Come essere un alleato all'inclusività per le persone trans, secondo le persone transessuali

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Photo credit: Drew Angerer - Getty Images
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Jobe ha 34 anni, sventola una bandiera rosa, azzurra e bianca, e indossa una maglietta con la scritta “Human” contornata dai colori dell’arcobaleno. “Sono una persona cis - spiega a Vice UK - ma mi identifico come un alleato”. All’inizio dello scorso agosto, fuori da Downing Street (residenza del primo ministro Boris Johnson) i membri della comunità LGBTQ+ si sono dati appuntamento per protestare contro le politiche governo britannico, accusato di non supportare a sufficienza le persone transgender e non-binary. Alla manifestazione si sono uniti anche molti giovani cisgender, alcuni si identificano come “alleati”, altri preferiscono non etichettarsi, ma condividono tutti un unico obiettivo: supportare la comunità LGBTQ+. La domanda sorge spontanea: posso dare un contributo anche io? Certo, secondo la comunità trans ci sono alcuni consigli che si possono mettere in pratica.

Photo credit: Drew Angerer - Getty Images
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Sul sito dell’organizzazione Glaad (reperibile al portale Glaad.org), fondata nel 1985 da un piccolo gruppo di giornalisti per contrastare la disinformazione mediatica nei confronti della comunità LGBTQ+, il primo passo per diventare un alleato è quello di mettersi in ascolto. Ascoltare, cercando di capire quali sono i problemi che le persone transgender affrontano tutti i giorni; cambiare il proprio punto di vista, chiedendosi sempre come le altre persone percepiscono il mondo e la quotidianità. “Significa anche creare una conversazione continua - scrive nel suo articolo lo studente queer Ted Ravago - e un ambiente amichevole, dove si possa parlare di tutto, persino della possibilità di avere bagni gender neutral accessibili a tutti”. Adottare un linguaggio inclusivo e aggiungere i pronomi sui propri social media o nella firma delle e-mail può invece aiutare a normalizzare la pratica: “Presentati come una persona cisgender assieme ai tuoi pronomi - prosegue - aggiungili anche nella tua bio, in questo modo allenterai la pressione sulle persone trans, riducendo anche la possibilità che si verifichino errori di genere non intenzionali”. Capita a tutti di sbagliare, l’importante è accettare le correzioni e proseguire nella conversazione: “Un semplice ‘grazie per avermi corretto’ può bastare”, conclude. E siccome è proprio dal primo punto che bisogna partire, è bene sapere che ci sono anche altri portali dal consultare, Amnesty International ha stilato una lista dei più importanti: Mermaids, Gender Intelligence e Stonewall; su quest’ultimo è possibile trovare una sezione FAQ che risponde alle domande più frequenti sulla comunità LGBTQ+. “La situazione per le persone transgender nel Regno Unito registra alti livelli di abusi e ineguaglianza - si legge in una risposta - due persone si cinque hanno subito crimini d’odio, due giovani su cinque lo scorso anno hanno tentato il suicidio, una persona trans su otto è stata fisicamente attaccata sul posto di lavoro dai colleghi o dai clienti”.

Photo credit: Smith Collection/Gado - Getty Images
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Fuori da Downing Street c’è anche la piccola Kate Gee, ha solo quattordici anni, ma come tutti i giovani di oggi non ha paura, e rivendica con coraggio il suo spazio, ricordando agli adulti come si immagina un futuro nel quale c’è posto per tutti: “Vorrei che le persone continuassero a fare domande. Più chiedi più c’è la possibilità che tu possa imparare. E capire”. Accanto a lei c’è anche Rico, ha 29 anni e lancia un appello: “Se hai a disposizione cinque puoi cercare storia delle persone trans e non-binary, se ne hai dieci puoi iniziare a diventare un alleato sul tuo posto di lavoro. Se ne hai di più puoi scrivere ai tuoi politici locali chiedendo di fare di più”.

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