Cosa si perde davvero con la didattica a distanza?

Di Enrico Pitzianti
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Photo credit: Getty Images - Getty Images
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Dallo scorso marzo, quando l’Italia ha affrontato la fase più difficile della pandemia da Covid-19, si è cominciato a usare la didattica a distanza (spesso abbreviato in “dad”). Si tratta di fare lezione da casa, usando le tecnologie a disposizione per lezioni frontali, per il sostegno, le interrogazioni e i compiti in classe. Gli strumenti sono le videoconferenze online e i programmi per la condivisione di documenti.

Il picco di contagi, e le conseguenti chiusure di scuole e università in marzo, non erano stati previsti, così la didattica a distanza si è imposta in modo brusco e inaspettato per migliaia di studenti e insegnanti. La possibilità dell’arrivo della seconda ondata pandemica con l’arrivo dell’autunno, invece, è arrivata con un preavviso molto maggiore: l’organizzazione della dad, quindi, almeno in teoria, dovrebbe essere stata più facile.

Con l’entrata in vigore del nuovo decreto ministeriale il governo ha deciso di dividere il territorio nazionale in tre zone che, a seconda dell’urgenza della situazione dovuta alla diffusione del nuovo coronavirus, possono essere gialle, arancioni o rosse. A ogni colore corrispondono delle misure per la prevenzione del contagio, e a variare è anche la percentuale di didattica a distanza e il suo funzionamento. Nelle zone rosse le uniche scuole in presenza sono quelle dell’infanzia, le elementari e gli studenti del primo anno di scuola media. Per chi frequenta le superiori l’unica occasione in cui ci si può recare a scuola è, nel caso sia strettamente necessario, per utilizzare i laboratori, ma a piccoli gruppi.

Le restrizioni nelle zone arancioni sono meno rigide, ma la scuola è amministrata a livello regionale, quindi capita che una regione come la Puglia, ora in zona arancione, ha comunque scelto di tenere chiuse le scuole, con regole del tutto simili a quelle delle zone rosse come Piemonte e Calabria. Nelle zone gialle, quelle dove il virus al momento è una minaccia meno urgente, le regole prevedono il 100% di dad per le università e le scuole superiori, con la possibilità di didattica in presenza nel caso di alunni con bisogni educativi speciali, per tutti gli altri mascherina obbligatoria, riunioni a distanza e distanziamento sociale.

Il nuovo DPCM è in vigore dal 26 ottobre scorso, quindi è tempo di chiedersi come sta andando, a questo punto, la dad. Per avere un’idea di prima mano abbiamo intervistato insegnanti che lavorano sia in zone rosse che in zone arancioni e gialle.

Cosa funziona

Nonostante si senta dire spesso che l’insegnamento a distanza è meno faticoso per studenti e insegnanti, la prima cosa che traspare facendo domande specifiche a chi sta insegnando con la didattica a distanza è che si lavora più ore. Sia insegnanti che alunni passano o lo stesso tempo di prima a fare lezione, in alcuni casi di più. Questo perché la lezione a distanza è meno suscettibile di interruzioni e tempi morti.

La dad, al momento, nelle zone gialle e arancioni può avere due forme: l’insegnante si collega da casa, oppure va a scuola e si collega dal computer dell’istituto. Nella seconda forma le lezioni sembrano funzionare meglio: c’è il personale che nel caso di problemi tecnici interviene per risolverli, in molti casi c’è la lim (la lavagna interattiva multimediale) che consente di salvare ciò che viene scritto e magari mandarlo agli studenti come fossero delle slide, e infine c’è il fatto che recandosi a scuola l’insegnante mantiene una routine più vicina alla scuola pre-Covid.

Per quanto spesso i giornali descrivono la didattica a distanza con toni catastrofisti, ascoltando gli insegnanti l’impressione è opposta: pur con delle evidenti difficoltà gli alunni seguono le lezioni, i compiti si fanno, le interrogazioni orali non sembrano aver subito variazioni significative e anche quelli scritti sono svolti con una certa efficienza. Insegnanti e studenti sembrano essersi adattati alla nuova didattica calibrando i propri comportamenti (e stratagemmi) a seconda del caso: accade che, davanti alle difficoltà tecniche di alcuni alunni i docenti accettano compiti in classe mandati via WhatsApp. In altri casi l’insegnante svolge le interrogazioni video facendo particolarmente attenzione che lo studente non stia leggendo (“basta spingere al ragionamento, e chiedere di riformulare”, ci dice una giovane insegnante di un liceo bolognese).

Grazie alla didattica a distanza i consigli di classe possono ammettere la partecipazione dei genitori, anche dei più impegnati e lontani dall’istituto: “il padre di un alunno ha partecipato alla videoconferenza mentre arava il campo col suo trattore, con gli auricolari infilati sotto alle cuffie antirumore” racconta un’insegnante toscana che insegna a Ravenna.

Rispetto al primo lockdown, dove in molti casi si usavano le videoconferenze su Zoom o Meet in cui potevano inserirsi estranei e la privacy non era quindi tutelata a sufficienza, molti insegnanti ora, su richiesta dell’istituto, usano Microsoft Teams. Ciò che sembra funzionare meglio sono i gruppi meno numerosi, in cui intervenire per gli alunni è più semplice e, per l’insegnante, è possibile avere un contatto visivo con tutti i presenti, senza che nessuno rimanga relegato in minuscole finestrelle accumulate sul lato dello schermo di chi insegna.

A detta degli insegnanti la dad sta facendo sì che l’interazione con gli studenti diventi una prassi: anche chi era abituato a lezioni e spiegazioni frontali ora deve necessariamente includere gli studenti in un dialogo. La distanza fisica obbliga a cercarne una colloquiale, e la speranza è che questa modalità più inclusiva si mantenga anche quando la pandemia sarà passata e si sarà tornati alla didattica in presenza, che tutti gli intervistati hanno detto di preferire.

Cosa non funziona

Al primo posto tra gli aspetti negativi della dad citati dagli insegnanti c’è la mancanza del rapporto insegnante-studente che va oltre la mera lezione: le domande informali fatte alla fine delle spiegazioni non trovano spazio, con la dad. Tutto finisce con la fine del video. Così come non ci sono i momenti di pausa o di chiacchiera in cui gli insegnanti e gli studenti si conoscono, parlano tra loro a prescindere dai loro ruoli.

A non funzionare, con la dad, è anche l’inclusione dei soggetti più problematici e che già prima della pandemia erano meno facili da tenere attivi e attenti alle lezioni. La distanza in questo senso non aiuta: gli alunni che già tendevano a non partecipare rischiano di farlo ancora meno. Anche se, mi dicono due insegnanti, ci sono anche alunni che proprio grazie alla distanza partecipano di più. Se il motivo della mancata partecipazione è la timidezza o la mancanza di fiducia in sé stessi lo schermo fornisce una sorta di protezione utile a non sentirsi troppo vulnerabili.

La parte più discussa sui media riguardo alla dad è la possibilità, per gli studenti, di copiare. Su questo ci sono due aspetti: il primo è che effettivamente copiare, se si è in casa propria davanti al pc, è più facile. Il secondo invece è che il problema si può aggirare: i compiti scritti possono essere differenziati per alunno, e sostituiti con interrogazioni orali in cui si spinge lo studente a un ragionamento proprio, o a spiegare le proprie risposte. La differenza in ogni caso sembra passare per la tipologia di materia insegnata: quelle umanistiche sono più facili da adattare a modalità in cui copiare è molto difficile, quelle scientifiche invece lo sono meno. In ogni caso le copiature esistevano ben prima della dad, e il problema andrebbe affrontato a monte, magari puntando meno sulla performance del singolo studente messo sotto stress dal compito o dall’interrogazione, e di più su lavori di gruppo, esposti collettivamente e in cui la performance è collaborativa, anziché competitiva.

Photo credit: Yegor Aleyev - Getty Images
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L’aspetto psicologico sembra essere quello che risente di più della dad, sia per gli insegnanti che per gli studenti. La mancanza di convivialità e di socialità pesa più sui giovani, il disagio di stare per molte ore consecutive davanti allo schermo invece sembra essere soprattutto degli insegnanti: “ho iniziato stamattina alle nove e alle due non mi ero mai mosso dal divano”, dice un insegnante del Lazio che, passata la pausa pranzo, ha passato il pomeriggio a rispondere alle mail degli studenti e a fare videoconferenze per i consigli di classe.

Gli studenti però non soffrono della distanza dei loro coetanei solo per la mancata socialità, c’è anche la difficoltà a collaborare e scambiare informazioni didattiche per via delle chat che risultano troppo “asettiche”, che cioè non trasmettono sufficiente empatia e vicinanza.

Il timore, a detta di molti insegnanti, è che la dad, dipendendo dalla tecnologia, aumenti il divario sociale. Le famiglie più agiate e al passo con la tecnologia hanno buone connessioni, più dispositivi disponibili in casa, e la propensione a investire tempo ed energie in modo che i loro figli trovino la tranquillità e gli strumenti necessari per affrontare al meglio il periodo in dad. Le famiglie meno aggiornate e incapaci di maneggiare questi strumenti, invece, per molti motivi avranno dei figli svantaggiati dalla mancanza di dispositivi e da un ambiente familiare incompatibile con l'insegnamento in casa. Per questo, per tutti gli insegnanti intervistati, lo spazio neutro della didattica in presenza rimane di gran lunga preferibile, più efficace nel mettere gli alunni in condizioni di parità, più adatto a stabilire rapporti emotivi tra studenti come anche tra studenti e insegnanti.

Nonostante tutti, senza esclusioni, hanno detto di preferire la didattica in presenza e si auspicano che si torni presto in classe, rimane l’urgenza di un’organizzazione seria e lungo termine della dad. Insomma, la dad non può dipendere da una gestione provvisoria e da decisioni momentanee, è ormai una realtà che dura da mesi e, visto che i fatti hanno dimostrato che al momento è l’unica opzione disponibile a mantenere attivo il percorso scolastico di decine di migliaia di studenti e studentesse, è il caso che esista una direzione centralizzata e completamente normata. Che, per ora, non esiste.