Come faremo senza Donald Trump?

Di Stefano Piri
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Photo credit: Chip Somodevilla - Getty Images
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From Esquire

Joe Biden è il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti, ma in Italia un discreto segmento d’opinione insiste a commentare una vittoria di Donald Trump. Sfumata per pedestri ragioni numeriche l’attesissima vittoria a sorpresa nelle urne, si è passati ad azzeccagarbugliare sulla vittoria giudiziaria che la Corte Suprema senz’altro restituirà al diabolico tycoon. Disarmato anche questo scenario dalla grottesca conferenza stampa di Rudy Giuliani in un parcheggio antistante un sexy shop, non resta che assegnare a Trump la vittoria morale, qualunque cosa ciò significhi.

Di questo ci offre l’esempio più autorevole Massimo Cacciari (lui è trent’anni che lo dice, trent’anni!) con un elzeviro sull’Espresso lapidariamente intitolato Joe Biden è presidente, ma i democratici hanno comunque perso di nuovo. Poco importa al filosofo ex PCI che Biden sia di gran lunga il candidato presidente più votato della storia, e che alla soglia degli 80 milioni di voti ne abbia presi quasi 10 in più del rivale e quasi 20 (avete letto bene) di più di quelli che sono serviti a Trump per diventare presidente nel 2016.

Per Cacciari e L’Espresso i dem “sono rimasti il partito delle élite” (che evidentemente non fanno più la selezione all’ingresso di un tempo) e “hanno recuperato solo pochissimi voti nella working class bianca”. Insomma, c’è una parte di opinione non certo affine a Trump (nessuno mette in dubbio che Cacciari sia contro Trump da trent’anni, trent’anni!) secondo la quale il sovranismo si batte davvero solo prevalendo col 90% anche tra i familiari stretti dell’avversario, altrimenti la vittoria è mutilata.

Ma a sottovalutare Trump naturalmente sono gli altri, - quelli che lo hanno affrontato e sconfitto nelle urne - mica loro.

Paternalismo, scaramanzia, zeitgeist? Di certo l’orchestra mediatica ha dato l’impressione di aver accordato gli strumenti per l’ennesima cavalcata delle valchirie sovraniste, ed è risultata sottotono se non addirittura stonata quando si è trovata per le mani uno spartito diverso.

Esiste naturalmente un movente per così dire drammaturgico: Cechov diceva che se in un romanzo compare una pistola quella pistola dovrà sparare, e dal punto di vista dei media la "pistola" (l'elemento caotico, perturbante, drammatico) delle presidenziali 2020 era per forza Donald Trump. Il panico a Gotham City dal punto di vista narrativo è uno scenario ben più appetibile della tranquilla e ampiamente prevista vittoria di un politico soprannominato "Sleepy Joe", familiare al pubblico perfino nell'accusa di abbracciare un po' troppo calorosamente le collaboratrici, la cui trasgressione più eccitante al protocollo è l'età avanzata.

I sostenitori di Trump col passamontagna e il giubbotto antiproiettile sopra la camicia hawaiana compongono inquadrature ben più suggestive degli immutabili giovani progressisti con le treccine e i cartelli scritti a pennarello, delle ragazze belle o body positive che inneggiano a Kamala Harris ballando Dua Lipa in Pennsylvania Avenue col pancino scoperto.

Photo credit: The Washington Post - Getty Images
Photo credit: The Washington Post - Getty Images

C'è qualcosa di più, però: la vittoria di Trump, per quanto improbabile secondo i sondaggi (ma in parte proprio per questo) era la sola conferma possibile al modo in cui ci siamo raccontati il mondo negli ultimi anni. Per ravvivare la scazzottata tra popolo ed élite serviva come minimo un altro ceffone, i sondaggisti coi loro numerini dovevano essere sbugiardati, gli editorialisti del New York Times ridicolizzati nella loro arrogante incapacità di capire come pensa davvero la gente. Il leader populista, soprattutto, doveva confermare la propria capacità di sovvertire i pronostici attraverso la connessione mistica con il cosiddetto popolo, mettere in chiaro una volta per tutte che il consenso non necessita d'altro che del consenso facendo flippare definitivamente i razionalisti.

Questa mitologia un po' pigra del populismo non ha fatto comodo ai tantissimi che dal 2016 - l'anno decisivo delle vittoria delle Brexit e di Trump - all'altro ieri sono riusciti a spacciarla per brillante analisi grazie all'effetto lubrificante del senno di poi, ma anche ai tanti investitori diretti e indiretti della politica, eccitati dalle potenzialità di un mercato dove tutto è possibile e niente e nessuno è improponibile. Ma è una narrativa dell'ineluttabilità sulla quale hanno finito per accomodarsi anche molti cosiddetti oppositori, sprofondati come bustine di té nel tiepido e deresponsabilizzante sospetto dell'imbattibilità del nemico.

La sconfitta di Trump svela come minimo che non esiste alcun incantesimo sovranista, che i cinici prendono abbagli anche peggiori degli ottimisti e che se anche i pifferai esistono a un certo punto finiscono il fiato. C'è il rischio che ci tocchi tornare a commentare l'attualità come conflitto articolato in perenne evoluzione invece che come stanca barzelletta che finisce sempre con la linguaccia di Pierino alla maestra, e molti - sembra evidente - non hanno la minima voglia di rimettersi in forma per correre questo tipo maratona (no pun intended, direttore Mentana).