I danni peggiori Trump li ha fatti in politica estera, e per Biden non sarà facile rimediare

Di Lorenzo Forlani
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Photo credit: Getty Images
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From Esquire

Nel dibattito e nei confronti che hanno preceduto le elezioni americane, Donald Trump e i suoi sostenitori si sono spesi molto per rafforzare il livello di circolazione di quello che in questi 4 anni è divenuto un mantra: l'ormai ex (?) presidente americano sarebbe un leader anti-militarista, che ha rotto con la tradizione guerrafondaia statunitense. In molti si sono spinti a definirlo persino un pacifista, altri a candidarlo concretamente al premio Nobel per la pace.

L'idea che il presidente della prima potenza globale possa promuovere la pace e allo stesso tempo viaggiare quotidianamente sul filo dell'incitamento all'hate speech, o peggio, risulta già affascinante di suo. La pace non è, ovviamente, un traguardo da tagliare, come spesso sembra concepirlo Trump, ma una condizione transitoria che dipende dal mantenimento di un equilibrio tra forze, alla coesistenza di diversi presupposti, continuamente passibili di mutamento. Affermare che una intera religione (l'islam) “ci odia”, oppure annunciare di esser pronti a compiere crimini di guerra in un paese nemico, certamente non concorre al mantenimento di queste premesse.

Tuttavia, in un'epoca in cui sembra possibile dire tutto e il contrario di tutto, nonostante quel tutto rimanga perennemente online, non sorprende che esternazioni come quelle citate siano state derubricate a note di colore, a dettaglio. O, talvolta, considerate come un indizio della sofisticata strategia di Trump, che a parole fa la guerra - per mettere pressione o per ostentare - ma coi fatti fa la pace. Appare quindi opportuno concentrarsi su questi fatti, che come le affermazioni di cui sopra non hanno molto a che fare col perseguimento della pace, e definiranno l'eredità di Trump in Asia occidentale e Nord Africa.

Trump ha sostenuto di essere “poco amato dal complesso industriale militare, perché loro vogliono fare la guerra, così le aziende che vendono armi sono contente”. Il dettaglio è che nell’accusare questo complesso militare si è accusato da solo.

Durante la sua presidenza il budget per la difesa è nuovamente aumentato; è aumentata la vendita di armi all’estero (56 miliardi nel 2018 contro i 33 del 2016); e, soprattutto, ha nominato lui stesso tre diversi segretari della Difesa che hanno legami diretti con l’industria militare: prima Jim Mattis (General Dynamics), poi Pat Shanahan (Boeing) ed infine Mark Esper (Raytheon). Quasi la metà degli alti quadri della Dipartimento Difesa sono legati ai contractor militari. Contestualmente, gli Stati Uniti hanno abbandonato in modo unilaterale l’Intermediate Range Nuclear Forces (INF), il New Strategic Arms Reduction Treaty e l’Open Skies Treaty.

Photo credit: OLIVIER DOULIERY - Getty Images
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Se si rimane in superficie, nella dimensione in cui la pace è semplicemente l'opposto della guerra, Trump ha fatto i conti con gli stessi conflitti con cui ha fatto i conti Obama, ed ereditando gli stessi - Iraq e Afghanistan - che quest'ultimo aveva ereditato da Bush jr. La costante in medioriente è sembrata la mancanza di una vision organica di lungo termine, figlia del suo approccio tanto muscolare quanto mercantile alla politica, che ha finito per rendere le (tante) decisioni prese poco coerenti tra loro, nella cornice di un inasprimento delle tensioni regionali.

In Afghanistan ha negoziato un accordo coi Talebani per il ritiro di circa 3400 dei 12000 soldati americani, con la promessa di ritirarne altri se i Talebani - ad un nuovo picco di potere negoziale e presenza in Afghanistan - dovessero rispettare alcune condizioni, come quella di non dare rifugio a formazioni jihadiste. Un primo passo mosso in enorme ritardo e presentato come storico, ma che sancisce un fallimento quasi ventennale, soprattutto se si considera il prezzo in termini di vite umane: sono 10.000 i civili afghani uccisi nel 2019, in linea con gli ultimi sei anni. In ogni caso, i Talebani hanno annunciato pochi giorni fa il loro endorsement a Trump per le elezioni presidenziali.

Tra il 2019 e il 2020, gli Stati Uniti hanno dispiegato altri 14,000 soldati nei diversi teatri, mentre in Siria - contraddicendo il proprio approccio muscolare - Trump “lasciava fare” alla Russia e cambiava idea quattro volte in merito al ritiro delle truppe dal nord del Paese, per poi decidere di richiamare il contingente più consistente proprio mentre iniziavano le operazioni turche contro le formazioni curde, fino a quel momento utilizzate dagli stessi Usa come fanteria nella guerra all'Isis.

Photo credit: Kaveh Kazemi - Getty Images
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In Afghanistan, Iraq, Siria e Somalia in particolare gli Stati Uniti usano i droni, che già dai tempi della presidenza Obama hanno ucciso decine di migliaia di civili. Secondo un rapporto del 2018, Obama nei primi due anni di presidenza ha lanciato 186 strikes con i droni tra Yemen, Somalia e Pakistan; nello stesso periodo, Trump ne ha ordinati 238. Di questi, secondo l'AP, 176 sono stati lanciati in Yemen (laddove Obama ne ha ordinati 154 in otto anni), mentre Amnesty International nel marzo 2019 denunciava “una cortina fumogena di impunità”, parlando non troppo velatamente di crimini di guerra, in riferimento ai 100 strikes con decine di vittime civili, effettuati in Somalia tra il 2017 e il 2019.

Non è forse un caso che proprio in quei giorni di marzo Trump aveva revocato una disposizione decisa da Obama, che imponeva all'intelligence di riferire e rendere pubblico il numero di civili uccisi negli attacchi americani coi droni, e di approvare le operazioni più importanti solo col consenso di tutte le agenzie di sicurezza. Il mese successivo Trump poneva il veto ad una risoluzione adottata da repubblicani e democratici pere porre fine al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra dell'alleato saudita allo Yemen, dopo aver donato un anno prima circa 12,5 miliardi di dollari in aiuti militari a Riad - quasi l'intero budget per la difesa del rivale regionale, l'Iran, che sostiene i ribelli yemeniti Houthi.

Non erano passati nemmeno 6 mesi dal massacro di Jamal Khashoggi, giornalista saudita che nel 2017, critico nei confronti del regime saudita e dell’intervento in Yemen, si era autoesiliato negli Stati Uniti. Giunto nel consolato saudita di Istanbul per alcune pratiche personali, Khashoggi viene assassinato da agenti inviati dall’erede al trono Mohammad Bin Salman (MBS), ed il suo corpo fatto a pezzi.

Photo credit: MANDEL NGAN - Getty Images
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Diversi senatori americani chiedono di disporre misure contro Riad ma Trump, in una conferenza stampa del 18 ottobre, afferma: “so che si sta parlando di diversi tipi di sanzioni ma i sauditi stanno spendendo 110 miliardi di dollari (cifra poi rivelatasi falsa, ndr) in attrezzature militari, su cose che creano posti di lavoro nel nostro paese”.

In un comizio elettorale del 2015, d’altronde, Trump con piglio da businessman aveva detto che “i sauditi mi piacciono molto, come potrebbero non piacermi? Comprano appartamenti da me per 40-50 milioni di dollari”. A conferma dell’insabbiamento congiunto del caso Khashoggi, il giornalista Bob Woodward nel gennaio 2020 riporta le parole del presidente americano sulle responsabilità di MBS: “gli ho salvato il culo. Ho convinto il Congresso a fermarsi, a lasciarlo perdere”.

A suggello dell’amicizia tra Trump, Mbs ed il presidente egiziano Al Sisi - in Egitto un anno prima sparisce Giulio Regeni, che si aggiunge ai migliaia di desaparecidos egiziani - rimane viva nella memoria l’iconica istantanea dei tre che mettono contemporaneamente la mano su una sfera di cristallo nel maggio 2017, all’interno del nuovo “Centro per la lotta all’estremismo” di Riad, capitale di un Regno in cui vige ufficialmente l’interpretazione letteralista wahhabita dell’islam, alimento ideologico di gran parte delle organizzazioni jihadiste.

Donald Trump concepiva i rapporti internazionali come relazioni d’affari e, lungi dall’avere interesse per il progresso e la pace in medioriente, riconduceva tutto ad una lotta per il dominio sugli avversari che “appaltava” volentieri a Riad, contribuendo alla ulteriore polarizzazione geopolitica, nella pretesa di mettere Teheran all’angolo. Coerentemente con quanto aveva annunciato in campagna elettorale - e nel sospetto che la decisione sia maturata soprattutto per rivendicare scelte opposte ad Obama, come fatto con l’Obamacare, senza proporre alternative.

Photo credit: SAUL LOEB - Getty Images
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A maggio 2018 abbandona unilateralmente lo storico accordo sul nucleare iraniano raggiunto da Teheran con i paesi del 5+1, reintroducendo sanzioni pervasive sull’economia iraniana che Mike Pompeo collega esplicitamente alla volontà americana di far sì che “il regime scelga di ascoltarci, se non vuole che la sua gente mangi”. Il ritiro americano ha confermato inevitabilmente tutte le paranoie del regime iraniano sulla inaffidabilità e la malafede di Washington, e renderà complesso qualunque accordo futuro. Emblematico, di riflesso, l’atteggiamento quasi amichevole che Trump ha avuto con il leader nordcoreano Kim Jong-un, che nel frattempo persegue tanto un programma di missili a lungo raggio quanto un programma nucleare a fini militari.

Con l’Iran Trump rischia l’escalation militare repentina quando decide di assassinare a Baghdad, nel gennaio 2020, il Capo delle Forze Al Quds dell’IRGC, il generale iraniano Qassem Soleimani, fondamentale nella guerra all’Isis ma principale ostacolo agli interessi americani e sauditi nell’area, visto il suo ascendente sulle milizie anti-americane attive in Iraq. Soleimani è vittima sostanzialmente di un attentato, mentre è in Iraq con passaporto diplomatico, su invito del governo iracheno, e si trova all’interno di un’auto che viaggia sulla strada pubblica dell'aeroporto civile. Di riflesso, l’Iraq - il cui Parlamento dopo l’omicidio di Soleimani ha votato per il ritiro della truppe americane - negli ultimi 20 anni non è mai stato così “lontano” da Washington.

Un'operazione dal valore mediatico, più che strategico, anche perché sono in molti a sostenere che Soleimani, in virtù dell’ascendente di cui sopra, fosse paradossalmente l’unico in grado di “disciplinare” e riunire sotto un comando centrale le milizie, che ora potrebbero essere meno controllabili ed animate da una quota crescente di fanatismo e livore. Che con l’Iran si sarebbe tentato un approccio aggressivo - che già in passato aveva pagato ben poco - lo si era capito da alcune nomine in ruoli chiave: John Bolton, Jim Mattis, Mike Pompeo e Michael Flynn (a cui si potrebbe aggiungere Rudy Giuliani) sono sempre stati dei promotori espliciti di un golpe in Iran.

Allo stesso modo Jared Kushner, Jason Greenblatt e David Friedman (rispettivamente senior adviser, ex incaricato dei negoziati internazionali e ambasciatore in Israele) sono dei sostenitori accaniti degli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania, e a diversi livelli coinvolti in quello che è stato definito “deal of the century” (laddove un “deal” richiede almeno due parti che si accordano), cioè un piano di Trump e Netanyahu per istituzionalizzare la bantustanizzazione dei territori palestinesi, nonché legittimare l’unilateralismo israeliano.

Photo credit: MANDEL NGAN - Getty Images
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Il “deal” è stato rigettato dalle autorità palestinesi ed ha polarizzato ancor più la società civile, che nel 2018 aveva già vissuto l’umiliazione della proclamazione di Gerusalemme capitale indivisibile di Israele e quella dello spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv, senza dimenticare il taglio ai fondi che Washington destinava all’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA).

Così come il “deal of the century” tenta di ufficializzare l’apartheid e legalizzare la realtà fattuale del progetto neocoloniale israeliano, venendo a costituire un triste e pericoloso fallimento diplomatico, gli “accordi di Abramo” sono in un certo senso conseguenza di questo fallimento, e seguono la stessa logica: le “normalizzazioni”, mediate dagli Usa, tra Israele ed alcuni Stati del Golfo (Bahrein, Emirati Arabi Uniti), a cui poi si è aggiunta quella col Sudan (non senza ricatti da parte di Washington), non fanno altro che mettere per iscritto dei rapporti che già da anni si basavano sulla collaborazione e l’alleanza strategica in funzione anti-iraniana.

Dal punto di vista mediatico, un goffo tentativo di convincere il mondo che Israele “fa la pace” con i “paesi arabi”. I quali, avendo da tempo abbandonato la causa palestinese, nel firmare questi accordi finiscono per sostenere la bontà dello stesso “deal of the century”, inasprendo le tensioni tanto con lo stesso Iran quanto con le società civili degli altri paesi arabi.

Invertendo i termini della celebre frase dello scrittore romano Vegezio, si potrebbe quasi sostenere che questi “accordi di pace” hanno la funzione ultima di preparare e rendere più probabile una guerra nel medio termine. Un orizzonte che Trump - morbosamente ostile a qualunque passo compiuto dall'amministrazione precedente, oppositore al multilateralismo e sostenitore di una nuova forma di eccezionalismo - non sembra aver mai considerato.