Dieci anni di Siria, la guerra dimenticata

Di Redazione Gente
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Photo credit: Siria
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From ELLE

Quanto tempo ci vuole per scendere all’inferno? Ai siriani sono serviti dieci anni, e non ci sono gironi più dolenti e lontani da Dio di quelli che hanno attraversato da marzo 2011. Quattrocento mila morti, forse cinquecentomila, dicono le cifre non ufficiali dopo che dal 2014 le Nazioni Unite hanno rinunciato ad aggiornare il conto delle troppe vittime, e 12 milioni di sfollati, la metà della popolazione siriana prima della guerra, che vivono senza una casa all’interno del Paese o fuori dai confini, in Turchia, Libano, Giordania, Iraq.

Photo credit: Goutha (Siria)
Photo credit: Goutha (Siria)

E poi i bambini. "Più di 12 mila sono stati uccisi in questo decennio", ci racconta Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. Una strage. "Significa tre vittime al giorno, ma riguarda solo i dati censiti e io temo che il numero reale sia cinque volte maggiore". Violenze devastanti che hanno conseguenze anche sui sopravvissuti. "Quasi 5.700 minori sono stati reclutati nei combattimenti, il 50 per cento dei bambini non va a scuola, anche perché un edificio scolastico su tre non è agibile perché distrutto o usato come rifugio per le famiglie sfollate", dice Iacomini. "Le strutture sanitarie operative sono la metà, lo stress psicologico sui più piccoli è raddoppiato e l’emergenza Covid ha complicato tutto. Come si possono applicare corrette misure di contenimento alla pandemia in villaggi in cui manca l’acqua, come accade nella zona a Nordovest del Paese, la più in difficoltà?". Il peggior disastro umanitario dal Dopoguerra e una delle più vaste operazioni della storia di Unicef, chiamata ad aiutare il 90 per cento dei minori. Tra di loro, ce ne sono 6 milioni che sono nati in questo decennio. "Bambini che credono sia normale non aver da mangiare tutti i giorni, vivere dentro un container in un campo rifugiati piuttosto che in una casa o sedere su un banco a studiare e immaginare il futuro". Forse è peggio per gli altri, quelli che la vita prima delle bombe se la ricordano: eppure le loro notti continuano a essere popolate da sogni di pace.

Photo credit: Saja
Photo credit: Saja

Saja, per esempio, ha lasciato la Siria sei anni fa dopo che un bombardamento le portò via una gamba e quattro dei suoi migliori amici. Oggi è maggiorenne, vive al campo rifugiati di Za’atari, in Giordania, dove studia per diventare insegnante di educazione fisica ed è grata per la protesi che le consente di camminare senza stampelle, ma anche di giocare a calcio. "La vita prima della guerra era veramente bellissima. Mi piace giocare a calcio con gli amici, quando gioco non sento di aver perso qualcosa. Ma il mio desiderio per il futuro della Siria è che tutto torni com’era. Spero di poter tornar a essere al sicuro".

Photo credit: Safa
Photo credit: Safa

Anche Safa ha perso una gamba prima di scappare dalla Siria, all’età di 12 anni. Oggi per lei Za’atari è un ricordo. "Vivevamo in una tenda. Non mi piaceva perché il vento soffiava e dovevamo sistemare sempre tutto in continuazione e mi stancavo", ricorda oggi che ha 14 anni e vive in Canada con tutta la famiglia. "Quando vivevo nel campo avevo tre desideri: il Canada, un letto e una protesi per la mia gamba. Ora che tutti conoscono la mia storia sono diventata più forte, non provo più vergogna. E spero che il mio Paese torni a essere un posto sicuro, con i bambini a fare lezione nelle scuole".

Photo credit: Bodoor
Photo credit: Bodoor

Non ha perso la fiducia neppure Bodoor, che oggi ha 19 anni e frequenta l’università di Zarqa, in Giordania, per diventare un’astronauta e lavorare con le agenzie spaziali. Dalla Siria è andata via all’inizio del conflitto, poi ha vissuto nel campo profughi giordano di Azraq insieme alla sua famiglia, con due sorelle e tre fratelli. "Ciò che mi manca più di ogni altra cosa è mio zio. Gli voglio tanto bene e non lo vedo da dieci anni, spero un giorno di rivederlo e anche se non so se mi riconoscerà, sono fiduciosa".

Photo credit: Un padre siriano porta a terra i suoi bambini
Photo credit: Un padre siriano porta a terra i suoi bambini

Chissà cosa vedono se si voltano indietro, a quegli slogan che inneggiavano alla democrazia scritti dagli studenti sui muri di Daraa nei giorni delle Primavere arabe. "È nato tutto da lì", ricorda Chiara Lovotti, ricercatrice per il Medio Oriente dell’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale. "Da quella legittima protesta popolare contro un regime non democratico, presto soffocata nel sangue dal presidente siriano Bashar al-Assad". Prima guerra civile, poi conflitto internazionale, mentre il Paese viene dilaniato da attacchi chimici e bombardamenti, assedi infiniti e orrori inflitti da gruppi armati tra cui lo Stato islamico. "È salito agli onori della cronaca perché era il gruppo più violento e mediatico, con le immagini terribili che hanno fatto il giro del mondo e i giornali stampati in lingua siriana, francese e russa. Ha avuto un ruolo, ma nella Siria non era l’unico, c’erano centinaia di gruppi armati. È stato invece il pretesto con il quale in tanti hanno deciso di combattere nel nome del Paese". Il destino di Damasco si delinea nel 2015. "Quando gli americani hanno fatto capire che non si sarebbero fatti invischiare in un altro conflitto in Medio Oriente dopo Iraq e Afghanistan", continua Lovotti, "lasciando uno spazio sconfinato all’intervento della Russia, che, sostenendo il regime di Assad, ha cambiato le sorti di Siria e siriani". C’è stato un momento in cui Assad controllava poco altro oltre a Damasco, ma grazie alla Russia ha riconquistato quasi tutti i territori, ad eccezione della zona di Idlib, a Nordovest, ultima sacca di resistenza dei ribelli, spiega la ricercatrice.

Photo credit: Il presidente siriano Bashar al-Assad e la moglie Asma
Photo credit: Il presidente siriano Bashar al-Assad e la moglie Asma

E quel che non è riuscita a fare la guerra, lo sta facendo oggi la spaventosa crisi economica collegata anche alla bancarotta libanese che ha messo in ginocchio le famiglie. "Il tema cruciale è quello della ricostruzione, ma l’Unione europea fa resistenza a finanziare un Paese che rimane nelle mani di un dittatore: è lecito, ma per i siriani significa vivere in un Paese con le strade distrutte, le case crollate, le città rase al suolo". Sarebbe diverso se Assad cadesse. A luglio ci sono le elezioni presidenziali. "Ma la classe politica è sempre la stessa, formata da familiari e cerchia ristretta di Assad: anche se andasse al potere qualcun altro di questi, difficilmente cambierebbe qualcosa. Ed è difficile immaginare che Assad si farà da parte", conclude Chiara Lovotti. Tutto cambia perché nulla cambi. Non servirà perfino la sentenza di condanna per crimini di guerra di un agente di Damasco da parte dell’Alta Corte di Coblenza, in Germania, o l’apertura dell’indagine per crimini di guerra su Asma al-Assad, moglie del dittatore e cittadina britannica, da parte di Scotland Yard. "Niente di tutto questo ha valore per i siriani", spiega Shady Amadi, scrittore di origini siriane e attivista per i diritti umani che vive a Londra, "perché i loro problemi non sono affrontati né risolti. Questo processo e questa indagine sembrano voler dire: guardate, giustizia è stata fatta. Ma per i morti nelle fosse comuni, gli espatriati e i rifugiati non si è vista alcuna giustizia". E dieci anni dopo non c’è neanche più spazio per le utopie, dice Amadi, autore assieme al padre, esule dalla Siria, di La nostra Siria grande come il mondo, per add Editore. "Per noi questo anniversario significa solo una cosa: la fine dell’illusione che i siriani, di fronte alle torture, all’esilio e alla perdita della propria casa, possano trovare una voce di ascolto".

Testo di Rossana Linguini

Tutte le foto sono state pubblicate da Gente