Dieci scultori italiani mid-career

Di Marco Arrigoni
·10 minuto per la lettura
Photo credit: DANIELE MOLAJOLI
Photo credit: DANIELE MOLAJOLI

From Harper's BAZAAR

Harper’s Bazaar Italia propone qui il secondo di una serie di articoli dedicati ai più interessanti artisti italiani mid-career. Ogni pezzo raccoglie dieci nomi rispettivamente di pittori, scultori, performers, video-artists, fotografi.

Mario Airò

Photo credit: Copyright 2018 Armellin F.
Photo credit: Copyright 2018 Armellin F.

Nato a Pavia nel 1961, ha studiato a Milano sotto l’influsso del grande Luciano Fabro. Mi viene in mente la canna da pesca, con un filo di nylon invisibile se non per i riverberi in trasparenza, l’incommensurabile teso al basso da un piombino pesante. L’arte di Airò è così: al limite della visibilità, sull’orlo di una leggerezza tale da essere portata via da un soffio, sul crinale di una naturalezza che è un attimo non accorgersene perché perfettamente camuffata nel mondo – eppure riesce ad esistere proprio per quel peso che le dà un corpo e una stasi, che è peso culturale, letterario, citazionistico. Ciò che mi ha sempre sorpreso è la capacità della sua arte di essere sintesi di vita, di un processo emozionale, di un guizzo emotivo. Lo spazio diventa atmosfera, l’incontro di materiali diversi si fa alchemico, la transitorietà non fugge via come pulviscolo ma si sedimenta in forme d’equilibrio. Anche se non amo mescolare parole appartenenti ad ambiti diversi, vien proprio da dire che l’arte in questo caso assume davvero un che di poetico. Tra le più importanti esposizioni cui ha partecipato si segnalano: I Moscow Biennale of Contemporary Art, Mosca (2005); Kwangju Biennale (Corea 2004); Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia (1997 e 2003).

Micol Assaël

Photo credit: Courtesy photo
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Nata a Roma nel 1979 e laureata in filosofia, Assaël tira le cinghia della scienza, mettendola alla prova dell’arte. Le opere diventano esperimenti scientifici, rispolverano vecchi macchinari e procedimenti desueti come per riprodurre la storia scientifica descritta sui libri, ma strapazzandola e togliendola dalla binarietà del procedimento, ammettendo l’importanza dell’inciampo, dell’impossibilità di incedere senza errore. Il pubblico è coinvolto e anche sottoposto alla trafila di inaspettate conseguenze che il suo esperimento porta in atto. L’obiettivo è quello di rendere plastico il confine tra visibile e invisibile e anche di realizzare un’architettura (chiamiamola anche installazione) che custodisca il processo di disvelamento dell’ente, quello della creazione: prima non c’era e ora c’è. La sua però è anche una produzione molto riflessiva, la scultura diventa la traduzione di quesiti sull’uomo: l’attività del plasmarla porta a scoprire l’impossibilità di dominarla, prevederne il destino, fenomeno in un mondo di fenomeni effimeri.

Tra le varie mostre personali, Micol Assaël ha esposto al Museo Riso di Palermo (2017); all’Hangar Bicocca di Milano; al Museion di Bolzano; alla Kunsthalle Fridericianum di Kassel; al Palais de Tokyo di Parigi.

Bruna Esposito

Photo credit: Courtesy photo
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Esposito vuole coinvolgere con le sue opere tutti i sensi, si serve di materiali naturali facendoci assistere alla loro insita transizione e scomparsa, si pone il quesito ambientale dell’ecologia e lo rispetta, stando nel flusso della vita e del tempo servendosi di ciò che esiste senza produrre scorie in avanzo. Acqua, musica, polpi essiccati, bucce di cipolle, vecchi ventilatori sono le icone di un linguaggio visivo legato alla simbologia del mondo che viviamo per rappresentarlo in nuce. Sono metafore legate alla vita, alla politica e alla natura, parlano dell’economia dei mezzi, dell’incanto della forma concisa, delle culture e abitudini che si intrecciano.

Nata a Roma nel 1960, ha esposto al MAXXI di Roma (2020 e 2017), Muntref Centro de arte y naturaleza di Buenos Aires (2020), Castello di Rivoli a Rivoli (2002), Biennale di Venezia (2005 e 2013). È tra gli artisti invitati alla Quadriennale d’Arte 2020 di Roma.

Lara Favaretto

Nel 2006 si è tagliata i suoi lunghi dreadlocks, li ha inseriti in una corda di iuta, e l’ha poi attaccata ad un congegno che la faceva roteare e sbattere contro i muri della galleria. Era un’opera incazzata, euforica, viva: l’energia e l’emotività proprie dell’artista si manifestano in un dispositivo che sbatte, sbatte e sbatte. Nata nel 1973 a Treviso, Favaretto crea opere che sono monumenti precari, simboli di un’assenza, o metafore di un mondo come vuoto da riempire, di caos senza significato. Molte volte appare il tema della festa, ci sono simboli carnevaleschi e circensi che manifestano esaltazione, smania di colori, suoni, forme, ma sempre compare poi un senso di inutilità, di tragicommedia, nostalgia. Alla Biennale di Venezia del 2019 ha fatto in modo che l’ingresso del Padiglione Centrale fosse offuscato da una nebbia costante, silenziosamente accecante, monumento all’ignoto, al mistero, all’impossibilità di vedere: viene in mente la Siepe di Leopardi.

Sue mostre personali hanno avuto luogo al Museum of Contemporary Art Santa Barbara, USA (2019); alla Kunsthalle Mainz, Moinz 82018); alla Galleria Franco Noero, Torino (2017); al MAXXI di Roma (2015); al Museum Haus Konstruktiv, Zurigo, ecc.

Francesco Gennari

Photo credit: Courtesy photo
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Gennari è nato a Pesaro nel 1973 e vive e lavora tra Milano e Pesaro. Crea opere d’arte non tanto per indagare e rappresentare, ma per indagarsi e rappresentarsi. Il tema dell’autoritratto è centrale nel suo lavoro, ma esso non è solo rappresentazione di sé attraverso immagini o sculture che lo raffigurano, anzi anche in queste la sua fisicità scompare eccetto che per pochi bagliori di colori e forme. Ciò che è più interessante del suo lavoro è proprio il ritrarsi in materia, dove della forma corporea non rimane nulla, se non una rispondenza intima tra emotività e psicologia con i materiali. Allora la sua è proprio una sonda etimologica nella storia delle forme, un carotaggio emozionale nella simbologia della materia, il credo pure nella capacità di ciò che ci circonda di raccontare le nostre storie.

Tra le mostre personali ricordiamo quelle al FRAC Corse, Corte, 2015; alla GAM Galleria d’Arte Moderna, Torino, 2015; al Museo Marino Marini, Firenze, 2014; al Museum Dhondt – Dhaenens, Deurle, 2009; al Musée d’art moderne de Saint Etienne Metropole, Saint Etienne, 2008. È tra gli artisti invitati alla Quadriennale d’Arte 2020 di Roma.

Piero Golia

Photo credit: DANIELE MOLAJOLI
Photo credit: DANIELE MOLAJOLI

Golia è nato a Napoli nel 1974 e vive e lavora a Los Angeles. Sculture, installazioni, video, performance, spettacoli musicali… l’artista si serve di varie pratiche per parlare di un approccio entusiastico e insieme melanconico al mondo. Superomismo, autoironia, critica al ruolo dell’artista-genio divinizzato e commercializzato, un costante occhio critico verso la società contemporanea, i suoi meccanismi, verso la “svendita" estrema dell’arte, la sua mitizzazione finanziaria. Studente di ingegneria chimica a Napoli, ha imparato il fascino e l’importanza della trasformazione delle materie prime in metafore colme di energia. Nel 2005 ha fondato a LA The Mountain School of Arts, una scuola gratuita, senza esami, crediti formativi, titoli e diplomi, fuori dai sistemi educativi tradizionali, per diventare un luogo di incontro, scambio, comunicazione di altissimo livello, con artisti di primo piano invitati non per insegnare, ma per comunicare.

Tra le mostre personali: Gagosian Gallery di Londra (2020) e Los Angeles (2018); La Fondazione di Roma (2020), Kunsthaus Baselland di Basel (2017); Nasher Museum a Dallas (2015), Stedeljik Museum di Amsterdam (2011).

Marco Andrea Magni

Photo credit: Marco Andrea Magni
Photo credit: Marco Andrea Magni

Magni incarna senza boria la fame d’arte, l’energico e dispettoso desiderio di mettere mano sulla materia, l’entusiasmo di scoprire come un alchemico gli effetti dell’unione di materiali, effetti visivi, corporei, olfattivi. Bronzo, oro, marmi magnetizzati, ferro meteorico, ciprie, incensi, salive sintetiche, grafite lubrificante, vetro, argilla, sabbia, farfalle e falene. Non solo pluralità di materie, ma anche moltitudine di forme: vasi, velluti, salvadanai, chiodi, lastre vibranti, compassi aerei, inchiostri su carta, profumi. Quella di Magni è la volontà di dare forma e tradurre in una scultura concettuale la cosa più sacrosanta che ci sia al mondo: la relazione con l’altro. Proprio il continuo stupore dell’incontro e scontro con il prossimo diventa l’origine dei lavori, che fanno del caos di scambi, visi, parole, gesti l’origine di una pratica che attraverso una ricerca colta attorno ai materiali si traduce in sintesi calibrate, ingentilite, accoglienti, sensuali. Il background è quello filosofico e spirituale, sempre messo a confronto con la vita umana.

Tra i luoghi in cui sono state esposte sue opere: Building Gallery, Milano; Loom Gallery, Milano; Abrons Arts Center, New York; Triennale Milano; Brass, Bruxelles; Santa Maria della Scala, Siena; Galleria Fuori Campo, Siena e Bruxelles.

Eva Marisaldi

Photo credit: Francesco Ribuffo
Photo credit: Francesco Ribuffo

Nata nel 1966 a Bologna, dove vive e lavora, Marisaldi dà spazio alla sparizione, alla piccolezza delle cose, all’insignificante presenza di tanti oggetti che ci circondano, al reale, preso in tutte le sue parti, più o meno manifeste. Dipinge con la candeggina, fa fotografie di fiori come a indicare l’attimo sfavillante ma sfuggente delle cose che si impongono alla vista, costruisce sculture con schiuma poliuretanica, quadri con i post-it. È un’arte della scoperta del piccolo che fa il grande, del silenzio che consente il rumore, della mera realtà da cui parte la magia. Pone attenzione alla relazione con l’altro, al peso delle norme, alle tematiche sociali e ambientali, verso una dimensione di cura, attenzione, rispetto di ciò che la circonda.

Tra le personali: PAC Milano (2019), Fondazione Spinola Banna di Torino (2010), MAMbo di Bologna (2007), MART di Trento e Rovereto (2005), MAMCO di Ginevra (2003).

Liliana Moro

Photo credit: Marco Beck Peccoz
Photo credit: Marco Beck Peccoz

Un gruppo bronzeo di cinque cani di razza Dogo Argentino, uno giace già morto a terra, uno si erge come vincitore, mentre due stanno ancora lottando. Poco più lontano, ce n’è uno in disparte, guarda la scena ma non ne fa parte: è la figura del perdente per scelta, colui che si discosta dalle dinamiche di potere e di relazione vigenti oggi e adotta una prospettiva diversa, predilige uno sguardo e un pensiero autonomo. L’arte di Liliana Moro, nata nel 1961 a Milano, dove vive e lavora, insegna proprio a interrogarsi sullo sguardo, a mutarlo, invitando lo spettatore ad alzarsi, abbassarsi, cambiare la posizione e l’orizzonte a cui siamo abituati per incentivare un nuovo modo di stare al mondo e recepirlo. Si definisce scultrice, ma realizza anche installazioni, disegni, collages, progetti teatrali, opere sonore. Contro i paradigmi, oltre i preconcetti, verso l’idea di esperienza in prima persona come esercizio per cercare e costruire un’autonomia di pensiero e una libertà di immaginario.

Ha esposto in manifestazioni importanti come: Documenta IX Kassel (1992); XLV Biennale di Venezia (1993); Castello di Rivoli (1994); Quadriennale di Roma (1996/2008); Moderna Museet Stoccolma (1998); PS1 New York (1999); Palazzo Grassi, Venezia (2008); Mart Rovereto (2012); Triennale Milano (2015); LVIII Biennale di Venezia (2019).

Diego Perrone

Photo credit: Alessandro Zambianchi
Photo credit: Alessandro Zambianchi

Nato ad Asti nel 1970, Diego Perrone vive e lavora a Milano. Crea sculture in vetro, resina, ferro, oppure grandi disegni fatti con biro rossa. C’è il richiamo a iconografie del Futurismo e della Transavanguardia, perché c’è spesso il figurativismo nel presentare certe forme anatomiche dell’uomo, ma insieme c’è un mondo da sogno, irreale, metaforico. Compaiono squame, trattori, anfore, pesci, orecchie racchiusi in forme attraenti, colorate sapientemente attraverso pigmenti carichi, plasmati in materiali versatili come il vetro e la resina. C’è spesso il tema di una ruralità che si mescola al mondo moderno, c’è un senso di verità e immediatezza che incontra il tema del caso nell’atto di realizzazione dell’opera: spesso l’evoluzione materica della scultura è imprevedibile, perché lo è il materiale stesso. La sua è una riscoperta arcaica della materia, in rispetto di un ciclo reversibile della metamorfosi, dove l’opera incarna e interpreta il surreale.

Tra le sue mostre personali ricordiamo: Self Portraits, Casey Kaplan, New York (2017); Herbivorous Carnivorous, Massimo De Carlo, Milano (2017); War Games, Villa del Principe - Palazzo di Andrea Doria, Genova (2017); Il Servo Astuto, Museion, Bolzano (2013).