Davvero torneremo alla normalità "in primavera"? Cosa aspettarsi dal vaccino per il Covid-19

Di Simone Cosimi
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Photo credit: JEFF PACHOUD - Getty Images
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From Esquire

Quando torneremo alla normalità? Difficile dirlo. Il celebre immunologo statunitense Anthony Fauci ha parlato dell’autunno, mentre Ugur Sahin, co-fondatore di BioNTech insieme alla moglie Özlem Türeci, si è detto fiducioso che già entro l’estate gli effetti del suo vaccino sviluppato con Pfizer e degli altri si faranno sentire. Ma per un rientro verso la normalità occorrerà attendere l’immunizzazione di gran parte della popolazione mondiale, per cui non se ne parlerà prima del prossimo inverno.

Certo è che, almeno sotto l’aspetto dell’agenda pubblica, già oggi siamo alle prese con incombenze (e temi) ben diversi da quanto potessimo immaginare solo qualche settimana fa. In qualche maniera le notizie che arrivano dalle aziende farmaceutiche, e che andranno confermate dagli studi scientifici e dalla valutazione degli enti regolatori come lo statunitense Fda e l’europea Ema, ci hanno scosso dal drammatico ristagno dell’autunno. Ci stiamo dunque confrontando con la pianificazione di un’immunizzazione di massa, per decine di milioni di persone in ogni paese, con le difficoltà logistiche di una distribuzione intensa e scaglionata nel tempo, in certi casi in condizioni di conservazione piuttosto complesse.

Photo credit: Hindustan Times - Getty Images
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Per capire quando torneremo davvero alla normalità occorre dunque incrociare diversi aspetti: l’efficacia dei vaccini che arriveranno – con ogni probabilità ne avremo tre o quattro pronti fra la fine di dicembre e gennaio 2021 – e di cui abbiamo parlato qui, la capacità di somministrazione, la durata dell’immunità acquisita e la disponibilità della popolazione a vaccinarsi. Secondo l'immunologo e genetista canadese Sir John Bell, celebre docente di medicina di Oxford, la vita potrebbe rientrare in una sorta di regolarità entro primavera, prima di quanto stimino in molti.

Secondo altre analisi, come quella sviluppata su The Conversation, il quadro è ben più complesso: i primi vaccini in arrivo, proprio perché dobbiamo valutarne l’efficacia sul campo (anche a seconda delle diverse fasce di popolazione) e affrontare una distribuzione ciclopica, saranno solo uno degli strumenti, certo fra i più potenti, per contrastare la pandemia e riportarla progressivamente sotto controllo. Ma non la bacchetta magica che muterà ogni cosa in primavera. Anche se i metodi utilizzati dai vaccini, in particolare quelli a Rna messaggero che contengono una porzione di materiale genetico in grado di stimolare la produzione di proteine spike e fornire così una memoria all’organismo nel caso in cui venga aggredito dal virus, promettono di essere più veloci, sicuri ed efficaci dei metodi tradizionali. Quelli che si basavano, e si basano tuttora, su una versione indebolita del virus stesso.

Photo credit: GETTY
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Eppure non ci sono vaccini antivirali basati su questi metodi e utilizzati su larga scala, quindi ci addentreremo nei prossimi mesi in un campo che di fatto non conosciamo. Se non in laboratorio e nei trial sugli esseri umani, che sembrano tuttavia aver prodotto ottimi risultati. Dobbiamo inoltre comprendere se i vaccini impediscano solo di sviluppare la sindrome Covid-19 in forma severa, ma lascino i vaccinati asintomatici e potenzialmente contagiosi, oppure impediscano del tutto l’infezione. E appunto quanto durerà l’immunità, con la probabilità di dover ripetere l’immunizzazione ogni anno come per l'influenza di stagione. Sono questioni non da poco anche rispetto ai tempi di sviluppo di un’immunità di gregge. Tuttavia, già poter evitare sintomi gravi sembra un mezzo miracolo, rispetto al quadro con cui abbiamo oggi a che fare nel pieno della seconda ondata. E ci restituirà a prescindere un bel pezzo di normalità.

Non solo anticorpi, cioè linfociti B. Anche un altro tipo di risposta immunitaria, come quella mediata che coinvolge i linfociti T, potrà essere importante. E sia il vaccino Pfizer che l’AstraZeneca, atteso al traguardo fra qualche settimana, hanno mostrato di stimolare la risposta dei linfociti T. A differenza dei B che producono immunoglobuline IgM ed IgG (anche della memoria), questi hanno un compito più preciso: riconoscere le cellule infettate da virus, legarsi ad esse ed eliminarle. Nel primo caso i linfociti “inseguono” il virus, nel secondo aggrediscono le cellule compromesse e si chiamano più specificamente linfociti T Suppressor: esercitano una attività citotossica, ossia di neutralizzazione nei confronti delle cellule nocive per l'organismo. Includono i linfociti Natural Killer, Linfociti T citotossici CD8 e Linfociti T regolatori.

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Raggiungere anche solo il 70% di copertura vaccinale sarà dunque dura per una grande quantità di ragioni, fra cui quelle che abbiamo visto. Da questi primi vaccini possiamo realisticamente attenderci che proteggano temporaneamente alcune categorie, quelle più a rischio. Questo aiuterà moltissimo sia lo stress dei sistemi sanitari che la circolazione dell’infezione. Ma non potremo fare a meno delle misure a cui siamo abituati, mascherine e distanziamento, almeno fino al prossimo autunno.