Da Vasco a Springsteen, il mondo musicale dello stadio di San Siro

Maria Teresa Santaguida
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AGI - Milano, 29 nov. - Viste con gli occhi della pandemia le foto dello stadio di San Siro pieno di folle acclamanti sembrano anacronistiche più che mai. Ci si consola solo convincendosi che torneranno i concerti, torneranno gli artisti internazionali, torneranno le magliette sudate e le corde vocali svuotate, anche se ancora non sappiamo quando. Esce in quest'anno bizzarro per la musica e per gli stadi "San Siro Rock", di Massimiliano Mingoia, giornalista politico del Giorno, esperto e amante di rock'n'roll, ora anche storiografo della 'Scala del calcio' nella sua versione di arena musicale.

Un'enciclopedia del rock che ci fa rivivere la storia dello stadio di Milano

Il volume, edito da 'Officina di Hank' (28 euro, 600 pagine), in uno slancio quasi enciclopedico racconta per filo e per segno la storia di un posto che è stato - ed è ancora, al di là dei suoi prossimi destini - 'l'amplificatore' di Milano. Uno stadio che è stato punto d'approdo per tutti coloro che amano la musica. Per chi canta, e nel demone di 'riempire San Siro' vede 'la prova più dura'. Ma anche per i fan, che, da tutta Italia e non solo, regolarmente sbandierano come una medaglia sulla giacca quel 'sono stato a San Siro a vedere...".

Vasco Rossi è il più assiduo, ha il record di 29 concerti

A vedere Vasco ad esempio, che rimane - come emerge dalla classifica in fondo al libro - il più assiduo inquilino rock dell'arena: 29 i concerti del Blasco che hanno fatto tremare il terzo anello. Seguito da Ligabue con 12, e dal 'Boss' Bruce Springsteen con 7  esibizioni. L'acribia del cronista porta l'autore a collezionare citazioni, elenchi, scalette ripercorse al millimetro e intervallate dalle emozioni di quei giorni.

E dal volume sembra anche di respirare l'odore degli archivi dei giornali, che hanno seguito, data dopo data, tutte quelle serate magiche. All'inizio c'è la storia della struttura, nata con un progetto e trasformata nel tempo. Quella stessa struttura che da un paio d'anni si trova al centro di un braccio di ferro tra amministrazione comunale, squadre di calcio (Inter e Milan) intenzionate a soppiantarla, e abitanti del quartiere forse più impauriti di trovarsi ad abitare in un centro commerciale dopo aver vissuto una tranquilla e residenziale periferia, che affezionati alle grandi colonne elicoidali rosse e grigie.

Tutto ha inizio negli anni 80 con Bob Marley

Il libro parte con il battesimo del 'Meazza dei concerti': gli anni 80 e quel Bob Marley iconico, che avrebbe segnato un prima e un dopo, per la musica e per lo stadio: "Il cachet di Marley - si legge - è di centomila dollari a sera, circa ottanta milioni di vecchie lire. Il biglietto, in ogni caso, ha un prezzo popolare: 4.000 lire, 4.400 con i diritti di prevendita. Il ticket cartaceo ha i colori rosso-gialloverde della bandiera Rasta e ritrae Marley mentre si fuma una canna".

La carrellata prosegue con Bob Dylan: 24 giugno 1984. Il libro non tralascia di contestualizzare, accennare alla storia del tempo, e ricordare "tutto quello che c'è dietro": dagli impresari, agli organizzatori, dai movimenti politici che animavano la città e il mondo, fino a chi avrebbe 'aperto' i concerti dei grandi, per poi diventare esso stesso un grande.

È il caso di Pino Daniele, con Dylan '84 (ma si era già esibito prima di Marley nell'80). Quella sera ad ascoltare il poeta ci sarebbe stata "grande attesa ma non il pienone. Alla fine gli spettatori che hanno comprato un biglietto sono poco più di quarantamila per un incasso di ottocento milioni di lire. Non un flop, ma neanche un successo pieno". E chi lo avrebbe mai detto, allora, che avrebbe preso il Nobel?

Da The Boss a Renato Zero, da Pino Daniele a David Bowie

Andiamo avanti. Sarà Bruce Springsteen a "far impazzire l'Italia", poco dopo e in tutte le date memorabili e immortali a San Siro. Seguono Genesis, Duran Duran, David Bowie, Micheal Jackson. Si arriva agli anni duemila con i Rolling Stones, gli U2, i Depeche Mode, i Muse. E i Red Hot Chili Peppers in "un momento di grazia per i posteri": è il primo concerto del 'rock alternativo' a San Siro, per una band dalla storia travagliata; Frusciante 'esce dal gruppo', poi rientra; insomma, aver visto quel concerto del 2004 è una perla rara incastonata nelle menti di chi ha partecipato. Come dimenticare poi Madonna, e i Pearl Jam. Arriviamo agli italiani: Baglioni, Renato Zero, Eros Ramazzoti, Biagio Antonacci, la Pausini.

E Vasco, che si merita numerosi capitoli. Perché "come lui nessuno mai": 29 volte in 29 anni. San Siro è ormai "lo stadio di Vasco", se lo dice lui stesso e come dargli torto. Il libro comprende anche le 6 date del 2019, tutte piene, tutte deliranti, come il Komandante. E' solo un anno fa, eppure sembra passata un'era geologica, complice il Covid (che trova spazio nelle ultime pagine).

"L'ultima canzone della scaletta? È quasi inutile scriverlo: Albachiara. I sessantamila di San Siro la cantano in coro con il loro idolo. Il boato è fortissimo. È un rito collettivo, chiuso da fuochi d'artificio che rischiarano il cielo", scrive l'autore. Vasco urla: 'Siete fantastici", come sempre. Momenti che, nel 2020, dopo un'estate senza concerti, provocano brividi, non solo a chi ha 'messo le tende in quello stadio magari per tre serate di fila, nel timore 'dell'ultimo concerto' del Blasco. Ma anche perché in realtà l'ultima serata si chiuse così: "Ce la farete tutti. Sì, ce la faremo, ce la farete tutti'". Un messaggio di speranza da tenere stretto per questa fine del 2020.