Dobbiamo parlare delle proteste per la parità di genere delle donne del Sudan

Di Carlotta Sisti
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
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Un anno fa in Sudan venne approvata una legge che, dopo anni di sevizie, poneva fine alla pratica atroce delle mutilazioni genitali femminili. La battaglia, per arrivare a quel primo passo di un percorso faticosissimo che vuole abbattere tutta una serie di usanze che tormentano le vite delle ragazze e delle donne sudanesi, è stata lunga e dura. Dopo una serie di manifestazioni più "timide" nel 2011 e nel 2013, nel 2019 è scoppiata quella che viene chiamata la "rivoluzione del Sudan": in quell'anno, infatti, tutto il paese le donne hanno guidato le manifestazioni per la libertà, la giustizia e la pace. Le dimostranti occuparono le strade e le piazze per giorni, senza arrendersi agli arresti, alle aggressioni sessuali, ai gas lacrimogeni, ai proiettili veri e alle molestie da parte degli agenti di sicurezza. Anche dopo che le forze di sicurezza uccisero e violentarono manifestanti pacifiche, durante il massacro di Khartoum del 3 giugno 2019, le donne di diverse classi, generazioni, religioni, livelli di istruzione ed etnie, hanno continuarono a protestare, con soprattutto le giovani in prima linea, e lo fecero nei modi più disparati: nelle strade, attraverso l'arte e la poesia e i social media. Molte lo fecero nonostante il fatto che i loro genitori e mariti lo proibissero. Figura simbolo di quella lotta è la ventiseienne Alaa Salah, (nominata per il Premio Nobel per la Pace) che nella primavera del 2019 ha guidato le sue sorella fino alla vittoria che ha portato alla deposizione del dittatore Omar Al Bashir, al potere dal 1989. Da allora, il Paese è guidato dagli undici membri del Consiglio supremo, compagine per metà civile e per metà militare, ma le cose, per le donne, sono ancora molto, molto difficili. Ed infatti, proprio in questi giorni, sono tornate a manifestare, con immutato vigore, contro la violenza di genere e per la parità, obiettivi, purtroppo, ben lontani dall'essere raggiunti.

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L'8 aprile, a Khartoum, capitale dello stato africano, centinaia di donne hanno manifestato chiedendo riforme che possano garantire l'uguaglianza tra sessi, a due anni dalla caduta di Bashir, che non ha portato a quella sostanziale spinta in avanti in tema di diritti civili. "No alle leggi che discriminano le donne", recitava un cartello, in riferimento da un lato alla necessità per le sudanesi di avere leggi più severe e pene più pesanti per gli uomini che molestano, violentano o abusano delle donne sia all'interno che all'esterno della casa, e dall'altro al tentativo del direttore della polizia di stato di Khartoum, il tenente generale Eisa Ismail, di ripristinare la legge sull'ordine pubblico, in vigore durante il regime, che vieta alle donne di indossare pantaloni, ballare e frequentare uomini al di fuori della loro famiglia. "Chiediamo al governo di avere il coraggio di continuare la civilizzazione dello Stato", ha scritto una coalizione di gruppi per i diritti delle donne, in una lettera indirizzata al primo ministro e al ministro della giustizia.

Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
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I social media, per ora non oscurati dal governo, sono stati utilizzati per galvanizzare le donne, con catene di post che segnalavano l'ora e luogo delle manifestazioni. Sotto ad uno intitolato "le nostre richieste", le attiviste hanno scritto: "Chiediamo corsi di formazione obbligatori su molestie e violenza contro le donne in qualsiasi istituzione, azienda o organizzazione affiliata al governo, e procedimenti giudiziari e responsabilità per il direttore della polizia di stato di Khartoum per incitamento alla violenza contro le donne". La lettera si conclude con un'altra esigenza molto specifica e cioè che il Sudan adotti "carte e trattati internazionali sull'uguaglianza di genere", come, per esempio, la Convenzione di Istanbul, abrogata, tanto per rimarcare il fatto che nessun luogo è davvero sicuro per le donne, qui in Europa da Erdogan. Lo scoppio della rabbia delle sudanesi arriva dopo che inchieste e rapporti hanno dimostrato come lì, allo stesso modo che in altri paesi, durante la pandemia ci sia stato un aumento della violenza di genere durante la pandemia. Solo lo scorso anno, Sulaim al-Khalifa, capo del dipartimento di genere del Sudan, ha affermato che il suo ufficio ha documentato oltre 40 episodi di violenza di genere nell'arco di un mese, inclusi stupri e percosse ai danni di donne, ragazze e bambine. Insomma, la seconda rivolta delle donne del Sudan è cominciata, in attesa di queste agognate, importantissime elezioni, più o meno libere, che potrebbero dare una svolta decisiva al paese ma che, ad oggi, non hanno ancora una data.