A dicembre il 99% dei posti di lavoro persi erano occupati da donne. Com’è possibile?

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: Maskot - Getty Images
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From ELLE

Ma non avevamo detto "ripartiamo dalle donne"? L'idea che la pandemia potesse servire finalmente a svegliare le coscienze sulla condizione (non proprio rosea) delle lavoratrici era stato il leitmotiv della prima ondata. Eppure la situazione - bisogna dirlo - continua inesorabilmente a peggiorare. Ok, la crisi c'è, la pandemia non è finita e dobbiamo aspettare gli effetti del vaccino, ma non si può e non si deve ignorare come la situazione stia penalizzando sopratutto le lavoratrici. Secondo l'ISTAT il calo nell'occupazione nel mese di dicembre è stato quasi esclusivamente femminile. Nonostante sia ancora attivo, fino alla fine di marzo, il blocco dei licenziamenti, l'occupazione è tornata a calare e a perdere il lavoro lo scorso mese sono state soprattutto le donne. La situazione era lievemente migliorata tra luglio e novembre, ma ora di nuovo male: i lavoratori sono scesi di 101 mila unità e di questi 99 mila sono donne.


Questo significa che il tasso di occupazione femminile nel mese di dicembre è sceso di 0,5 punti percentuali mentre è cresciuto quello di inattività dello 0,4%. Il lavoro maschile, in confronto, risulta assai meno penalizzato. Di queste 101 mila unità perse, solo 2000 sono uomini. Il tasso di occupazione maschile è stabile e in lieve discesa (meno 0,1%), l’inattività. A guardare il quadro complessivo dall'inizio della pandemia, poi, il gap risulta forse ancora più evidente: sempre secondo l'ISTAT, nel 2020 444 mila persone hanno perso il lavoro. Di queste, 132 mila sono uomini, mentre le donne sono 312 mila.

Davanti a dei dati che parlano chiaro, la prima cosa che viene da chiedersi (accompagnata da non notevole senso di ingiustizia) è "perché?". Le motivazioni sono varie e derivano da una situazione già critica che la pandemia ha semplicemente esacerbato e reso evidente. Le donne hanno (e avevano già prima) lavori più precari e meno pagati come insegna il gender pay gap. Poi c'è l'annoso problema del lavoro di cura che è ancora in gran parte (al 74% secondo i dati dell'International Labour Organization) sulle spalle delle donne: in Italia le donne svolgono ogni giorno 5 ore e 5 minuti di lavoro non retribuito di assistenza ecura mentre gli uomini in media un’ora e 48 minuti. Di conseguenza, il 21% delle donne italiane in età lavorativa dichiara di non cercare attivamente un’occupazione o di non essere disponibile perché impegnata nel lavoro di cura non pagato. Con la pandemia, le scuole chiuse e la DAD la situazione è ulteriormente peggiorata costringendo le mamme lavoratrici a penalizzare il proprio lavoro fino addirittura a lasciarlo (del resto, nella coppia è meglio che lasci il lavoro chi è più precario e meno pagato, no?).

Davanti a un quadro simile verrebbe da dire che la parità di genere nel mondo del lavoro (ma non solo) dovrebbe essere la priorità, a maggior ragione se si pensa che, stando ai calcoli della Banca d'Italia, se tutte le donne attualmente disoccupate lavorassero, il PIL crescerebbe del 7%. Anche l'Unione Europea è sulla stessa linea dato che ha stabilito che, per accedere ai fondi , i piani nazionali siano prima sottoposti a una valutazione dell’impatto di genere. Eppure in Italia ciò che il governo sta facendo non sembra abbastanza, non sembra prendere il problema con la giusta serietà e c'è il rischio che la distribuzione dei fondi vada a peggiorare anziché migliorare la situazione di disparità.

Per questo è nato il movimento Giusto Mezzo, che ha lanciato una petizione per chiedere che la metà dei fondi europei sia investita in opportunità di lavoro per le donne, in servizi di cura per i bambini, gli anziani, i disabili e nella lotta alle discriminazioni di genere. Il manifesto è articolato in tre punti principali: allargamento dell'offerta della cura della prima infanzia (asili nido soprattutto) e della famiglia in generale, rilancio dell'occupazione femminile (anche con ipotesi di supporto fiscale e con il sostegno all'imprenditoria femminile) e gender pay gap. Si chiedono interventi strutturali e radicati per ripartire davvero tenendo conto di una maggiore parità e non solo a parole. Alla base, certo, c'è un cambiamento culturale, ma misure concrete a sostegno delle donne (come le tanto invise quote di genere) servono anche a questo e, nel lungo periodo, portano a un beneficio per tutti.