"Ciao Vladimir, sono Bill". Desecretati i colloqui Putin/Clinton, da Milosevic al Kursk

Michela A.G. Iaccarino
·giornalista
·5 minuto per la lettura
370543 03: Russian President Vladimir Putin, left, greets U.S. President Bill Clinton June 4, 2000 in the Kremlin in Moscow, Russia. (Photograph by Dirck Halstead/Liaison) (Photo: Dirck Halstead via Getty Images)
370543 03: Russian President Vladimir Putin, left, greets U.S. President Bill Clinton June 4, 2000 in the Kremlin in Moscow, Russia. (Photograph by Dirck Halstead/Liaison) (Photo: Dirck Halstead via Getty Images)

Il sottomarino Kursk, la seconda guerra in Cecenia e quella in Jugoslavia. Prima ancora, la politica di Boris Yeltsin, poi i desideri funesti e letali di Osama Bin Laden. Infine il sistema politico di Mosca e le sanzioni Usa. Le parole che il presidente russo Vladimir Putin e l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton si sono scambiati negli incontri a porta chiusa, o da un cavo all’altro dei loro telefoni dal 1999 al 2001, ora non sono più segrete. La Clinton Digital Library ha cominciato a declassificare una per una trascrizioni di telefonate, conversazioni private, chiacchiere geopolitiche scambiate durante gli incontri dei vertici. Le oltre duecento pagine, - dove si legge ancora il timbro secret, segreto, alone di un passato scaduto -, sarebbero passate inosservate se due redattori russi, Denis Dimitrev, e Dimitry Karzev, del giornale Razbor, non si fossero accorti della loro pubblicazione.

“Sandy, posso chiederti di farmi un favore? Potresti usare la tua influenza affinché la questione delle sanzioni non sorga di continuo, ma almeno solo di volta in volta?”. Mentre è ancora a capo del Kgb e non della Duma, Putin chiama per diminutivo Samuel Berger, il consigliere del presidente americano per la sicurezza nazionale. Seguono parole inedite, contraddittorie e sorprendenti del capo dei servizi segreti russi che presto diventerà primo ministro, il primo ministro che repentinamente diventerà il presidente della Federazione.

L’anno che corre è il 1999, il primo cruciale per Putin, il momento in cui esce dal cono d’ombra delle spie per diventare volto del Paese che governerà più a lungo dei suoi predecessori. Da premier, al telefono con Clinton, Putin discuterà della questione cecena e della questione Pope, la spia americana che finirà per graziare. E anche della Transnistria: a Oslo nel 1999 Putin dice a Clinton che “in Moldavia vogliamo ritirare le truppe”, ma il presidente Smirnov, vicino ai criminali locali, “appena proviamo a spostare l’esercito, mette donne e bambini sui binari per impedirlo”.

A settembre 2000 a New York Putin parla al democratico dei suoi bombardamenti in Iraq e confessa: “avrei fatto lo stesso nei tuoi panni”. Su Boris Yeltsin, all’epoca presidente, chiosa a Bill: “alcune sue azioni potrebbero sorprenderti, ma bisogna comprendere come impattano sulla società e le ragioni che si portano dietro. Alcune sue azioni sono semplicemente errori. Ma tieni in mente che abbiamo certi piani e agiamo in base ad essi”. Di nuovo, il primo giorno del nuovo millennio, tra gli auguri per il nuovo anno all’inquilino della Casa bianca, nelle trascrizioni si leggono altre rassicurazioni: “Yeltsin ha fatto tanto per portare la Russia tra i Paesi civilizzati e distruggere il comunismo”, fondamento di quell’Unione Sovietica il cui collasso, in pubblico, mentre il suo popolo lo ascoltava, Putin ha definito in seguito invece “la più grande catastrofe del XX secolo” .

In Nuova Zelanda, Auckland, Putin incontra di nuovo Clinton e racconta degli attentati di Mosca del 1999, i controversi bombardamenti ai palazzi della Capitale: “hanno a che fare con la situazione in Daghestan: abbiamo ragione di credere che gli aggressori siano gli stessi che hanno colpito gli Stati Uniti, Osama Bin Laden ha dichiarato di muoversi in Cecenia”.

Mentre il Cremlino rimaneva nelle mire delle critiche dell’opposizione dell’allora sindaco di Mosca Yuri Luzhkov e dell’ex primo ministro Evgeny Primakov, Clinton dice: “Conto su Yeltsin e su di te. Se l’opposizione non ha proposte credibili, questo vi aiuterà”. Putin lo rassicura: “in Russia le persone non leggono i programmi, guardano solo alle facce dei leader, a prescindere dal partito a cui appartengono”.

Help in russo si dice pomoch: è quello che Clinton chiede a Putin pronunciando la parola aiuto. Molte volte le cornette dei telefoni tra Mosca a Washington si alzano e si abbassano per la polveriera iugoslava e Slobodan Milosevic da allontanare. “Sei l’unico che può farlo”: è la frase lapidaria e lusinghiera del presidente americano, che vuole convincere quello russo a mandare via il serbo. “Bill, posso aggiungere due parole?”. Putin avvia una lunga discussione dalla conclusione breve e franca: “personalmente dubito che parlargli lo condurrà all’allontanamento volontario o a ritirarsi. Credo che per questo non ci siano possibilità”. Su quale futuro spetti a Milosevic i due dibattono: Clinton suggerisce Mosca. Putin lo contraddice: “noi non vogliamo questo regalo, perché non lo spediamo in America?”. Entrambi non sanno che il presidente serbo morirà nel 2006 lontano da entrambi i Paesi: all’Aia.

“Non potevo comunicarlo ai parenti delle vittime”. Nel labirinto cartaceo ci sono anche i dettagli della tragedia nazionale russa del Kursk. Nella suite presidenziale del Waldorf Astoria a New York, nel settembre 2000, l’americano fa le condoglianze per i 118 marinai morti nel sottomarino. Nella stessa stanza erano presenti il capo dello staff russo Sergey Prikhodko, e uno che il russo lo parlava bene, il vice segretario di stato Strobe Talbott. “Mi dispiace per quello che è successo. Quando qualcosa del genere accade, le persone si identificano con le vittime e le loro famiglie. Io mi identifico anche with you” dice Bill a Vladimir, che gli confessa a sua volta che non c’era soluzione: “dovevo scegliere tra un’opzione cattiva e una peggiore”.

Cristallizzata in poche dichiarazioni d’archivio, mentre allungava definitivamente la sua gamba sul palco del Cremlino, c’è anche l’importanza che da sempre tributa Putin al consenso popolare. Adesso Bill è andato, Vladimir no. L’uomo che rimane al potere dal 1999 concluse l’incontro risoluto, come sempre di più diventerà in seguito: “Alcuni mi dissero che se avessi spedito un piccolo sottomarino per provare a salvarli, i miei sondaggi sarebbero saliti, ma non puoi permettere a questo di decidere. Per quanto strano che possa sembrare, i sondaggi dopo l’incidente non sono calati”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.