Cosa sarà è il film del 2020 italiano, anche se il Covid-19 non c'è

Di Giorgio Biferali
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Photo credit: Vision Distribution
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From Esquire

Era domenica 25 ottobre. Non male come incipit, lo so, le date funzionano sempre, soprattutto al passato, soprattutto quando il passato non è poi così lontano, anzi, e assume le sembianze di un giorno ben preciso, che io, oggi, lo ricordo come il giorno prima che chiudessero i cinema e i teatri. L’aveva annunciato Conte, in una delle sue dirette, più o meno all’ora di pranzo, e allora io e la mia ragazza abbiamo deciso di fare una cosa romantica, come se fossimo Steve Carell e Keira Knightley in quel film sulla fine del mondo, e ci siamo detti: “Stasera andiamo al cinema, per l’ultima volta”.

Ne abbiamo visti di film al cinema quest’anno, nonostante il covid. Tolo tolo, Jojo Rabbit, Piccole donne, Figli, Volevo nascondermi, Odio l’estate, Memorie di un assassino, Onward, Tenet, Palm Springs, e non era facile scegliere il film con cui salutare il buio della sala, almeno per un po’. Alla fine abbiamo scelto Cosa sarà di Francesco Bruni. Perché? Per diversi motivi. Perché avevamo visto gli altri film di Francesco Bruni e ci erano piaciuti molto, per Kim Rossi Stuart, un attore bravo (bello, aggiunge lei) e coraggioso, per il “lessico famigliare” (proprio di Bruni) che si respirava già nelle prime immagini del trailer, per sostenere un film che sarebbe dovuto uscire a marzo e poi, vabbè, sappiamo tutti com’è andata.

Il titolo originario era Andrà tutto bene, ma poi, una volta diventato lo slogan della collezione primavera-estate sui balconi italiani, con tanto di arcobaleni e font da cartelloni da scuole elementari, Bruni ha scelto di chiamare il film Cosa sarà, come se il titolo, in sé, fosse una sorta di ripensamento, un andarci cauti, visto quello che è successo, visto quello che succede nella vita, in generale, a prescindere dalle pandemie globali.

Al centro della storia c’è Bruno Salvati (interpretato da Kim Rossi Stuart), che ha il destino nel cognome (e forse il richiamo da alter ego nel nome, Bruno/Bruni), regista, che un giorno scopre di avere una forma di leucemia e di aver bisogno di un trapianto di cellule staminali. Dico al centro della storia perché è proprio così, il film racconta un pezzo di vita di Bruno, che cambia umore, cambia aspetto, cambia il modo di vedere il mondo, mentre intorno a lui si muovono e si agitano i suoi affetti più cari. Bruni, come sempre, riesce a raccontare la forza centripeta e centrifuga della famiglia, dalla moglie che lo tratta con tenerezza ai figli adolescenti che si sentono già adulti, dal padre assente ma presente a una sorella che Bruno non sapeva di avere.

Un filo teso, quello familiare, nervoso, delicato, su cui camminare, su cui provare a rimanere in equilibrio, sospesi, come nella locandina del film. E in effetti il film si gioca tutto sulla sospensione, a partire proprio dal titolo, che suona quasi come una domanda mancata. Sospeso, tra Roma e Livorno, in quel genere ibrido dell’autofiction, in cui la storia è autobiografica, almeno in parte, ma si confonde con la finzione, anche grazie a scene visionarie come quelle che riguardano i flashback, il piano sbagliato e la bottiglia di latte che si rompe a terra, e la presentazione del film in ospedale, in cui Bruno presenta il suo film a malati di ogni tipo.

Photo credit: Vision Distribution
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Come in Caro diario (il primo, Nanni Moretti, ad aver affrontato la malattia senza retorica, senza approfittarsi dei sentimenti dello spettatore), Questione di cuore (in cui il protagonista è sempre Kim Rossi Stuart), La linea verticale (di Mattia Torre, cui il film è dedicato), sospeso tra la tragedia di una vita, che intorno a sé ne raccoglie tante altre, e la commedia, basterebbe pensare solamente al fatto che lui arriva a farsi le analisi del sangue dopo essersi sbattuto in faccia lo sportello della macchina, mentre stava fissando una ragazza per strada.

Sospeso, questo film, già prima di uscire, tanto da diventare il film che, secondo me, per la sua genesi, per quello che racconta, fotografa il 2020, tra quel primaverile e illusorio “andrà tutto bene” e questo “cosa sarà”, più timido, contenuto, sì, ma anche più autentico, più vicino alla realtà, a un presente che prova a farsi da parte, per lasciare spazio al futuro.