Corpi, relazioni, assenze: come le donne raccontano se stesse oggi, in 4 libri recenti e potenti

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Photo credit: Courtesy Photo Unsplash/ @vale_conde
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Corpo femminile, relazioni con le altre donne, violenza, sessualità, crescita, maternità, memoria: come raccontano oggi tutto questo le donne che scrivono? Abbiamo disegnato un mini percorso di lettura che esplora questi temi con linguaggio contemporaneo selezionando 4 libri usciti di recente.

Transito di Aixa de la Cruz

“Si vive meglio nell’epicentro del terremoto altrui che in mezzo alla propria scossa” scrive Aixa de la Cruz (tradotta da Matteo Lefèvre per Giulio Perrone Editore) che non ha avuto alcuna paura di mettersi al centro della scossa e mostrare quale terremoto possa essere la vita. In questo memoir che del terremoto ha tutta la potenza, la scrittrice basca ripercorre alcuni episodi chiave della sua vita. Non c’è distanza tra chi scrive e chi narra e il libro è apertamente autobiografico con tratti di fiction per rispettare terze persone che non volevano apparirvi. Attraverso la sua vicenda personale Aixa de la Cruz solleva le domande di un’intera generazione.

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Aixa siede sulla soglia dei 30 anni e guardandosi alle spalle accende la luce su momenti precisi: l’assenza del biopadre, il divorzio, i rapporti sessuali (e non) con altre donne, le violenze subite o scampate per un pelo, il grave incidente stradale di un’amica, la storia di un’amica lesbica che ha deciso di fare un figlio con un turista australiano di passaggio, che non ne saprà mai nulla. E le sue reazioni a tutto questo. “Credo di aver bisogno di scrivere ciò che mi è accaduto e non si vede, di lasciarne traccia.”

Affronta ogni cosa di petto, non nasconde nulla, si giudica molto. Sul tavolo getta i temi di identità, famiglia, legami, colpa. Non tralascia l’attualità recente, come le torture di Abu Ghraib o il #MeToo. È implacabile, soprattutto con se stessa e le versioni di sé del passato, disegnando un’evoluzione attraverso una feroce autocritica. “Comprendo che questa freddezza con cui scandaglio la sofferenza altrui è un muscolo che sto allenando da tempo.”

Streghe di Brenda Lozano

“Ho capito che per conoscere bene una donna bisogna conoscere bene se stesse.” È quello che fa Zoè, la protagonista del romanzo della scrittrice messicana Brenda Lozano, per la prima volta tradotta in Italia (da Giulia Zavagna per Alter Ego). Da Città del Messico parte verso la remota provincia rurale per scrivere un articolo sulla morte di una persona. E quel viaggio diventa un cammino dentro se stessa e le sue relazioni con le altre donne della sua vita, la madre e la sorella. “Le sorelle sono ciò che non abbiamo, loro sono quello che non siamo e noi siamo quello che loro non sono.”

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Il racconto della vita di Zoè si intreccia a quello di Feliciana, una vecchia curandera diventata celebre in tutto il mondo ma rimasta – per scelta – legata alle sue radici. La giovane giornalista la incontra per intervistarla a proposito dell’omicidio di Paloma, una muxe, che prima di diventare una donna era uomo e curandero e che ha insegnato l’arte a Feliciana. I muxe, nella cultura zapoteca di Oaxaca, sono persone nati uomini che si vestono e comportano come donne.

È un romanzo su identità (non solo sessuale), sorellanza, appartenenza, madri (non solo biologiche). Ma anche su emancipazione, appartenenza, discriminazione, violenza. Le due donne protagoniste di un dialogo sia reale che simbolico esplorano se stesse attraverso l’indagine delle altre donne della loro famiglia.

Mandibula di Mónica Ojeda

La copertina di questo libro (tradotto da Massimiliano Bonatto per Alessandro Polidoro Editore) è irresistibile anche da sola, poi si scopre che non solo ha molta attinenza con il contenuto, ma è legata a stretto filo anche ai creepypasta, all’horror e all’orrore di crescere. Le due ragazze che camminano sui denti aguzzi di una mandibola di coccodrillo non sono la perfetta rappresentazione di cosa significi diventare donne?

Qui non c’è una sola protagonista ma una vera folla di personaggi. Tutte donne. Ci sono le le amiche spericolate che si raccontano storie spaventose in un edificio abbandonato sottoponendosi a prove sempre più estreme per testare la propria fedeltà al gruppo e alla sua leader ma anche i limiti del proprio corpo – e nel contempo scoprirne tutti i segreti. E poi c’è la loro insegnante, una donna già adulta rimasta impigliata nella madre morta, che odia e venera allo stesso tempo, da cui non è stata amata ma a cui strenuamente tenta di somigliare. Di più: vuole impersonarla, diventare lei.

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Con una scrittura estremamente fisica, l’autrice racconta la storia di ciascuna di loro addentrandosi nei meandri delle loro menti ma lo fa quasi sempre attraverso la minuziosa descrizione dei loro corpi. È dai corpi che si parte per esplorare la paura, le ossessioni, l’ansia e la fatica di crescere, le relazioni con le altre donne della stessa età o di altre generazioni.

Aparecida di Marta Dillon

Il titolo (conservato anche in italiano, con la traduzione di Camilla Cattarulla per gran vía) svela molto ma non dice tutto: la protagonista del libro, autobiografico, non è Marta Dillon che cerca sua madre ma sua madre stessa, desaparecida che a un certo punto riappare. O meglio riappaiono le sue ossa dopo una lunga ricerca fatta soprattutto di reticenze, marce indietro, paura di sapere che prevale su quella di non sapere.

L’intero libro si fonda sull’assenza di un corpo che è più tangibile della presenza. Il buco lasciato dalla madre, militante politica sequestrata e uccisa dalla dittatura argentina nel 1976, pulsa come un cuore in negativo in ogni pagina del libro perché è intorno a questa assenza che l’intera vita di Marta Dillon (tra le fondatrici di NiUnaMenos) si è plasmata.

Quelle ossa ritrovate “non erano l’apparizione di fantasmi ma storie e corpi vivi, capaci di soffrire, di resistere e di morire, non solo di scomparire.” Il racconto è costruito mescolando ricordi presenti e passati propri e altrui, descrizioni di fotografie, poesie, rapporti ufficiali pieni di bugie, una bruciante nostalgia per quello che non è stato. Il libro si muove tra auto-fiction, giornalismo e biografia familiare e come in un collage ridisegna l’identità della donna assente, Marta Taboada, e quella della donna presente, Marta Dillon.