Come la stand-up comedian Katherine Ryan smonta lo stereotipo della maternità nella serie tv The Duchess

Di Sara Mostaccio
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Photo credit: YouTube
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From ELLE

Cosa significa oggi essere una madre single a Londra gestendo un ex-marito, un nuovo compagno, una figlia e il desiderio di un altro? No, non pensate ai soliti drammi, questa volta è una storia scoppiettante, piena di humour e senza piagnistei. Perché la racconta Katherine Ryan, stand-up comedian canadese trapiantata nel Regno Unito che non le manda a dire. La serie tv The Duchess è brevissima, sono sei puntate da mezz’ora molto ritmate (e con musica bomba) che si prestano benissimo a essere bingiate in una sola sessione. Ma si lasciano sempre dietro uno spazio di riflessione perché i temi che sollevano sono caldissimi.

La protagonista – che si chiama come la sua autrice per pigrizia, ha detto lei scherzando – è una mamma che cresce da sola una figlia di 9 anni avuta con l’ex-membro di una boy band e si barcamena tra il desiderio di un secondo figlio e un nuovo compagno che tiene alla periferia della famiglia di cui lui vuol fare parte. Inversione degli stantii ruoli tradizionali e polverizzazione del primo stereotipo: non è lei che anela a una famiglia e spera che lui la sposi, ma il contrario.

Fin qui potrebbe sembrare una storia simile a mille altre ma è nel tono e nelle premesse che ogni cosa è diversa. Katherine prima di tutto non è una donna che cerca l’amore e si sente monca senza. Basta a se stessa, è sicura di sé e di quel che vuole e sa che può averlo senza dover contare su nessun altro. Un uomo per lei non è l’approdo sicuro, la salvezza dalla solitudine, l’aspirazione della vita ma un’aggiunta che decide se far entrare nella sua vita oppure no. E come. Katherine Ryan non ha negato di essersi ispirata alla propria biografia per ideare (e scrivere, e produrre: ha fatto tutto lei) l’intera serie, che si conclude lasciando immaginare una seconda stagione. E i temi che affronta in chiave sfrontata e irriverente nella sua serie tv sono gli stessi che per anni ha portato sul palcoscenico come stand-up comedian.

I personaggi: Katherine stessa, intorno a cui ruota l’intera storia; la figlia Olive che spesso si comporta da madre verso questa madre che la tratta come un’amica oltre che come bambina; l’ex-marito Shep con cui ha battibecchi al vetriolo; il dentista Evan con cui ha una relazione appena iniziata. Katherine non si fa scrupolo di cantarle in faccia a chiunque, dalla madre dell’amichetta stronza che le bullizza la figlia a chiunque osi mettere in discussione le sue scelte di indipendenza. E spesso fa male a chi le vuole bene per non farsi male lei stessa, non dover attraversare nuovamente una separazione, sperimentare l’abbandono, far dipendere le proprie scelte da altri.

E poi c’è il look letteralmente da urlo! Nella prima scena compare con una slogan t-shirt esplicita sopra il pigiama orlato di piume mentre accompagna Olive a scuola pochi isolati più in là. Giorno dopo giorno si presenta nel cortile della scuola e in ogni altro luogo che frequenti con soprabiti d’argento, gonne di tulle rosso, veletta nera e tacchi a spillo, cerchietti lucenti come corone, borse griffatissime. Tutto quello che indossa, sopra le righe e a volte del tutto fuori contesto, è esteriorizzazione di sé e del suo carattere fuori dagli schemi.

È un’artista Katherine, vive e lavora in una casa color pastello e non ha bisogno che un ex-marito spiantato che vive su una barca le passi gli alimenti. Non vive alcun burnout da madre single che non sa come arrivare a fine mese gestendo una figlia da sola. Sfata in un sol colpo l’idea della maternità stereotipata, tutta sacrificio e dedizione. E dal momento che essere madre single non è impresa che la spaventi minimamente, ha deciso di avere un secondo bambino. Le resta il dubbio su come averlo: con inseminazione artificiale, dal nuovo compagno Evan che non vede l’ora di metter su famiglia o dall’ex-marito Shep con cui ha avuto la perfetta Olive ma col quale ha un rapporto pieno di rancore? L’ultima puntata svela come siano andate le cose perciò ci fermiamo qui. A voi scoprirlo. Vale la pena investire le tre ore che dura in totale: è una comedy frizzante e moderna e soprattutto molto meno superficiale di quanto appaia.