Come si costruisce SanPa

Di Gianmaria Tammaro
·11 minuto per la lettura
Photo credit: Netflix
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From Esquire

“E allora ho detto se non mi vengono a prendere, due sono le cose: o m’ammazzo oppure parlo”.

(La Collina, Fandango, Andrea Delogu e Andrea Cedrola)

«Il vero tema siamo noi, tutti noi, come italiani e come paese: chi quella storia l’ha vissuta sulla sua pelle, e chi l’ha seguita nel tempo; chi l’ha sempre conosciuta e chi, invece, l’ha scoperta solamente adesso. Questa è una storia profondamente locale. E allo stesso tempo globale. Ma c’è anche il tema della famiglia: quella di origine, quella elettiva, quella che ci scegliamo; la famiglia che si costruisce. “SanPa” è un documentario sul potere: quello dei singoli, delle sostanze, della fede, della politica, della comunità. I protagonisti sono esseri umani. E gli esseri umani, di solito, sono difficili da fotografare così, nella loro complessità e nelle loro contraddizioni».

Carlo Gabardini ha scritto SanPa: luci e tenebre di San Patrignano con Gianluca Neri e Paolo Bernardelli. Ha raccolto nomi, date, testimonianze per mesi interi. Ha cercato e ha ricercato. Quando racconta la genesi della docu-serie di Netflix, prodotta da 42, riesce a unire, nella stessa frase, passato e presente.

«Mi ricordavo di San Patrignano. Ma soprattutto ricordavo le cose che mi diceva mio padre. Aiutava chiunque, ma non aiutava i tossici. In quegli anni, in Italia, c’era un’idea diffusa di colpa: i tossici meritavano quello che gli erano successo, perché l’avevano voluto». In SanPa, le parole seguono le immagini: prima arrivano i video di repertorio, l’Italia degli anni Settanta, orfana del ’68, e poi arrivano le testimonianze degli intervistati: ex-ospiti della comunità, giornalisti, giudici, fratelli e figli. Nel giro di pochi giorni, San Patrignano è tornata sulle prime pagine dei quotidiani. Ha invaso Internet e i social. Le persone ne parlano prendendo posizioni: accusando, puntando il dito contro chi ci ha lavorato; oppure elogiando, apprezzando, esagerando.

Cosima Spender, la regista, e Valerio Bonelli, il supervisore al montaggio, stanno seguendo queste reazioni da lontano e, ammettono, «è piuttosto interessante». «Abbiamo provato a raccontare questa storia dando spazio a più voci e a più personaggi», dice Cosima. «Chi si lamenta, ora, ha una sua prospettiva. E la esprime. San Patrignano continua a dividere e a polarizzare le opinioni. E un po’, confesso, mi dispiace». «Ma è una cosa normale», interviene Valerio. «Anzi, in un certo senso, le posizioni mi sembrano ancora moderate. Quando ho cominciato a lavorare a SanPa e ho rivisto le immagini di repertorio, mi è venuto in mente Rashomon di Akira Kurosawa. Qui non c’è una sola verità: ce ne sono diverse».

Cosima e Valerio sono sposati e vivono insieme da diversi anni; si sono conosciuti, raccontano, alla scuola di cinema. Da allora, hanno lavorato a diversi documentari. Cosima ha diretto, tra gli altri, Palio. Valerio ha collaborato con registi come Joe Wright e ha montato film come L’ora più buia. «Non conoscevo affatto questa storia», ammette Cosima. «Sono cresciuta a Siena, in campagna, con due genitori hippy inglesi. Non avevamo nemmeno la televisione». «Io, invece, conoscevo molto bene San Patrignano», interviene Valerio. «Muccioli, tra gli anni ‘80 e ‘90, era ovunque. Poi, con l’omicidio Maranzano, c’è stata una nuova esplosione mediatica. Secondo me, però, è mancata una cosa: un’analisi effettiva della comunità e della sua espansione».

Photo credit: Netflix
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Ma come si mette insieme una docu-serie come SanPa? «Come direbbe Churchill: con sangue, fatica, lacrime e sudore», dice Valerio. «Non ci sono scorciatoie. Nel mio team, ci sono altri tre montatori, tutti italiani: Manuela Lupini, Tommaso Gallone e Francesca Sofia Allegra. Il montaggio è stato fatto a Londra, dove io e Cosima viviamo. Prima abbiamo trascritto tutte le interviste, e abbiamo cominciato a suddividere il materiale per temi, per storie e in ordine cronologico. E poi si abbiamo condensato gli archi narrativi dei personaggi. Quello principale, ovviamente, è su San Patrignano».

Cosima, Valerio e il resto della squadra di SanPa hanno avuto a disposizione centinaia di ore di materiale: alcune hanno potuto visionarle prima delle riprese; altre solo dopo. «E normalmente», sottolineano, «non si dovrebbe fare così». La Rai è stata solo una delle tante fonti da cui hanno attinto. «In realtà», dice Cosima, «ne avevamo più di cinquanta». In questa docu-serie, la vera differenza la fa il ritmo. E il ritmo, spiega Valerio, nasce proprio dall’esigenza di raccontare una storia senza annoiare il pubblico. «Il montaggio, per me, ha a che fare con la musica. Così come hanno a che fare con la musica tutte le forme di manipolazione del tempo. Nella serie, ci sono alcuni momenti in cui la narrazione va veloce e altri, al contrario, in cui rallenta». Un esempio è la testimonianza di Fabio Cantelli. «È stata una delle sequenze più importanti: le immagini che lo ritraggono quando era ancora ufficio stampa della comunità, quando era ancora ospite; le evidenti contraddizioni che emergono. Con Fabio, parlavamo spesso. Ci confrontavamo. E lo chiamavamo per capire».

In SanPa, non ci sono voci narranti. Perché, dicono Cosima e Valerio, solo i personaggi coinvolti potevano raccontare questa storia. «Quando negli archivi trovi delle rivelazioni, è un momento quasi magico per la regia. In un documentario, una cosa del genere è piuttosto rara. L’intervista, come mezzo di comunicazione, è difficile. E può sembrare aggressiva. E invece le persone volevano raccontarla, questa storia».

Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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All’inizio, SanPa doveva essere composta da sei episodi. «Ma alla fine, abbiamo scelto di farne cinque», spiega Valerio. «In parte per i tempi di produzione, in parte per rispettare la struttura narrativa che avevamo scelto». «La nostra ambizione», si unisce Cosima, «era quella di far vedere entrambe le posizioni e di dare la possibilità allo spettatore di riflettere. Questa docu-serie ha portato a una riscoperta del genere. In Italia, il documentario è sempre stato o reportage o reality. Fotografia ferma o semplice ripresa. Questa è una storia umana, non di finzione. Ed è su questo che abbiamo provato a concentrarci. La dipendenza viene descritta. Fabio Cantelli lo fa perfettamente. Dice: la droga, per un tossicodipendente non è la morte, ma è la vita».

I lavori sono cominciati intorno alla fine del 2019, a dicembre. Cosima è stata contattata da Nicola Allieta, produttore di SanPa con Gianluca Neri, Andrea Romeo e Christine Reinhold. Netflix voleva un regista di cui potersi fidare. «Ero in contatto con la sezione documentari da un po’ di anni», dice Cosima. «In piattaforma ci sono già Palio e un altro piccolo documentario, che ho prodotto con Valerio: Without Gorky. Sono subentrata per le interviste, e ho curato l’aspetto visivo con Diego Romero Suarez-Llanos, il nostro direttore della fotografia. Raccontare una storia come questa, in cinque ore, è una sfida; è un po’ come leggere un romanzo». Più o meno, per finire ogni puntata, ci sono volute circa sette settimane. E tutto, secondo Valerio, «si riduce alle parole di Fabio Cantelli, il personaggio più emozionante secondo me. In particolare, si riduce al momento in cui dice: sono quello che sono grazie a San Patrignano, e nonostante San Patrignano. Sono le ultime parole della serie, e sono quelle in cui ci rispecchiamo».

E questo è un passaggio fondamentale. Soprattutto nella comprensione generale di SanPa. È veramente un’opera di parte? Accusa così duramente Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità di recupero? Oppure prova a sintetizzare le posizioni, a metterle insieme, a unirle come in un gigantesco mosaico, e a lasciare che sia lo spettatore, alla fine, a farsi una sua idea? «Un documentario è un mix perfetto tra estrema preparazione e totale improvvisazione», dice Carlo Gabardini. «Cosa che, se vogliamo, succede anche in teatro. E ogni tanto me lo chiedo: che cosa significa scrivere un documentario? Ci rimetti mano in continuazione, vai avanti e indietro, puoi ipotizzare delle strade, puoi identificare dei nuclei. Nel processo, devi trovare il modo di coinvolgere il pubblico».

Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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SanPa è stata costruita passo dopo passo, in un lavoro incredibile che è durato diversi anni e che ha portato a una stratificazione del processo creativo. Prima si scrive, poi si torna indietro, si corregge e si scrive di nuovo. Quindi tocca alle domande, agli intervistati. E a seconda della risposta, a seconda di quello che succede, puoi essere costretto a ricominciare daccapo. Il segmento con Fabio Cantelli, già citato da Cosima Spender e Valerio Bonelli, è piuttosto significativo in questo senso. «Eravamo in una biblioteca», racconta Carlo, «ed eravamo in pausa. Stavo cercando un libro di Fabio, che non trovavo da nessuna parte. Mi ero fissato, su questo libro. Quando l’ho trovato, l’ho letto in una sola notte e mi sono convinto: Cantelli andava chiamato e intervistato».

Senza di lui SanPa ci sarebbe stata lo stesso? Certo. Ma sarebbe stata un’altra cosa. «In alcuni momenti dell’intervista a Walter Delogu, non mi sentivo molto soddisfatto. Avevo la sensazione che ci stesse nascondendo qualcosa. Ed è stato a quel punto che ci siamo decisi a trovare un’altra voce. SanPa è stata fatta così: insieme, intervista dopo intervista». Questa docu-serie, rispetto a tanti altri titoli che sono stati prodotti in Italia, segue un filone preciso: molto più vicino, nella narrazione e nei toni, a Wild Wild Country e a The Jinx. Le storie, ovviamente, sono diverse. Ma anche qui non c’è nessuna paura di schiacciare l’acceleratore dell’intrattenimento. «L’intrattenimento», dice Carlo, «viene spesso visto come una cosa bassa, popolare; e invece è un obiettivo molto importante. Perché non significa far perdere tempo agli spettatori. Significa appassionarli. Tenerli incollati».

SanPa non è fatta solo di storie, di grandi testimonianze, ma pure – e forse, sotto un certo punto di vista, specialmente – di sfumature. Di grigi. Di spazi tra gli estremi. «La testimonianza di Andrea Delogu, per me, era imprescindibile», confessa Carlo. «Dopo qualche anno, San Patrignano diventa una distopia, e riuscire a parlare con qualcuno che è nato all’interno di una distopia non è così facile. Perché le distopie durano poco e vengono velocemente demolite. San Patrignano era la realtà, il mondo, di Andrea. Poteva stare fuori tutta la sera, senza temere niente e nessuno. Andrea ha visto la distopia e ha visto il mondo esterno».

Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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In SanPa, poi, c’è anche un simbolismo sottile, intelligente, dove si creano punti di contatto tra riferimenti e interviste, tra quello che mostrano freddamente i servizi di repertorio e quello che viene ricordato. Per esempio: Muccioli, all’inizio, voleva fare l’allevatore di cani di razza. L’immagine del recinto, delle reti, delle grandi cucce è estremamente potente. È da lì, da quel nucleo, che nasce San Patrignano, la comunità. E verso la fine, le reti finiscono per avvolgere anche gli uomini. Davanti a un’opera come questa, così sfaccettata, così intensa, così piena di piani di lettura, diventa difficile mantenere sempre la stessa opinione. «Io», confessa Carlo, «l’ho cambiata diverse volte. Per questo è importante che lo spettatore faccia il nostro stesso percorso. Noi ci siamo confrontati, abbiamo parlato, cercato, unito. Siamo stati costantemente afflitti dal dubbio. Questa è una storia che ti porta oltre il limite e che ti dimostra una cosa incredibile: oltre il limite si può stare, si può resistere».

Gli intervistati di SanPa, dice lo sceneggiatore, sentivano quasi il bisogno di parlare. «Alcuni ce l’hanno chiesto: dov’eravate? Noi vi stavamo aspettando». Nella vita di San Patrignano, la terapia, a un certo punto, ha finito per coincidere con la figura stessa – così grande, così presente – di Muccioli. «E quando la comunità è diventata tropo grande, Muccioli non è più bastato». Lavorare a una docu-serie del genere significa pure, come racconta Carlo, provare a instaurare un rapporto preciso, di fiducia, con le persone che vengono coinvolte. «Abbiamo tentato una strada, se vuoi, molto stupida: abbiamo provato a guardarci negli occhi. Perché volevamo ascoltare».

In SanPa conta il contesto e conta il periodo storico. Conta l’Italia di ieri e conta l’Italia di oggi. E ogni frammento, ogni più piccolo video, ha la sua importanza e il suo peso. «Erano passati poco più di vent’anni dal fascismo. Molto spesso finiamo per dimenticarcelo. Per i più giovani, sono quasi delle ere staccate. Due momenti lontanissimi. E non è così. Fascismo e anni ‘60 e anni ‘70 non sono così distanti. Montanelli che parla di Mussolini serve proprio a questo: a ricordare».

Ora, paradossalmente, SanPa continua oltre Netflix, fuori dalla dimensione costretta di uno schermo: continua nel dibattito pubblico, nei post, nei tweet; continua nei tanti che, adesso, si stanno facendo avanti e stanno ripercorrendo la loro storia, quello che hanno visto e provato. E ancora una volta a pesare non sono le risposte, ma le domande. «Noi non avevamo una tesi, un preconcetto, una posizione granitica», dice Carlo. «Per noi, non era importante dire: questo uomo, Muccioli, ha sbagliato. Non ci interessava. Noi volevamo parlare di un paese e della sua reazione a un problema. Volevamo chiederci: quando lo Stato non c’è, l’unica soluzione è rivolgersi all’uomo forte?».