Coronavirus, i pazienti possono rimanere contagiosi dopo la guarigione

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Secondo quando emerso da uno studio scientifico svoltosi in Cina, i pazienti guariti dal coronavirus potrebbero risultare contagiosi per parecchie settimane dopo la scomparsa dei sintomi. L’agente patogeno rimarrebbe infatti in circolo all’interno dell’organismo umano anche dopo l’effettiva guarigione, costituendo un possibile rischio per i familiari dell’ormai ex malato e per le persone a lui vicine. Tuttavia, la persistenza del coronavirus nel nostro corpo non sarebbe un qualcosa di negativo ma anzi ritornerebbe utile nello sviluppare risposte immunitarie più efficaci contro nuovi contagi.

Coronavirus, pazienti guariti restano contagiosi

Lo studio è stato effettuato su quattro operatori sanitari di età compresa tra i 30 e i 36 anni dimessi dall’Ospedale Universitario Zhongnan, nella città di Wuhan, tra gennaio e febbraio. Dei quattro pazienti positivi al coronavirus solo uno ha dovuto ricorrere alle cure ospedaliere, mentre gli altri tre hanno seguito seguito i protocolli per l’isolamento domiciliare curandosi con farmaci antivirali.

Una volta scomparsi i sintomi e risultati negativi a ben due test consecutivi gli operatori hanno proseguito la quarantena per altri cinque giorni, per poi venire nuovamente sottoposti a test clinici tra il quinto e il tredicesimo giorno dalle dimissioni. È stato a questo punto che i pazienti sono risultati tutti quanti positivi al coronavirus, che a quanto pare non aveva ancora abbandonato il loro organismo.

Le ipotesi degli scienziati

La persistenza del virus all’interno del corpo umano anche dopo la guarigione non sarebbe tuttavia una novità in medicina. Virus ben più letali del Sars-Cov-2 come Ebola e Zika restano rintracciabili per lungo tempo dopo che il paziente si è ristabilito, replicandosi in maniera molto limitata all’interno della saliva e delle mucose dalle quali vengono prelevati i campioni per effettuare i tamponi. Questa eventualità risulta però positiva in un’ottica di sviluppo di anticorpi, che possono così rispondere più efficacemente qualora si dovesse presentare un nuovo contagio.

Secondo i ricercatori è probabile che durante il trattamento dei quattro pazienti con antivirali (per la precisione con l’oseltamivir) il coronavirus non sia stato totalmente debellato ma sia sopravvissuto in quantità talmente esigue da non essere rilevato dai test. Con la fine della terapia, il coronavirus avrebbe dunque avuto campo libero per replicarsi abbastanza da far risultare positivi ai test i quattro operatori sanitari.