Covid: perchè Giappone, Corea e Australia hanno pochi contagi

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Giapponesi brindano in un locale di Osaka (Kyodo/via REUTERS)
Giapponesi brindano in un locale di Osaka (Kyodo/via REUTERS)

Mentre l’Occidente è alle prese con una terribile seconda ondata di coronavirus, con numeri allarmanti in merito ai nuovi contagi e ai ricoveri in terapia intensiva, nel resto del mondo sembrano esserci tre “isole felici” che segnano una tendenza opposta. Giappone, Corea del Sud e Australia, infatti, registrano cifre bassissime. Le statistiche, qui, avanzano al ritmo di poche centinaia o qualche decina di casi giornalieri. Qual è il loro segreto? Come sono riusciti i governi a “domare”, il terribile virus?

Dopo aver adottato misure drastiche la scorsa primavera, oggi l’Estremo Oriente sta vivendo al riparo da nuove emergenze. Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Thailandia ma anche Australia e Nuova Zelanda sono territori risparmiati per ora dal coronavirus.

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Il caso del Giappone

Il Giappone, secondo i dati forniti dall’Oms, aveva ieri 699 casi, in costante discesa dopo un picco di 2mila ai primi di agosto, e 5 morti. Qui il successo nella lotta al coronavirus è attribuito innanzitutto all’uso diffusissimo tra la popolazione della mascherina anche prima della pandemia, per proteggere se stessi e gli altri da raffreddori e allergie. “L’intuizione che ci ha aiutati nella lotta contro il Covid è la nozione di cluster di trasmissione - spiega Yosutoshi Nishimura, ministro incaricato della lotta al Coronavirus, tramite una nota apparsa sul sito dell’ambasciata di Tokyo in Italia - Gli esperti della sanità giapponese hanno utilizzato la tecnica del tracciamento retrospettivo, ricostruendo i movimenti del paziente molto precedenti il contagio”.

Altra misura che in Giappone si è rilevata “salvavita”, è l’aver bloccato le situazioni considerate a più alto rischio: spazi chiusi o affollati, contatti ravvicinati. Il tutto facendo ampio ricorso a tecnologie informatiche ed intelligenza artificiale. “Il nostro new deal digitale - precisa il ministro Nishimura - ha reso il lavoro da casa più facile, promuovendo aggressivamente la tecnologia del telelavoro, liberando le persone dalla necessità di utilizzare i treni di Tokyo affollati di pendolari”. E la tecnologia si è rivelata anche un supporto indispensabile per la pratica dei test rapidi salivari e per gli anticorpi.

La Corea del Sud

Digitalizzazione e uso dei big data sono la chiave del successo nella lotta al coronavirus anche in Corea del Sud. Per superare la fase iniziale di assoluta emergenza e paura, che sembrava quasi fuori controllo, il governo ha adottato politiche di tracciamento massicce della popolazione attraverso app per smartphone ma anche facendo ricorso a raccolte di dati a strascico, ovvero attraverso tracce lasciate da carte di credito o immagini di videocamere in luoghi pubblici.

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Australia e Nuova Zelanda

Nuova Zelanda e Australia possono dire oggi di aver “domato” il coronavirus ma con soluzioni diverse rispetto a Corea, Giappone e Cina. Entrambi i Paesi sono uno spot a favore del lockdown che ha funzionato. Sicuramente in entrambi ha contribuito al successo anche il fatto di avere sterminati spazi con pochi abitanti, condizione ideale per il distanziamento sociale.

Melbourne, la città epicentro dell'epidemia di coronavirus in Australia, può ora uscire dal blocco totale, dopo che domenica il dipartimento della salute dello stato del Victoria non ha segnalato nuovi casi e decessi per Covid.

Come spiega un articolo pubblicato sul sito della CNN, quando in estate i numeri hanno cominciato a salire, il governatore Andrews ha adottato subito misure antiepidemiche rigorose, “le stesse che i governi dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti hanno esitato a mettere in atto per paura di danneggiare l'economia e calpestare le libertà civili”. Dal punto di vista della salute pubblica, la decisione di Andrews sembra aver funzionato.

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