Come è nata (e per colpa di chi) la storia dei cibi afrodisiaci

Di Arianna Galati
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Photo credit: Unsplash/Harper Lane
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From Marie Claire

"Ma se ti dico cibo afrodisiaco, che cibo ti viene in mente?". All'una di notte, sotto le coperte, il dubbio gourmand-sociologico trilla come un allarme. L'imputato passa in rassegna le opzioni più papabili - una cuscinata in faccia, una risposta dissacrante, fingere di dormire - ma esala il suo verdetto senza indagare (a certe estemporaneità è abituato): "Ostriche". Poche ore dopo, un microsondaggio su Instagram conferma lo strapotere delle bivalvi più coriacee. Ma accanto si attestano altre fantasiose associazioni, alcune dettate dal sistema culturale che ha promosso e ricamato leggende attorno al potere seducente di certi elementi, altre assolutamente personali. Postulato: i cibi afrodisiaci non esistono, è chiaro da tempo. Nemmeno alcune giustificazioni di presunto riscontro scientifico hanno potuto dimostrare realmente gli effetti sulla libido di ostriche, tartufi, peperoncino o cioccolato. Ma la loro forza persuasiva rimane: ancora oggi ristoranti e pasticcerie provano a dare la propria interpretazione a tutti qui cibi che dovrebbero accorciare la distanza tra il tavolo e il letto (ammesso e non concesso che l'urgenza non faccia optare direttamente per il tavolo).

Battezzati dalla dea dell'amore Afrodite (Venere per i romani), i cibi afrodisiaci alimentano la suggestione da millenni seguendo un quadrato magico combinatorio: raro (difficoltà a reperirlo), proibito (il più seducente dei tabù), costoso (lusso), disgustoso (quindi da trasformare per renderlo appetibile), cui si aggiunge l'extra dell'associazione di forme. Un alimento difficile da ottenere, vagamente repulsivo, quotato in alto sul mercato, destinato ad una specifica élite e dalla silhouette evocativa, solitamente compare nella lista dei cibi afrodisiaci: la fascinazione per crostacei, caviale, fragole o lamponi nasce da questa matrice iniziale. Funzionano molto anche le consistenze cedevoli, lattiginose, preziose, in cui affondano denti e lingue isolandosi da tutto: afrodisiaco è "qualcosa da succhiare e condividere, possibilmente da mangiare con le mani" esplicita una delle risposte. Ma non per tutti: ciò che è considerato erotico in India farà storcere il naso ai francesi e viceversa. In Cina e Giappone la cioccolata è un'introduzione abbastanza recente, e non gode della reputazione erotica costruita per secoli dagli europei. Gli afrodisiaci sono una derivata culturale su cui le religioni hanno piazzato un carico di divieti e sensi di colpa: ciò che il cattolicesimo ha imposto alle povere mele (e alle donne) con la scusa della mela di Eva è uno dei primi grandi esempi di storytelling ingannevole, una gigantesca fake news modellata aggiustando le traduzioni delle Bibbie dal greco, dove malum significava sia male che frutto. Da lì a cambiare una vocale, fu un attimo: da allora la mela divenne il simbolo della tentazione e del peccato, anche in versione liquida e alcolica con il sidro, e tra i maggiori motori della gastronomia afrodisiaca (poi stemperata dalle torte di mele, che più che sesso animalesco evocano un amore morbido e gentile tra i cuscini del divano). La vera colpa di Eva non era la lussuria, bensì l'aver gustato il frutto, macchiandosi di peccato di gola. Le Sacre Scritture, invece, se l'erano presa con il fico: la polpa bucata al centro indicava chiaramente l'organo sessuale femminile. Con la scoperta delle Americhe e il culture clash che ne derivò, il pomodoro subì lo stesso trattamento: rosso sangue, succoso, dal sapore abbinabile al dolce e al salato, spesso confuso con la allucinogena mandragora, non poteva che essere il cibo del demonio. Il migliore scrittore di cibo pro sesso, Manuel Vazquez-Montalbán, ha dedicato al pan y tomate una delle più irresistibili odi alla sensualità spogliata di ogni eccesso: vallo a spiegare a padri pratici e mamme premurose, che quell'innocente merenda era in realtà la causa scatenante dei picchi ormonali.

Così preoccupante per i primi predicatori tanto da arrivare all'Inquisizione, la confusione tra cibo e sesso è data dalle associazioni linguistiche e dalle azioni che ne compongono l'atto: "un corpo caldo o riscaldato, debitamente lubrificato, che entra nel nostro corpo" scrive Stewart Lee Allen nel suo saggio Nel giardino del diavolo (Feltrinelli). Nel concetto di riscaldamento è inclusa anche la potenza del peperoncino, studiata in tutte le sue varianti quale correlazione immediata con l'irruenza tra le lenzuola: eppure, a differenza del pomodoro, della mela, del cioccolato per i francesi (che ci fecero la Rivoluzione) e delle patate per gli inglesi (considerate cibo dell'indolenza, pericolose perché la loro coltivazione favoriva l'indipendenza degli irlandesi dal gioco britannico), il peperoncino è stato molto più tollerato. Pure dalla religione, anche se l'azione del principio attivo capsicina era considerata un boost per l'aggressività. Di sessuale non ha niente, però è uno dei cibi afrodisiaci più citati ed evocativi.

La verità è il cibo afrodisiaco universale non esiste. È la singola persona a credere che quell'alimento le garantisca impennate di libido, lo nutre lei stessa con un substrato fertile di memorie, esperienze, gusti, formazione e aspettative. La società capitalistica ha trasformato le persone in consumatori e ha imposto il trattamento anche alle suggestive leggende in campo afrodisiaco, prosciugandole di quell'aura intima e nascosta e depredandole di ogni vera sensualità. San Valentino è la summa commerciale dell'insistenza sul cibo afrodisiaco per evocazione, e i primi a interpretare la tendenza sono i curatori dei dessert: "La forma spinge le vendite: il richiamo al cuore, o una scritta amore, ci va. I cioccolatini al lampone a forma di cuore si vendono solo perché a forma di cuore. Se fossero rotondi, andrebbero meno" racconta Giorgia Proia, pastry chef di Casa Manfredi di Roma. "L'anno scorso avevamo preparato quattro gusti, ma solo due sono andati molto bene: quest'anno abbiamo riproposto solo quelli. Meno scelta dai alle persone, meglio è: troppa scelta li confonde" conclude la pasticciera. Sul versante ristoranti, solo il buonsenso dei singoli cerca di contenere l'alluvione di banali menu afrodisiaci per San Valentino tutti uguali, evitando la scia commerciale. "Mai fatto. I cibi afrodisiaci non esistono, e di sicuro non è San Valentino che porta le persone al ristorante" irrompe decisa Sarah Cicolini di Santopalato, a Roma. "Per me il cibo, tutto il cibo, quando è cucinato bene non è afrodisiaco: è eros puro. A volte si può paragonare con nonchalance un grande piatto al miglior sesso". Dello stesso avviso è Giuseppe Iannotti del Krésios di Telese Terme, che ci tiene a sottolineare come un appellativo ammiccante incida zero a livello business, anzi, può anche virare in negativo: "È una trovata di marketing. Un menu afrodisiaco, dal punto di vista imprenditoriale, non lo scriverei mai come tale. Alzi le aspettative ma perdi la parte provocatoria perché lo stai dichiarando: la provocazione si sussurra, non si dichiara. Non posso darti valori perché non l'ho mai fatto, non mi appartiene. Ma è poco gradevole. Ci si aspetta che succeda qualcosa al corpo, ma potresti anche mettere in imbarazzo le persone. Magari non lo prenderesti" specifica lo chef. E riporta alla soggettività del rapporto eroico tra cibo e sesso: "Secondo me afrodisiaco può essere tutto, pure un bicchiere d'acqua alla temperatura corretta. Al di là della questione contenuti, con determinati ingredienti, è il tipo di emozione che ti suscita: baciare una rana, leccare un piatto, mangiare con le mani, condividere, tutto questo può rientrare in questa ottica. Poi ci sono tecniche di servizio, temperature, texture dei cibi: una mela con una texture di ostrica, o delle sfere di pomodoro che ti esplodono in bocca".

La lussuria enologica è un altro grande terreno di scontro tra il proibito e il piacere: il vino è universalmente considerato il miglior lubrificante nel preludio all'incontro tra corpi, sorretto da convinzioni semi-scientifiche e secoli di cultura. "È vero che i polifenoli sono degli antiossidanti e l’alcol è un vasodilatatore, ma non è un discorso scientifico, è più di atmosfera. Quando bevi un po’ ovviamente ti rilassi, abbassi le barriere e molli i freni inibitori, sei ben predisposto alla socialità, al relax, più sciolto" commenta la sommelier Federica Radice del ristorante Due Colombe a Borgonato di Cortefranca, in Franciacorta. Tanto siamo convinti che esista una lista di cibi afrodisiaci, quanto ci arrocchiamo su un'unica espressione di vino afrodisiaco: lo champagne. "In realtà lo sono le bollicine in generale, ma lo champagne nell’immaginario di tutti noi è il vino delle feste, delle celebrazioni e delle occasioni importanti. Ammicca ed è sexy, il compagno perfetto di una cena romantica" sorride Radice. La motivazione è costruita su una narrazione collettiva, sfuggirne sta ai singoli e ai loro piaceri da far incontrare, a tavola come a letto. Possiamo discutere per ore su quanto certe cene siano meglio degli accompagnatori, e come certi accompagnatori si arroghino l'insano diritto di influenzare quelle cene. Ma se il commensale non è afrodisiaco per noi, non c'è cibo miracoloso che funzioni.