Cos'è la time poverty e perché è un problema sociale che la politica non dovrebbe sottovalutare

Di Elena Fausta Gadeschi
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Photo credit: Jevtic - Getty Images
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"Cosa faresti se avessi tutto questo tempo su quell'orologio?". "Smetterei di guardarlo. Ma se avessi tutto quel tempo non lo sprecherei". È il dialogo surreale (ma neanche troppo) tra Sylvia Weis, la figlia del magnate miliardario di New Greenwich, e Will Salas, un operaio impiegato in una fabbrica che produce apparecchi in cui viene immagazzinato il tempo. Siamo nel 2169 in un universo futuribile dove il gene dell'invecchiamento è stato isolato e sconfitto, ma per evitare la sovrappopolazione il tempo è diventato la moneta con cui la gente, a partire dai 25 anni d'età, paga per acquistare beni di prima necessità o di lusso. I ricchi sono immortali, tutti gli altri vivono alla giornata, cercando di negoziare una manciata di ore per sopravvivere. La trama è quella raccontata dal film fantascientifico In Time, una pellicola distopica che già nel 2011, con notevole anticipo su psicologi e nevrosi collettive, ritraeva il risvolto più angosciante della nostra società contemporanea, dove il tempo è diventato la vera ricchezza, che dai 25 anni in avanti sembra non bastarci mai.

Photo credit: d3sign - Getty Images
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Si chiama time poverty ed è una condizione involontaria che molti, soprattutto fra i giovani, si trovano a sperimentare sulla propria pelle da alcuni anni a questa parte, vincolati come sono dall’impossibilità di ridurre l’orario di lavoro senza aumentare il proprio livello di povertà. Il fenomeno riguarda per la verità anche persone di età più avanzata, solitamente donne, e in generale quanti vivono in famiglie monoreddito o monogenitoriali con figli a carico. In situazioni di grave sovraccarico economico ed emotivo tirare a campare fino a fine mese è possibile solo se ci si impiega in due/tre lavori per volta. Occupazioni part-time, rigorosamente a basso salario, che spesso non richiedono un elevato livello di formazione o specializzazione, ma di cui non è possibile fare a meno per ragioni di elementare sussistenza.

Stando a dei recenti studi pubblicati sulla rivista scientifica Nature, negli ultimi due decenni la ricchezza globale è aumentata. Tuttavia la ricchezza materiale non si è tradotta in ricchezza di tempo. La maggior parte delle persone segnala di sentirsi persistentemente "povera di tempo", come se disponesse di troppe cose da fare e non abbastanza tempo per farlo. Un'agenda sempre piena insomma, dove le voci "interessi e tempo libero", ma anche "attività fisica e alimentazione regolare" trovano posto solo a cavallo tra le promesse mancate del 31 dicembre e l'elenco dei buoni propositi del nuovo anno.

Photo credit: Westend61 - Getty Images
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E che dire dello smart working di epoca Covid, anzi dell'home working dato che, a dispetto di favolosi annunci su internet per lavorare "là in mezzo al mar" su un'isola sperduta dotata di ogni genere di comfort, il lavoro per la maggior parte delle persone avviene in una stanza qualsiasi della casa dotata di una superficie orizzontale rigida attrezzabile a scrivania o, tutt'al più, in cucina nell'intervallo di tempo tra un figlio in Dad, un bucato da stendere e i pasti comandati della sera, preconfezionati o riscaldati dal giorno prima?

In una situazione sclerotizzata dove i tempi di spostamento casa/ufficio si annullano, ma quelli davanti al pc si dilatano smisuratamente senza che vi siano tutele per i lavoratori – nemmeno la basilare regola imposta per legge delle 11 ore di riposo quotidiano –, il risultato che avremo è un gioco a somma zero. Zero tempo per noi stessi, zero tempo persino per fantasticare su come ci piacerebbe spendere il nostro tempo, se solo ne avessimo ancora di "nostro". La time poverty è la nuova faccia della povertà e ha il volto dei più giovani, dei più precari, ma anche delle donne, le più danneggiate dalla crisi economica legata alla pandemia.

Photo credit: demaerre - Getty Images
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Intanto i giorni del calendario corrono, gli appuntamenti si rimandano – compresi gli annuali controlli medici –, l'alimentazione viene trascurata, l'attività sportiva dimenticata. Un sempre maggior ritardo sulle scadenze settimanali che non fa che alimentare senso di frustrazione e inadeguatezza, ma anche ansia, depressione e disturbo dell'umore, che se sottovalutati possono sfociare nel burnout. Ecco allora come anche il tempo può diventare una questione di salute pubblica che la politica dovrebbe prendere in seria considerazione e che le singole aziende dovrebbero provare a risolvere, riequilibrando i carichi di lavoro tra i dipendenti. Mentre i governi di tutto il mondo continuano a considerare il reddito come unico indicatore del benessere dei cittadini, prodigandosi in politiche assistenziali di miliardi di dollari per alleviare la povertà materiale, la time poverty continua a mietere vittime facendo passare sotto silenzio i disagi psicologi dei lavoratori delle classi più svantaggiate. Anche "il mestiere di vivere" ha un prezzo, speriamo solo che il costo più alto non siano le nuove generazioni a pagarlo.