Cyberpunk 2077, coraggioso e imperfetto

Di Nicolò Carboni
·8 minuto per la lettura
Photo credit: CD Projekt
Photo credit: CD Projekt

From Esquire

Nella carriera di tutti i grandi artisti esistono quelli che vengono chiamati Vanity Project, idee così ambiziose, così impegnative, a volte così folli che possono prendere vita solo quando l’autore ha raggiunto una certa credibilità professionale. Ovvero quel momento in cui lo scapestrato visionario può permettersi di battere i pugni sulla scrivania del classico manager col gessato e senza cuore.

Di norma questi progetti passano attraverso difficoltà produttive colossali, ritardi, cambi in corsa e ogni altro tipo di disavventura: nel mondo del cinema l’esempio più classico è I cancelli del cielo di Michael Cimino, un film costosissimo, dalla produzione disastrosa, non capito all’uscita ma che, con gli anni, è diventato un cult.

Cyberpunk 2077 è I cancelli del cielo ma con al posto di Michael Cimino i ragazzi di CD Projekt RED, lo studio di sviluppo polacco passato in pochi anni dall’anonimato assoluto al successo planetario della saga dello strigo Geralt di Rivia, immortalato nella trilogia di The Witcher e, più recentemente nella serie firmata Netflix. Dopo la straordinaria accoglienza ricevuta da Wild Hunt, terzo capitolo della serie uscito su PlayStation 4, Xbox One e PC nel 2015, CD Projekt avrebbe potuto tranquillamente continuare a dedicarsi allo strigo, magari con un quarto episodio, o con qualche spin off ma, come dicevamo prima, a un certo punto a tutti viene voglia di tirar fuori dal cassetto quel progetto di cui nessuno voleva sentir parlare.

Così, nel 2012, quando ancora tutti aspettavano The Witcher 3, CD Projekt RED ha annunciato che aveva iniziato a lavorare a un nuovo gioco, stavolta senza draghi, cavalieri e magie, ma ambientato in una gigantesca città fantascientifica popolata da androidi, umani potenziati da impianti cibernetici e, ovviamente, tanta criminalità più o meno organizzata.

Da quell’annuncio estivo sono passati otto lunghi anni e molte cose sono cambiate (a partire dal gioco stesso, più volte rinviato e rimaneggiato) ma oggi, finalmente, Cyberpunk 2077 è pronto ad atterrare nelle librerie - virtuali e non - di tutti gli appassionati e noi di Esquire, grazie alla disponibilità di CD Project RED, abbiamo potuto giocarci in anteprima. Quello che segue è il resoconto delle lunghe serate che abbiamo passato esplorando Night City e conoscendo i suoi abitanti. Dopotutto nel mezzo di una pandemia e chiusi in casa durante le feste natalizie cosa può esserci di meglio che dedicarsi a un gioco di ruolo fantascientifico da almeno cinquanta ore? Esatto, nulla.

Cyberpunk 2077 è la trasposizione videoludica di un gioco di ruolo cartaceo (si, quelli che negli anni ‘80 erano considerati roba da sfigati, o da protagonisti di Stranger Things) fantascientifico che raccoglieva molto delle suggestioni di Gibson, Sterling e, più in generale di tutto quell’immaginario decadente e pessimista che trova in Blade Runner e nel Neuromante le sue espressioni migliori.

Nei panni di un mercenario di nome V dovremo sopravvivere in un mondo violento, senza pietà e pronto a qualsiasi nefandezza il tutto, tanto per cambiare, mentre ci troveremo nostro malgrado inguaiati in un complotto che ha che fare con una rockstar morta da anni (Johnny Silverhand, interpretato dall’ormai idolo di internet Keanu Reeves), la ricerca della vita eterna e le solite corporazioni prive di scrupoli.

Come in ogni gioco di ruolo classico che si rispetti, potremo personalizzare il nostro protagonista nel modo che più ci piace, fino alle caratteristiche, come dire, più intime. Le opzioni offerte sono moltissime tuttavia nessuna ha un impatto dirimente sulla trama e, soprattutto, essendo Cyberpunk 2077 interamente in prima persona solo in pochissimi momenti vedremo la nostra creazione in tutta la sua bellezza (per modo di dire…). Che V sia una ragazza con la barba e i capelli rapati a zero o un uomo ben pettinato con gli occhi azzurri e le cicatrici in faccia non interessa quasi a nessuno, se non al giocatore che desidera sperimentare le combinazioni più interessanti, o più impressionanti.

Photo credit: CD Projekt
Photo credit: CD Projekt

Night City è splendida, bellissima da esplorare, mentre i personaggi - tra alti e bassi - riescono a rendere bene il senso di una città e di un mondo ormai senza speranza, dove più che vivere si sopravvive però, anche qui, si rifanno a una estetica e a una riflessione complessiva che, all’alba del 2021, appaiono molto meno necessarie rispetto a venti o trent’anni fa. Se il Cyberpunk era il genere “contro” per eccellenza, capace di narrare con spirito critico le ansie di un tempo in cui l’avanzata delle megacorporazioni e della tecnologia apparivano inarrestabili ma, tutto sommato, lontane, oggi ci troviamo a vivere in un presente che somiglia pure troppo alle distopie degli abissi d’acciaio raccontate dai maestri degli anni settanta e ottanta.

Pare secondario ma la perdita d’impatto dell’intero genere ha riflessi non da poco sulla resa di una produzione come quella di CD Projekt RED, in termini emotivi soprattutto. La vicenda principale raccontata dal gioco e pure le avventure secondarie hanno tutta la cura e il gusto per la bella narrazione che abbiamo imparato a conoscere con la saga di The Witcher - anche se non raggiungono la perfezione della storia con protagonista il Barone Sanguinario - ma non hanno la forza che vorrebbero avere. Gli sviluppatori si sono impegnati tantissimo, si vede, si sente, si gioca ma finiscono sempre per fermarsi un poco prima o un poco troppo oltre, si passa da sottotrame tutto sommato banalotte ad altre in cui lo sforzo per stupire il pubblico è talmente telefonato da far passare qualsiasi sorpresa o apprezzamento.

Cyberpunk è alla costante ricerca di un equilibrio che fatica a trovare, al tempo stesso troppo dispersivo e troppo concentrato su se stesso. Quando, e capita molte volte, tutto si allinea nel verso giusto il gioco è un vero capolavoro, capace di rapire per ore e ore, dimostrando come il mondo costruito da CD Project RED sia straordinariamente solido e capace di adattarsi a ogni stile di gioco, da chi desidera sfondare ogni muro a cannonate a chi, invece, preferisce avanzare col dialogo o usando i vari trucchi tecnologici che abbiamo a disposizione. Potenziamente, anche se difficile, si può arrivare ai titoli di coda senza sparare un singolo colpo d’arma da fuoco, uscendo anche dalle situazioni più intricate con la nostra parlantina e, magari, con l’aiuto di un paio di hack ben piazzati.

Esplorando Night City e i suoi sobborghi, però, non si sfugge mai alla sensazione di avere a che fare con un mondo tanto affascinante quanto delicato e, almeno per ora, imperfetto.

Detto molto francamente, Cyberpunk 2077 aveva bisogno di almeno altri sei mesi di sviluppo, durante la nostra prova - insonne, naturalmente - siamo incappati in una serie di bug, dai meno rilevanti, come qualche personaggio incastrato nei muri o un’automobile in cima a un lampione, ad altri più significativi, per esempio quando - per qualche motivo noto solo agli oscuri dei che governano il cyberspazio - il gioco si rifiutava di mostrare sulla mappa gli indicatori di missione corretti. Nella nostra esperienza, al contrario di altri colleghi, non abbiamo mai avuto a che fare con errori che compromettessero l’esperienza di gioco (o impedissero di completare determinati obiettivi) e ci siamo risparmiati pure crash o uscite forzate dall’applicazione.

In ogni caso dire oggi che Cyberpunk 2077 è tecnicamente un titolo stabile e completo sarebbe una falsità. Le patch, ne sono già uscite alcune in questi primi giorni, stanno sistemando almeno le problematiche maggiori ma, con tutta probabilità, occorreranno mesi prima che il gioco arrivi alla sua forma migliore. Almeno su PC.

Abbiamo potuto testare Cyberpunk 2077 sul nostro computer da gaming e, dopo aver smanettato con le impostazioni, abbiamo ottenuto un buon compromesso tra prestazioni e qualità visiva. Non tutti, però, hanno in casa un PC con GeForce RTX e processore di ultima generazione, dunque le impressioni possono variare di molto.

Nell’altra metà del cielo videoludico la situazione pare molto più complicata, leggendo le impressioni di chi ha giocato su Xbox One e Playstation 4, il mastodonte di CD Project RED sembra fare a brandelli le ormai arcaiche sinapsi digitali delle vecchie console (non va dimenticato che entrambe uscirono nel 2013, ovvero quando Cyberpunk 2077 venne annunciato per la prima volta), con rallentamenti, una resa grafica pessima e, in generale, una esperienza di gioco molto diversa da quella garantita - almeno in parte - su PC. Le cose vanno un pochino meglio su Xbox One X e Playstation 5 ma, in generale, se ne avete la possibilità vi consigliamo di godervi Cyberpunk 2077 sulla piattaforma per cui è stato pensato, ovvero il PC, come peraltro farebbe pure Henry Cavill.

Cyberpunk 2077 non è il gioco più perfetto di questa generazione, non è quello più rifinito, non è nemmeno - forse - quello con la grafica migliore ma ha coraggio, il coraggio di affrontare un genere inattuale, il coraggio di prendersi i suoi tempi (i titoli di testa appaiono circa dopo cinque ore di gioco), il coraggio di inseguire una visione tanto difficile quanto coinvolgente.

Non tutto è andato come doveva, Cyberpunk 2077 paga, tra le altre cose, le fatiche adolescenziali di uno studio di sviluppo passato in pochi anni dagli stand con le sedie di plastica flessibile al proscenio internazionale con luci, lustrini e tanti (troppi) soldi in ballo, paga lo sfruttamento - inaccettabile e imperdonabile - degli sviluppatori costretti a straordinari durissimi, senza pause, week end o vacanze, paga, in generale, una ambizione che - altrove - sarebbe stata portata a più miti consigli da qualche manager forse troppo cinico ma molto esperto.

Cosa rimane, dunque, dopo aver vestito i panni cibernetici di V? Un grande viaggio, bellissimo, a tratti stancante, impegnativo, pieno di sorprese e non sempre comodo. Decidere se e come intraprenderlo sta al giocatore e, questo, dopotutto, è quello che conta davvero.