Cosa succede quando il coronavirus attraversa le mura di casa

Di Stefania Carini
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Shaun Cantu / EyeEm - Getty Images
Photo credit: Shaun Cantu / EyeEm - Getty Images

From Harper's BAZAAR

Quando vado a trovare i miei genitori, pranzo su un tavolo separato. Cioè sulla penisola in cucina dove facevo colazione da ragazzina. Appena entrata in casa mia lavo subito le mani, asciugandole in un asciugamano solo per me. Mi tolgo la mascherina solo per mangiare. E faccio sempre tenere la finestra semiaperta. Tutto questo accadeva dopo maggio, quando avevo una vita sociale limitata, e accade anche adesso a fine ottobre quando ho una vita sociale pressoché nulla. Mio padre non ama molto la situazione: “Ma siamo congiunti!”. “Ma non siamo conviventi!” gli urlo io: il legame di sangue mica salva dal virus. Solo che ogni tanto ce lo scordiamo.

In questi mesi le uscite con gli amici sono state distanziate, all'aperto il più possibile, e con l'avvicinarsi dell'autunno con mascherina calata solo nel momento di bere o mangiare qualcosa. Il rischio maggiore di contagio per me non è stato tanto qualche fermata in metro, il sole in spiaggia, una passeggiata, ma decidere di fare un salto a casa di qualcuno, o fare un pranzo e partire per un week end con amici, parenti o altro. Cioè decidere di condividere a lungo un momento di convivialità e soprattutto un luogo di vita, nel quale il virus, se mai ci fosse stato, ben nascosto, difficilmente forse non si sarebbe diffuso, per lunga prossimità, abbattimento delle barriere, impossibilità di divisione degli spazi.

Photo credit: Madelaine Sheesley / EyeEm - Getty Images
Photo credit: Madelaine Sheesley / EyeEm - Getty Images

In questi mesi la pandemia ha dimostrato quando complessa sia la realtà delle cose, e noi invece siamo ancora qui, come a marzo e aprile, a giocare una partita di calcio, a vincere e a perdere, a dare colpe e assoluzioni, a tifare per questo o quel medico (sono ormai peggio di certi concorrenti delle passate edizioni del Gf, prezzemolini in ogni show). Per molti è cambiato tutto, o quasi, soprattutto a livello economico, ma spesso c'è scarsa empatia da parte di chi invece ha stipendio garantito. Non solo la politica, soprattutto i media paiono ancora confusi, più attenti al titolo choc che alla spiegazione consapevole. Ci si divide su tutto e tra tutti. Convivere con il virus significa abbassare il livello di ansia non aumentarlo, perché quello che conta sul lungo periodo è la tenuta psicologica e razionale.

Ci sono cose che sono state fatte e altre che andavano fatte meglio e in fretta (una su tutte, l'ulteriore potenziamento sanità), eppure non è detto nemmeno che sarebbero bastate del tutto. Questo non assolve nessuno dalle proprie responsabilità, ma aiuta a una comprensione più ampia della fase in cui siamo. E nemmeno serve dare la colpa agli altri: dopo il runner e il bambino di primavera, ecco il tizio con mascherina calata, il tizio della movida, il tizio in vacanza...Non che non ci siano state leggerezze, ma pensare che i contagi di oggi siano colpa diretta di una pizza, un ballo, una gita ad agosto forse non ha senso. Siamo tornati in città, a scuola, al lavoro, stiamo più al chiuso. E invece c'è questa voglia di cercare il peccato, vecchia tara del nostro paese. Ma ammalarsi non è mai una colpa. Anche perché questo virus, per la sua natura, è più subdolo di altri. Si nasconde dove crediamo non ci sia.

Ci han detto “restate a casa”, e così abbiamo pensato che casa fosse sinonimo di sicurezza. Casa è anche sinonimo di sentimenti: è qui che ci si lascia andare. Pensiamo che ci siano luoghi più contagiosi di altri, e certo è così. Ma non è mai solo il luogo in sé, siamo spesso noi. Noi siamo il luogo del virus, siamo noi la casa che lo ospita, lo traghetta, lo passeggia. Questo non significa prendercela con noi stessi, perché la sfera privata doveva essere meglio protetta dall'intervento pubblico. Significa però avere una prospettiva più ampia della fase in cui siamo. Prendiamo il virus “fuori casa nostra”, spesso però anche in altre case, tra altre persone a noi famigliari, e lo portiamo in altre case ancora, anche metaforiche, quelle affettive. Pensiamo che l'estraneo che ci sfiora in metro o per strada ci contagerà, e invece è chi conosciamo che potrebbe farlo, perché ci fidiamo, c'è trasporto, c'è confidenza. Non possiamo fare molto di più, perché è difficile frenare il virus fra conviventi, amanti, figli. Possiamo fare di più, limitando i contatti tra non conviventi, amici e altri famigliari, e usando sempre tutte le protezioni, soprattutto con i più anziani. Soprattutto ora che le case diventano, per il meteo mutato e a causa dei nuovi divieti, luoghi allettanti per poter alleviare tutti insieme ansia e solitudine.

Il pensiero va già al Natale, anzi ci dicono che stringere i denti adesso servirà a salvare quello. Chissà cosa succederà? Nessuno lo può sapere. Ma non siamo mai certi di nulla, a dir la verità, ormai dovremmo saperlo. Forse non sarà tempo di tavolate abnormi, ma di piccoli circoscritti ritrovi. Io spero di potermi sedere sulla penisola, con la mascherina e la finestra aperta, che farà entrare ancora più freddo. Dite che così non è Natale? Nonostante tutto, sì: convivere con il virus vuol dire modificarsi insieme a lui per andare oltre, e cercare nonostante tutto di mangiare in panettone con i propri affetti. Anche se preferisco il pandoro.