Da Londra a Sydney, ecco perché le donne stanno scendendo in piazza in segno di protesta

Di Redazione Digital
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Photo credit: Mark Evans - Getty Images
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From ELLE

Un filo rosso sembra unirci tutte. Siamo a Città del Messico dove l'otto marzo le donne hanno scritto sulle barricate della polizia i nomi delle vittime di femminicidio. Sono talmente tanti che le coprono tutte. Siamo in Australia a Sydney, Melbourne, Canberra dove le donne stanno scendendo in piazza vestite di nero per dire che le molestie sessuali e le violenze non sono più accettabili. Siamo a Londra, a Clapham Common, davanti alla distesa di fiori lasciati nel punto in cui Sarah Everard è stata vista l'ultima volta prima di sparire nel nulla e venire abusata e uccisa. Siamo qui e, allo stesso tempo, siamo in tutti questi luoghi. L'ondata di indignazione delle donne sta dilagando, le proteste incendiano il mondo e sarà difficile fermarle.

Photo credit: DANIEL LEAL-OLIVAS - Getty Images
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Che la violenza di genere sia un problema lo sappiamo e l'abbiamo sempre saputo. Altrimenti non gireremmo con le chiavi tra le nocche appena cala il sole. Eppure ora la situazione è sempre più insostenibile anche a causa della pandemia che ha acuito drammaticamente il problema. L'OMS nell'ultimo studio pubblicato sull'argomento ha fatto sapere che al mondo una donna su tre è vittima di violenza, sia essa fisica o sessuale. Nel Regno Unito proprio mentre scoppiava il caso Everard, il The Guardian ha pubblicato un sondaggio delle Nazioni Unite secondo cui nel Paese il 97% delle donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni ha dichiarato di aver subito molestie sessuali, mentre l'80% delle donne di tutte le età ha dichiarato di aver subito molestie sessuali in spazi pubblici. Da quando Sarah Everard è scomparsa e i suoi resti sono stati ritrovati alcuni giorni dopo nel Kent, le donne di Londra sono irrefrenabili e sono scese per le strade per commemorare la ragazza anche contro le norme dovute al lockdown. Quel che è peggio è che a polizia ha reagito con violenza rendendo la situazione ancora più tesa e grave specie perché ad essere accusato della morte di Everard è proprio un poliziotto.

Photo credit: STEVEN SAPHORE - Getty Images
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Photo credit: WILLIAM WEST - Getty Images
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Anche in Australia in questi giorni le strade sono invase da migliaia di donne che protestano nella #March4Justice. Tra gli organizzatori c'è chi dice che sia la "più grande rivolta di donne che il'Australia abbia mai visto". Qui tutto è partito dal caso di Brittany Higgins, ex consigliera politica che ha raccontato di essere stata violentata nel 2019 all'interno del Parlamento da un collega. Da lì si è aperto il vaso di Pandora su come le molestie e le violenze sessuali siano ancora normalizzate persino all'interno delle Istituzioni ed è tornato fuori il caso dell'Attorney General Christian Porter che nel 1988 avrebbe violentato una ragazza. "Siamo qui perché è inaccettabile trovarci ancora a combattere questa stessa lotta stantia e stanca", ha detto Higgins ieri durante una manifestazione. Le donne australiane sono stufe e chiedono provvedimenti da parte del governo accusato di coprire casi di violenza screditando le donne e sminuendo il problema.

Photo credit: NurPhoto - Getty Images
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Photo credit: Barcroft Media - Getty Images
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La situazione più grave, però, è forse quella del Messico. Sono mesi che le donne protestano incessantemente contro il governo del presidente López Obrador che continua a minimizzare i problemi sollevati e ad accusare le femministe di farsi sobillare dall'opposizione. E invece i dati fanno rabbrividire: secondo Il Post, nel 2020 in Messico sono stati denunciati circa 16mila casi di stupro e registrati 966 femminicidi. Chi denuncia, poi, fatica a ottenere giustizia: come spiega sempre Il Post, secondo un’inchiesta del sito di notizie Animal Politico, tra il 2014 e il 2018 solo il 5 % delle accuse di violenza sessuale ha portato a una condanna. L'otto marzo a Città del Messico ci sono stati scontri molto accesi con fumogeni, lanciafiamme, barricate e bombe acustiche. "Enough is enough" si legge sui cartelli "Quando è troppo è troppo", ma anche "Credete alle donne", "Vogliamo giustizia" e "Basta femminicidi". Questo filo conduttore unisce le donne di tutto il mondo ed è difficile credere che la rabbia si placherà presto. È arrivato il momento di fare qualcosa o aspettarsi che la lotta continui.