Dobbiamo tutti delle scuse a Britney Spears, e un nuovo documentario del NYT spiega perché

Di Monica Monnis
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Photo credit: James Devaney - Getty Images
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From ELLE

Miley Cyrus nel suo pre-show al Super Bowl 2021, durante l'esibizione di Party in The U.S.A in cui cita Britney Spears ha voluto gridare in mondo visione un "we love Britney" che non è stato solo un omaggio alla collega, ma molto di più. Perché da quando il 5 febbraio è uscito su FX e in streaming su Hulu, il documentario su Britney Spears realizzato e prodotto dal New York Times, il tema sulla prigione dorata in cui Britney vivrebbe da 13 anni a questa parte è tornato in auge, così come le preoccupazioni sulle sue condizioni di salute, sullo stato della conservatorship del padre James, suo tutore legale a 360 gradi dal breakdown pubblico del 2008. Il movimento #FreeBritney, che da tempo ha portato i fan a chiedere a gran voce la sua "liberazione", continua a dominare i social e questa volta non ha intenzione di fermarsi ai trend topic su twitter.

Il tanto atteso documentario Framing Britney Spears racconta l'ascesa di Britney, dall'infanzia in Louisiana al successo improvviso (e mal gestito), passando per il Mickey Mouse Club, gli amori da copertina e i due figli: e poi la caduta, dal tetto del mondo al breakdown del 2008, con focus sul rapporto complicato con la stampa, con i tabloid sempre pronti ad additarla e denigrarla. Come dopo la fine della relazione con Justin Timberlake, break up mediatico in cui lei viene dipinta come la cattiva, la poco di buono traditrice, in un racconto distorto della realtà e fortemente sessista (storytelling fomentato dalla canzone rilasciata da Justin dopo la fine della relazione, Cry me a river, in cui lui piange un tradimento) o il divertissement fuori luogo sulla sua salute mentale trattata su giornali e tv con superficialità.

E poi l'after, tutto quello successo dopo il suo crollo mentale finito su tutti i giornali, con le foto della sua testa rasata e le ombrellate in prima pagina, il suo essere "in ostaggio" del padre e le sue richieste d'aiuto con messaggi in codice su Instagram. "Il fatto è che non puoi chiedere a Britney se ha bisogno di aiuto perché il tutore di Britney può limitare le sue visite, può farla controllare dalla sicurezza 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Se chiami l'addetto stampa o il manager di Britney non otterrai un colloquio", ha spiegato a Variety la regista del doc Samantha Stark, "sembra che il suo Instagram sia l'unico posto in cui puoi effettivamente sentirla parlare. Non sappiamo cosa le passa per la testa e non parla mai della tutela, quindi capisco perché i fan si chiedono se stia inviando messaggi attraverso i suoi social media".

A schierarsi pubblicamente a favore del movimento #FreeBritney diverse star di Hollywood, da Sarah Jessica Parker (vedi qui sopra) e Courtney Love passando per la protagonista di Pretty Little Liars Lucy Hale. "Ho visto Framing Britney ieri sera e tutto quello che posso dire è che dobbiamo tutti delle scuse a questa donna per aver riso del suo dolore emotivo e il suo trauma in tutti questi anni", le parole della giovane attrice sulle sue Instagram stories, "Britney Spears era il mio idolo da piccola e lo è ancora oggi [...] Questo dovrebbe davvero farci rivalutare la cancel culture e tutti i tabù associati alla salute mentale".

Lo scorso 10 novembre l'avvocato di Britney ha chiesto al tribunale di espandere il team che si occupa della sua tutela per allentare la presa del padre. "La mia cliente mi ha informato che ha paura di suo padre", le parole del legale come riporta il NYT, "non si esibirà di nuovo se suo padre è responsabile della sua carriera". #FreeBritney oggi più che mai.