I dati parlano chiaro, per i giovani italiani è sempre più difficile andarsene di casa

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Photo credit: Kevin R. Morris - Getty Images
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Qualcuno li chiama mammoni, altri bamboccioni, ma i più raffinati preferiscono choosy. In Italia ci sono tanti nomi per descrivere i ragazzi che tra i 18 e i 34 anni vivono ancora con i genitori, ma pochi si chiedono quale sia il motivo di quella che molto spesso è una scelta obbligata e non un capriccio. Se un tempo il 50% dei ragazzi che restavano ad abitare nella casa di famiglia lo faceva perché stava bene con i genitori e non sentiva l'esigenza di spostarsi, ora invece la percentuale che rimane per scelta si è abbassata al 20%, mentre per gli altri la decisione è sempre più dettata dalla mancanza di lavoro o di uno stipendio adeguato per mantenere uno stile di vita dignitoso, che consenta di sobbarcarsi un eventuale canone di affitto o un mutuo.

Photo credit: Jodie Griggs - Getty Images
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Come si evince dall'ultimo rapporto Eurostat gli italiani non vanno via di casa prima dei 30 anni (in media a 30,1 anni, per la precisione), contro i cugini francesi che lasciano mamma e papà a 23,6 anni e soprattutto rispetto ai sempre ineguagliabili svedesi, che in media abbandonano il nido giovanissimi e non ancora maggiorenni all'età di 17 anni e mezzo. Peggio di noi solo Slovacchia (30,9), Serbia (31,1), Croazia e Macedonia (31,8), e Montenegro (33,1). Ma perché per gli italiani andare via di casa è sempre più difficile? Uno dei motivi riguarda la difficoltà nell'inserirsi nel mercato del lavoro. Dati Istat alla mano, i giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, in Italia sono circa 2 milioni, pari al 22,2% dei giovani compresi tra i 15 e i 29 anni. Una categoria generica che attraversa trasversalmente tutto il Paese e in cui rientrano sia il neolaureato "con alte potenzialità e motivazioni", che sta cercando un lavoro in linea con le proprie aspettative, sia il giovane che ha abbandonato presto gli studi, già rassegnato a vivere sulle spalle dei genitori. Per tutti loro la prima casa è un miraggio ogni giorno più lontano e un obiettivo da posticipare sempre di più a danno dei nuovi nuclei familiari che tarderanno a formarsi e che rimanderanno di anno in anno la scelta di fare un figlio.

Photo credit: Dean Mitchell - Getty Images
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Per cercare di far fronte a questa situazione il governo ha approvato il decreto Sostegni Bis, in cui sembrano profilarsi aiuti concreti all’acquisto della prima casa per gli under 36 con un Isee sotto i 40mila euro annui, che dal 24 giugno prossimo fino al 30 giugno del 2022 potranno fare domanda per un mutuo e potranno usufruire di una garanzia pubblica dell'80% oltre che della cancellazione delle imposte di registro, ipotecarie e catastali. Una misura necessaria, secondo il premier Mario Draghi, perché "i giovani hanno bisogno di una casa, di un lavoro sicuro", ma che forse potrebbe non essere sufficiente in città come Milano, dove il costo medio della vita e degli immobili è molto più caro del massimale previsto dal governo per il prestito.

Photo credit: Klaus Vedfelt - Getty Images
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Secondo la classifica QS che pubblica la graduatoria delle migliori città universitarie mondiali, per avere un punteggio elevato una città deve rispondere a quattro requisiti: facilità nel trovare lavoro, costo della vita, fattori di attrattività e livello di gradimento per la città espresso dagli studenti. Ebbene, in questa classifica Milano si colloca al 15esimo posto per possibilità di impiego, ma al 91esimo in relazione al costo della vita. Ecco perché la misura di Draghi potrebbe non essere sufficiente. Come sostenere allora i ragazzi e accompagnarli negli anni cruciali della formazione, della ricerca del primo impego e del successivo acquisto della prima casa?

Per esempio migliorando l'offerta degli alloggi universitari, che spesso non sono sufficienti a coprire le richieste degli studenti fuori sede, che a volte per ragioni economiche sono costretti a rinunciare a delle opportunità di studio fuori dalla propria città per l'eccessivo costo dei canoni di affitto dei privati. E poi ancora intervenendo sul mercato immobiliare, introducendo un equo canone sugli affitti che ridimensioni i prezzi e renda più sostenibile una vita fuori dalla casa dei genitori. Un'altra misura importante potrebbe riguardare il lavoro giovanile, che andrebbe incoraggiato fin dai primi anni universitari mettendo in atto una più efficace politica di alternanza studio-lavoro, magari con dei contratti che diano la precedenza agli studenti e che definiscano obiettivi e finalità di tirocini e collaborazioni, che dovrebbero essere delle concrete opportunità di crescita e non dei contratti capestro di sfruttamento. Solo così lo Stato potrà garantire un sostegno effettivo ai ragazzi, che cominceranno a fare progetti per il futuro lontano dai genitori. In mancanza di politiche giovanili, la più sicura forma di welfare continuerà a essere la famiglia e in quel caso non sarà difficile spiegarsi il perché di certe scelte.