Come ci si veste per una vittoria, e come si rifiuta la sconfitta: la lezione di Kamala Harris

Di Giuliana Matarrese
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Photo credit: Tasos Katopodis - Getty Images
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From Marie Claire

Una luce accecante, quella di cui Kamala Harris, la nuova vice-presidente degli Stati Uniti, era avvolta ieri: e non dipendeva dalle luci abbaglianti delle macchine fotografiche, che pure scattavano all'impazzata, mentre su quel palco, allestito a Wilmington, nel Delaware del nuovo presidente eletto, Joe Biden, si teneva il discorso della vittoria, tra clacson che suonavano, succedanei di entusiasmi contenuti nella sicurezza delle proprie vetture, rispettando la distanza sociale imposta dalla pandemia da Covid-19. Quella lucentezza sembrava scaturire da quel sorriso giustamente sornione, mentre pronunciava parole già incise nei libri di storia, e negli occhi di tante donne che, da ogni latitudine, erano puntati su di lei. «I may be the first, but I won't be the last».


Una frase che è stata un monito, a sottendere l'inizio di una nuova era, in aperta rottura con la precedente, soprattutto nella sua concezione del corpo femminile, non più posticcia decorazione con il compito di stemperare manifesti politici aggressivi e retrogradi – come nel caso del clan Trump – ma nel ruolo di alleato, di compagno alla pari, di sostenitore privo di paggeria. Un momento già divenuto parodia, grazie al Saturday Night Live, il più famoso programma comico del paese, prodotto dalla NBC, dove una Kamala Harris interpretata da Maya Rudolph ha annunciato "Vorrei dire a tutte le ragazze all'ascolto, che se vostra madre sta ridendo così tanto stasera, è perché è ubriaca».


Lontano però dall'abrasiva ironia con la quale il programma caratterizza tutte le sue imitazioni, senza distinzione di partito, quel messaggio è rimasto potente, e la sua portata è stata amplificata da un tailleur bianco, con camicia in seta dal collo lavallière, madeleine imperitura che rimanda alle suffragette, già usato da Hillary Clinton 4 anni prima, nel momento dell'accettazione della sua candidatura a candidato presidenziale per il partito democratico, e poi anche da Alexandria Ocasio-Cortèz l'anno scorso, quando è diventata la donna più giovane al Congresso.

Photo credit: Win McNamee - Getty Images
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Una leader che non ha bisogno della gravitas delle cromie più sobrie, per irradiare autorevolezza. Una lezione che diventa tanto più da manuale, quando si guarda, invece, il guardaroba a cui ha attinto il clan dei Trump, per il discorso nel quale Donald, già il 4 novembre, con i voti in presenza che lo davano in vantaggio – dimenticando quelli per posta, scrutinati successivamente e vera spinta propulsiva nella vittoria di Biden –si è intestato la vittoria, chiamando a raccolta, nella sala est della Casa Bianca, l'intera famiglia. "Più che un'incoronazione, una war room", l'ha definita Vanessa Friedman dalle colonne del New York Times, nel pezzo Donald Trump's false tour of victory, paragonando gli spazi luminosi di una casa la cui tonalità primigenia è già nel suo nome, ad un angusto bugigattolo appestato dal fumo delle sigarette, nel quale si definiscono le strategie delle campagne elettorali presidenziali, appunto, le "war room". Accompagnato da Melania, in un completo giacca e pantalone di un nero essenziale – e forse esistenziale – di Dolce & Gabbana, e dal suo vice Mike Pence con la moglie Karen, il 45esimo presidente degli Stati Uniti è stato preceduto dalla prole – e dalle di loro famiglie – che ha sfilato ostentando sorrisi e sicurezza, con la drammaticità dei ranghi minori di un esercito, in attesa dell'arrivo del leader. Kimberly Guillfoyle, fidanzata di Donald Junior, e vigorosa ex presentatrice di Fox News, indossava pantaloni capri neri e un top sobrio, ton sur ton; Lara Trump, moglie di Eric, un completo giacca - pantalone blu navy; Ivanka, alto generale dello stile nei pressi delle Trump Tower, un completo giacca doppiopetto pantalone. La nota di colore, in ogni senso, è stata Tiffany Trump, con un completo rosso repubblicano. Schierati in prima fila, rinvigoriti da una vittoria così anticipata da essersi rivelata poi un fuoco fatuo, i toni scuri utilizzati, secondo la Friedman «erano accessorio di una implicita dichiarazione: noi resistiamo, e ci trinceriamo». Nelle proprie posizioni, nel perimetro della Casa Bianca, non è ancora dato sapere. Il nero, colore drammatico per natura, con la sua associazione ad eventi luttuosi, ma complesso e criptico, in politica, qui dava la misura di un clan che si sta schierando, pronto ad una guerra legale, tra accuse di frodi e illegalità varie, come se la battaglia più importante, quella per la democrazia, non si fosse già combattuta grazie proprio alle elezioni, di cui oggi Trump continua a rifiutare il risultato.

Photo credit: Chip Somodevilla - Getty Images
Photo credit: Chip Somodevilla - Getty Images

E non si tratta qui di una semplicistica dicotomia cromatica, come se le donne fossero obbligate, per mitigare l'attitudine al predominio maschile, e stemperarne i toni più minacciosi, a indossare necessariamente capi luminosi, che le releghino – ancora – al ruolo di figure materne, dolci al limite della remissività. Lo ha dimostrato qualche ore prima sempre Kamala Harris, che salutava sostenitori e votanti ad un comizio a Philadelphia, il 2 novembre, gloriosa in un doppiopetto grigio, dall'ispirazione militare ( e firmato da Max Mara, lo stesso brand che ha già consegnato altre donne politiche statunitensi al reame di leader volitive, con il cappotto rosso di Nancy Pelosi di un paio di anni fa), corredato da guanti in pelle neri. Quella che si combatte negli Stati Uniti con le elezioni, e che si continuerà a combattere almeno fino al 20 gennaio, giorno dell'insediamento ufficiale del nuovo presidente, è una battaglia per risanare le divisioni in un paese mai così polarizzato: Kamala lo sa, ed è pronta a fare la sua parte, ma ciò che irradia non è la gretta autorità quanto una composta autorevolezza, aiutata da un sorriso pur coperto dalla costante mascherina. E che sullo sfondo ci siano delle bandiere americane, mosse dal vento ("di novità, della democrazia", sosterranno estasiati i supporter") aggiunge certo un fondale alquanto scenografico, ad un momento che passerà alla storia, nella definizione di una delle leader del domani. Le bandiere, erano però anche nell'East Room alla Casa Bianca, ne tappezzavano i muri, gli angoli, gli anfratti: eppure, in quel caso, hanno contribuito solo a tramutare una delle stanze del potere nel proscenio di uno studio televisivo, in una narrazione fittizia alla quale Donald Trump è abituato, e che si è concessa moltissime repliche negli ultimi 4 anni, apparendo sempre meno convincente, sempre più cocciuta nella sua totale sordità del sentire comune. Perché le differenze non possono farlo le bandiere. La fanno le persone, ed i programmi di cui si fanno promotori (anche, a volte, scegliendo un completo bianco).

Photo credit: Mark Makela - Getty Images
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