Costruire una città femminista è possibile? Il libro di Leslie Kern indica la strada

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Photo credit: John Chillingworth - Getty Images
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Sabina Nessa è stata uccisa in un parco vicino casa sua, Sarah Everard tornando a casa da una cena con gli amici. Sono solo due tra gli ultimi casi di cronaca che hanno risollevato l’eterno problema: le città non sono posti sicuri per le donne. Anzi, non sono posti pensati per le donne neanche di giorno. Perché sono stati concepiti e costruiti tenendo conto di una struttura sociale patriarcale che riflette e perpetua sistemi di oppressione e disparità. È questo il cardine su cui la geografia femminista riflette ormai dagli anni ’70 e che Leslie Kern ha ripreso nel volume La città femminista edito da Treccani con la traduzione di Natascia Pennacchietti.

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L’autrice chiarisce subito che "la lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini" deve assumere una prospettiva intersezionale, la stessa che il femminismo attuale applica a ogni sua lotta. L’assunto fondamentale è che la città da immaginare non sarà a misura di donna, com’è adesso a misura di uomo, ma a misura di tutti, incluse le minoranze storicamente oppresse.

Kern unisce le prospettive teoriche di chi l’ha preceduta, i nuovi scenari aperti dagli esperimenti sociali in atto e l’esperienza personale – dal modo in cui viveva la città da ragazzina come spazio di liberazione insieme alle amiche, e poi da adulta con le proteste da attivista, passando per i disagi vissuti come madre con passeggino e neonato in una città che non teneva conto delle sue esigenze. Ma fa spazio anche alle esperienze di chi vive ai margini per ragioni legate non solo al genere ma anche all’etnia e al ceto sociale.

Nelle primissime pagine afferma quello che tutte sappiamo bene per esperienza diretta: “il mio essere donna determina il modo in cui mi muovo per la città”. La riflessione dunque parte dalla “geografia più prossima”, il nostro corpo che si muove nello spazio, per ampliare lo sguardo e scovare tutte le magagne di una città concepita essenzialmente da uomini e in particolare da uomini di ceto medio-alto che escono la mattina per andare a lavorare e rientrano la sera. I mezzi pubblici, come aveva già evidenziato Caroline Criado-Perez in Invisibili, non sono strutturati per rispondere ai percorsi più lunghi e articolati che compie una donna. Anche il semplice atto di passeggiare per la città non è stato storicamente e non è tuttora né facile né scontato, come ha sottolineato Lauren Elkin in Flâneuse: Women Walk the City nel quale afferma che le donne in città sono sia invisibili (non considerate come soggetti) che ipervisibili (esposte al rischio).

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“Le donne vivono ancora la città con una serie di barriere – fisiche, sociali, economiche e simboliche – che modellano la loro quotidianità attraverso dinamiche che sono profondamente di genere. Molte di queste barriere sono invisibili agli uomini, perché raramente rientrano nelle loro esperienze.” – scrive Kern. È davvero possibile immaginare una città femminista nella quale sentirsi al sicuro, dei cui spazi sentirsi titolari, in cui coniugare il lavoro fuori casa con quello di cura senza sentirsi oberate e annientate?

Sì, è possibile, è la risposta dell’autrice, anzi sta già accadendo. Non abbastanza, né su larga scala, ma “ci sono piccole città femministe che spuntano ovunque nei quartieri, se solo riuscissimo a riconoscerle e nutrirle.” I primi esperimenti di micro-città femministe in Occidente risalgono all’800. Ne è stato un esempio la Hull House di Jane Addams e Elle Gates Starr a Chicago, un social settlement che accoglieva gli immigrati europei secondo principi di mutuo appoggio, inclusione e cooperazione con una particolare attenzione alle donne che godevano di minori diritti e opportunità rispetto agli uomini. La Hull House si espanse fino a occupare 13 edifici tra alloggi, asilo, refettorio, cucina pubblica, biblioteca, scuola di musica, palestra e teatro, un ufficio di collocamento e laboratori artigiani. La vita inclusiva e collettivizzata forniva a tutti gli abitanti ogni aiuto necessario. È in questa direzione che bisogna andare, è convinta Kern. Collettivizzare gli spazi, combinare aree residenziali, lavorative e servizi essenziali anziché insistere nel separare i quartieri in cui vivere dai centri amministrativi e commerciali e dai servizi di base.

Esperienze simili si sono avute negli anni ‘80 e ‘90 del ‘900 con l’ideazione di quartieri dotati di spazi socializzati e altre se ne stanno facendo. A Vienna, dove la pianificazione urbana si fonda sulla strategia del gender mainstreaming allo scopo di garantire equità nella strutturazione e nella fruizione della città. Aspern Seestadt è un quartiere viennese con 20.000 abitanti progettato dando priorità alle esigenze delle donne. In Namibia è la Shack Dwellers Federation a costruire una rete di aiuto alle persone che vivono nei quartieri più poveri favorendo l’inclusione abitativa, economica e sociale di chi è spinto ai margini, con la partecipazione attiva delle donne. “La città femminista non ha bisogno di un progetto per essere reale. Non voglio che una super-pianificatrice femminista demolisca tutto e ricominci da zero. Ma se iniziamo a capire che la città è impostata per sostenere un particolare modo di organizzare la società… possiamo iniziare a cercare nuove possibilità.”

Il primo passo da compiere è comprendere chi è stato escluso dal processo di creazione e sviluppo urbano. È anche necessario superare la sola prospettiva di genere e includere nello sguardo gli altri sistemi di oppressione: razzismo, abilismo, capitalismo, colonialismo, omobitransfobia. Ascoltare le esperienze di chi le sperimenta sulla propria pelle, come donne immigrate o con disabilità, madri single, persone senzatetto o appartenenti alla comunità lgbtq. Abbattere le barriere architettoniche che ostacolano la circolazione dei passeggini giova anche a chi si muove in sedia a rotelle. Creare una rete di assistenza all’infanzia aiuta la carriera di una madre della classe media ma permette di trovare un lavoro anche a una donna immigrata senza il sostegno della famiglia e i mezzi economici per accedere a un aiuto esterno. La città femminista in definitiva sarà una città più giusta. Per tutti.

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