Dobbiamo conoscere subito Gina Chua la prima giornalista transgender ai vertici di Reuters

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"Le donne continuano ad essere fortemente sottorappresentate sia la livello manageriale dei media che come reporter" si legge nell'ultimo rapporto del Centre for Media Pluralism and Media Freedom dello European University Institute. "E figuriamoci le donne trans" aggiungiamo noi. Le persone trans nei media sono ancora rappresentate poco e male e la narrazione introno alle loro esperienze tende a ricalcare schemi fissi. Si parla delle difficoltà, del dolore, dei pregiudizi: aspetti senza dubbio legittimi, ma che non valgono sempre e comunque. Le storie delle persone trans meritano sfumature e complessità ed è per questo che la nomina della giornalista transgender Gina Chua ai vertici di Reuters è una splendida notizia. “Le persone transgender non saranno più dipinte come vittime”, ha annunciato, "ma come personaggi a tutto tondo delle storie che accadono loro". Evviva!

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Questa storia vale la pena di essere raccontata perché scalda il cuore. Intanto si può parlare di "donne che aiutano le donne", altra narrazione di cui abbiamo un forte bisogno per smetterla con la storia della competizione femminile. Poi possiamo parlare di "donne cis che supportano le donne trans" e anche qui si apre un capitolo fondamentale perché sappiamo che c'è ancora chi sostiene che per essere "una vera donna" devi nascere con la vagina. È bello quindi sapere che è stata Alessandra Galloni, prima direttrice di Reuters, a volere Gina Chua come sua seconda nominandola il mese scorso executive director a capo dei 2500 giornalisti che il giornale ha in 200 città del mondo.

Laureata in matematica e poi specializzata in giornalismo alla Columbia University, Gina Chua ha lavorato 16 anni al Wall Street Journal e circa due alla direzione del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post. Ha annunciata la sua transizione sul suo blog (Re)Structuring Journalism in un post intitolato “Cambiamenti” e poi in in una mail che ha inoltrato a dicembre, ai suoi colleghi di Reuters. "Mi sono adattata a questa nuova pelle. È da un po’ di tempo che sono in viaggio: un viaggio privato che è ora di far diventare un passaggio personale. Sono transgender e da oggi vivrò e mi presenterò secondo la mia identità autentica il 100% del tempo”. “Ho reso pubblico questo passaggio”, ha spiegato al New York Times, “perché ci sono ragazzini di 14 anni che hanno bisogno di sapere che la transizione non è una condanna a morte”.

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La storia di Chua infatti è positiva: “Sono un esempio di come dopo avere cambiato sesso non per forza ti licenziano”, ha spiegato aggiungendo che la transizione "È qualcosa di cui puoi essere orgoglioso, è qualcosa che puoi celebrare e qualcosa con cui puoi convivere”. Altra cosa de festeggiare è che Chua sembra la persona perfetta per guidare il cambiamento di cui abbiamo bisogni nel mondo del giornalismo, non solo per la sua esperienza personale ma perché da molti anni cura un blog che è un vero e proprio laboratorio di idee su come far convergere le regole tradizionali della professione con il digitale, le nuove tecnologie e le esigenze di modernità. "Raggiungiamo miliardi di persone come industria", ha spiegato al New York Times, "e penso che abbiamo la responsabilità di garantire che le storie che raccontiamo siano rappresentative, veramente rappresentative, del mondo in cui viviamo". È un primo passo verso il cambiamento e noi non vediamo l'ora.