memoriale agli omosessuali perseguitati sotto il nazismo, quasi come un completamento di quello di Eisenman. Si tratta infatti sempre di un parallelepipedo squadrato in calcestruzzo, nel quale c’è una piccola finestra che inquadra un cortometraggio di due ragazzi gay che si baciano. Accanto al memoriale c’è un’insegna che riporta le persecuzioni durante il nazismo e che cita il Paragraph 175, articolo del codice penale tedesco in vigore dal 1871 al 1994: ve ne furono cinque versioni, dalla più cruenta, che condannava le persone omosessuali, alla più recente che ne annullò il potere, dichiarando l’amore e i rapporti tra persone dello stesso sesso non reato. Questo monumento affronta anche il tema del vuoto in cui è caduto il ricordo delle persone uccise durante il periodo nazista a causa delle loro preferenze sessuali. Solo alla fine degli anni Novanta nel mondo si cominciò infatti a dare loro degna memoria.

Photo credit: ullstein bild
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A Vienna, invece, a Judenplatz, nel vecchio quartiere ebraico della città, sopra le vestigia di una sinagoga, l’artista Rachel Whiteread (Londra, 1963) ha realizzato nel 2000 il Monumento alle vittime ebraiche austriache della Shoah, dedicato ai 65.000 ebrei austriaci uccisi durante la Shoah. L’artista è nota per creare opere come calchi del vuoto e dello spazio che circonda o che occupa gli oggetti. Anche in questo caso Whiteread crea un monumento-scultura (10 x 7 m, h 3,5 m) come un calco di una stanza interamente occupata di librerie alle pareti. Su un lato una porta ha come basamento una sorta di stele dove sono incisi i nomi dei campi di concentramento in ordine alfabetico. La volontà di riprodurre una stanza piena di libri vuole ricordare tutte quelle storie che non hanno mai potuto essere raccontate a causa del genocidio. Ma il libro rimanda anche al Popolo del Libro, denominazione con cui venivano appellati gli ebrei.

Photo credit: Imagno - Getty Images
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Tra gli italiani, citiamo un artista in particolare che ha creato delle opere proprio a partire dalla storia fascista e nazista. Si tratta di Fabio Mauri, nato nel 1926 a Roma, e dunque partecipe durante l’infanzia del clima nefasto che si visse in Europa tra le due guerre. È lui stesso a dire: “Ho ripensato la mia biografia e ho pensato che avevo conosciuto una realtà storica forte, la guerra. Avevo rimosso come un grande incidente tutto questo dolore, l’ho riaffrontato”. Da questa riflessione nasce un corpus di lavori che affronta apertamente tutto il dolore vissuto dagli ebrei, ma anche quello di chi li ha visti essere deportati, maltrattati, di chi li ha visti sparire. Ebrea (1971) è una performance in cui ordinari oggetti di vita quotidiana risultano invece appartenere ad un universo terrificante di dolore e morte quando si vanno a leggere le targhe che li accompagnano: compare la natura di questi elementi, fatti da denti, pelle, capelli, ossa ebree. Una ragazza nuda, intanto, si taglia i capelli, con i quali forma una Stella di Davide sullo specchio di fronte a lei. La Stella è anche disegnata sul suo petto.

Photo credit: Foto: Yuma Martellanz / Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth
Photo credit: Foto: Yuma Martellanz / Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

Quest’opera, insieme ad altre di Mauri – come Che cosa è il fascismo, Gran Serata Futurista 1909 – 1939, Linguaggio è guerra, e Manipolazione di cultura – non solo riflettono sulla tragedia dell’olocausto, ma anche sulla cultura europea dell’epoca, pigra e autoreferenziale, che poco faceva per impedire questo scenario terrificante, governata da politici chiusi nel proprio piuttosto che a favore di una logica umana. Affianco a questo, si pone l’accento anche sulla comunicazione, la pubblicità e i media dei poteri forti, che in quegli anni come successivamente hanno alterato l’opinione pubblica, guidato l’agire delle persone, con risultati anche spaventosi.

Photo credit: Courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery New York, Paris / Copyright Christian Boltanski and Marian Goodman Gallery Paris
Photo credit: Courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery New York, Paris / Copyright Christian Boltanski and Marian Goodman Gallery Paris

Chiudiamo con un’opera fondamentale nell’affrontare questa tematica. Fu presentata dall’artista francese Christian Boltanski – nato da padre ebreo e madre cattolica: nella sua famiglia la persecuzione fu una realtà vissuta direttamente – al Grand Palais di Parigi nel 2010. L’artista fece spegnere il riscaldamento dei grandi spazi della sede espositiva, provocando un’atmosfera di freddo insolito. Decise poi di costruire un muro fatto da scatole di biscotti numerate e arrugginite, oltre al quale si stagliavano 69 rettangoli fatti da vecchi abiti, i cui angoli erano occupati da quattro pali che sorreggevano una luce al neon. Il sottofondo sonoro era quello di un incessante e ansioso battito cardiaco. Ma ciò che era più drammatico era una piramide alta venti metri costituita da vestiti abbandonati, alla cui cima un braccio meccanico prendeva e cospargeva incessantemente quegli stracci. Il rimando all’olocausto nasce proprio da queste distese di vestiti che ricordano quelli dei ebrei costretti a spogliarsi di ogni avere. Il titolo di questo importante progetto è Personnes, che nella pronuncia francese può essere interpretato sia come “persone”, che come “nessuno”.