Conversazione privata con Marine Serre che con l'iconico motivo halfmoon ha conquistato davvero tutti

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Fuggevole. Dirompente, a tratti irriverente, sempre pronta a catalizzare sguardi e contagiare maree (di follower, ma anche di adepti green), con quel suo alone mistico che si staglia uncinando il planetario del fashion biz. La moda di Marine Serre è come il suo logo a mezzaluna: un crescendo di stile eco futurista, che con una narrativa distopica e fasi di estetica post apocalittica ha eclissato le consuetudini, innescando un vero cambiamento sostenibile. La sua rivoluzione è partita nel 2017 con il lancio della collezione eponima (dopo trascorsi da Margiela e Dior), scandita da défilé upcycled con nomi crepuscolari come Marée Noire − la marea nera, tanto per cavalcare il flusso lunare − il più recente Amor Fati della Primavera Estate 2021 e Core, per l’Autunni Inverno 2021 2022: un trittico fatto di abiti, un libro e un documentario con i retroscena della collezione, e i processi di rigenerazione dei tessuti. In più, ha da poco firmato la capsule Marine Serre x Browns, saggio potente del suo processo di sensibilizzazione. Partiamo proprio da qui.

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In questa collezione, oltre al monogramma Lozenge (la mezzaluna, ndr), il rosso è un elemento ricorrente. Lo considera un simbolo di reazione?

È un colore che significa allerta ma, considerato il momento, anche sopravvivenza.

La capsule è un’estensione di Amor Fati, locuzione che invita ad abbracciare i piaceri e le avversità. Riflette la sua filosofia?

Rispecchia ciò che stiamo attraversando, l’esistenzialismo con cui gestiamo i sentimenti nel quotidiano. Amor Fati è un invito ad abbracciare tutti i risultati senza giudizi, lo stesso approccio con cui lavoro.

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Nella sua moda ricorre spesso il concetto di eco futurismo. Cosa significa per lei?

Scuotere l’industria della moda con un rivoluzionario cambiamento ecologico, con l’immaginazione al servizio della trasformazione. Il nostro approccio consapevole ruota attorno a neutralità climatica (riducendo i trasporti con produzioni locali), circolarità (riciclando e rigenerando) e resilienza (umiltà nel non sfruttare le risorse della Terra).

Il primo ricordo di moda?

Ho iniziato da giovane a collezionare capi second hand e a ibridarli con quelli sportivi. In seguito, ho trasformato gli abiti in un ponte di connessione con la natura.

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Il suo stile è un crocevia di culture...

Mi lascio ispirare dalla vita. Mi definisco una spugna perché assorbo tutto cio che è utile, strano, impavido.

C'è un significato mistico nella sua Luna crescente?

C’è in ogni cosa che facciamo. La Luna è il satellite naturale della Terra: in epoca ellenistica era la dea Artemide, nella religione mesopotamica rappresentava il dio Sin. Era emblema del mondo persiano, poi dell’impero ottomano. Fa parte dell'iconografia islamica ed è un simbolo astrologico, astronomico e alchemico. Ricorre persino nel manga giapponese Sailor moon. È femminile, volubile, inafferrabile, senza tempo.

La pandemia ha promosso il cambiamento verso l'upcycling?

Ha accelerato le problematiche già sedimentate, e costretto tutti ad affrontarle.

La rivoluzione digitale ha influito sul suo iter creativo?

Ci ha aiutato a rendere più forte la nostra visione. Siamo riusciti a sviluppare un sito con un’interfaccia per far scoprire i retroscena e le fasi del processo di rigenerazione, in una panoramica globale e multiculturale.

La lezione più importante che ha appreso nei suoi trascorsi in altre Maison?

Da ognuno ho assorbito qualcosa. Da Margiela l’ambiente era familiare, e ho approfondito la costruzione di un capo. Da Balenciaga, sotto Demna Gvasalia, e da Dior, con Raf Simons, ho appreso una visione olistica del business, e ho capito che disegnare è solo una parte del processo.

L'ultima volta che si è commossa?

Leggendo il libro di Donna J. Haraway, The Companion Species Manifesto - Dogs, People and Significant Otherness.

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