Coronavirus, la bufala delle bevande calde che annientano la malattia

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Nonostante in questi ultimi giorni la voce si sia diffusa enormemente sui social network, bere bevande calde (a temperature superiori ai 26/27° C) non elimina il coronavirus dal nostro organismo. Si tratta di una delle tante bufale antiscientifiche diventate virali a causa della psicosi da contagio, che rischiano di peggiorare ulteriormente una situazione di emergenza già di per se critica. Le alte temperature infatti non “uccidono” il coronavirus (o qualsiasi altro virus), pertanto risultano inutili anche i consigli del web sul farsi un bagno caldo o prendere il sole all’aperto al fine di debellare la malattia.

Coronavirus, la bufala di bere bevande calde

Al momento sono molti gli aspetti del coronavirus Sars-Cov-2 che ancora sono ignoti agli esperti, come ad esempio la sua sopravvivenza sulle superfici, e per i quali sono necessarie ancora delle ricerche. Tuttavia la comunità scientifica è concorde nell’affermare che il virus non viene debellato con le alte temperature, siano esse bevande o esposizione al sole. La temperatura media del nostro organismo è peraltro di 36/37° C, di gran lunga superiore a quella delle bevande che le bufale consigliano di consumare.

L’Organizzazione Mondiale dell Sanità ha inoltre dichiarato che bere bevande troppo calde, ma anche fare un bagno troppo caldo, può provocare danni al nostro organismo. La stessa idea che si possa uccidere un virus mettendolo a contatto con temperature superiori ai 26/27° C è del tutto priva di fondamento, come ha spiegato alla Bbc la virologa Sally Bloomsfield affermando che per poter eliminare il virus servirebbero valori superiori almeno ai 60° C, vale a dire la temperatura a cui invece sarebbe utile lavare la nostra biancheria al fine di neutralizzare eventuali tracce del virus ivi presenti.

Com’è nata la bufala?

Secondo le ricostruzioni effettuate dagli organi di stampa, la bufala delle bevande calde sarebbe nata da un anonimo documento inglese attribuito a un fantomatico ricercatore cinese di Shenzhen. Una volta tradotto in italiano, il documento ha iniziato poi a diffondersi su Whatsapp tramite una classica catena di Sant’Antonio nella quale purtroppo sono cascate anche importanti testate nazionali, come i quotidiani Il Tempo e Il Corriere dello Sport. Tuttavia, la prima fonte ad averlo pubblicato sul proprio sito ufficiale sembrerebbe essere stata una onlus contro le malattie cardiovascolari con sede a Milano, che a quanto risulta non ha ancora rimosso il contenuto dal suo portale nonostante le ripetute sollecitazioni dei media.