"I collant sono quasi sempre di sinistra, il reggicalze è di destra". Ma la moda, oggi, è politica?

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Photo credit: Andrea Adriani
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From ELLE

Wilmington, Delaware, lo scorso 7 novembre: sul palco del futuro presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, salgono due donne. Sono sua moglie Jill, first lady in pectore, e Kamala Harris, futura vice e compagna d’armi in un’agguerritissima campagna elettorale condotta, piedi a terra, grazie anche allo stabile supporto delle amate Converse All Star, diventate nel frattempo simbolo di democratizzazione delle folle e compendio di stilosa praticità. Parlano, ma è anche ciò che indossano a parlare per loro. Jill ha scelto un abito a fiori di Oscar de la Renta, brand Usa i cui designer – Fernando Garcia e Laura Kim – sono oriundi americani proprio come il leggendario fondatore della Maison, immigrato dominicano cresciuto grazie all’endorsement della più iconica tra le first ladies, Jackie Kennedy. Kamala, invece, adotta un approccio più sfaccettato: un tailleur pantaloni assertivo – era anche l'uniforme d'ordinanza di Hillary Clinton, ricordate? – simbolo evidente di empowerment femminile, firmato da una stilista – Carolina Herrera – a sua volta immigrata (dal Venezuela). Un tailleur bianco, guarda caso. Il colore scelto dalle suffragette e rispolverato dalle deputate dem per opporsi a Trump nel discorso al Congresso del febbraio 2017.

La moda è politica, dunque? Certo che sì, o quantomeno ne è un'attiva supporter. Vale negli Usa, dove molti stilisti si sono sottratti all'ambìto compito di vestire una first lady, Melania, per le discutibili posizioni del marito, e dove lo stesso Cfda (Council of Fashion Designers of America) si è apertamente schierato ospitando sul suo sito gli inviti al voto di diversi designer di orientamento dem, inseriti nella capsule Fashion Our Future 2020.

Ma vale – o è valso – anche da noi: come dimenticare le lotte di classe con l'eskimo e gli aperitivi sanbabilini in piumino Moncler? Certo dosiamo con più cautela i colori – rosso e nero sono stati privati da tempo della loro insidiosa valenza politica, almeno in fatto di look – ma con gli slogan andiamo forte. La più impegnata, al momento, è Maria Grazia Chiuri, che fin dal suo esordio a Dior ha trasformato le passerelle in manifesti di femminismo militante, ma sono decine i proclami che – in forma patente o latente – si avvicendano nelle collezioni dei marchi haute de gamme.

C'è per esempio il filone ambientale, capeggiato da Marine Serre, Stella McCartney, Vivienne Westwood e Katharine Hamnett, che vede queste ultime spesso coinvolte in vere e proprie battaglie sul campo. E c'è poi un nutrito filone sociale, che spazia dai diritti LGBTQ+ all'inclusività di taglia e/o anagrafica, dal Black lives matter alla adaptive fashion (l'abbigliamento pensato per chi ha disabilità fisiche) e che include brand del calibro di Gucci, Tommy Hilfiger, Marc Jacobs, Pyer Moss e molti altri.

A trasformare la teoria in pratica, ovvero a rendere effettivamente "politico" l'impegno dichiarato sulla carta, anzi sull'abito, sono iniziative concrete come il fondo di 5 milioni di dollari (più uno e mezzo, solo negli Usa) stanziato da Gucci attraverso il programma Changemakers, a supporto di iniziative sociali che abbiano «un impatto permanente sulle comunità in generale e sull'industria della moda in particolare». O alcune prese di posizione estreme, come quella del newyorkese Telfar Clemens che da sempre assume solo personale di colore.

Del resto si sa: il potere delle idee, almeno in ambito moda, va spesso di pari passo col potere d'acquisto. E se da un lato alle già celebri All Star l'endorsement di Kamala ha fruttato qualcosa come 5,6 milioni di visite digitali in più, dall'altro c'è uno studio globale di Edelman, condotto nel 2018 su 8.000 consumatori in otto mercati diversi, secondo cui quasi due terzi degli acquirenti decidono cosa comprare in base alla posizione di un marchio su questioni sociali e politiche.

In fondo, rivolgendosi ad Andy Sachs/Anne Hathaway ne Il diavolo veste Prada, Miranda Priestly/Meryl Streep ci aveva visto lungo: «Il blu ceruleo del tuo maglioncino rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro ed è comico il modo in cui pensi di aver fatto una scelta che ti esonera dall'industria della moda quando, in realtà, stai indossando un capo che è stato selezionato per te dalle persone in questa stanza».

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