Donne, diritti e lavoro, facciamo il punto con Martina Rogato, portavoce del Women 20 Summit

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Photo credit: Iryna Khabliuk  / EyeEm - Getty Images
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Mi risponde al telefono con la voce un po’ roca e affannata Martina Rogato, mentre cerca di acchiappare un taxi della Capitale, che sta per lasciare dopo avere coordinato i lavori del Women-20 Summit, la tre giorni di incontri e dibattiti dedicata all'empowerment femminile e conclusasi ieri sera a Roma. A 37 anni è la prima millennial nella storia del vertice ad aver presieduto il gruppo di lavoro sulla gender equality in qualità di portavoce, insieme alla professoressa Linda Laura Sabbadini. Responsabile della stesura del communiqué, il documento confidenziale redatto parola per parola in questi giorni di incontri – un po’ in presenza e un po’ da remoto – con i 98 delegati dei 20 Paesi partecipanti, Martina è calabrese di nascita, milanese di adozione, ma è abituata a rapportarsi con donne di un po’ tutto il mondo.

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Laureata alla Luiss di Roma in Relazioni internazionali con un master in Bocconi in Management dell'Ambiente e Responsabilità delle Aziende, nei suoi 10 anni di attivismo per Amnesty International ha sviluppato una particolare sensibilità per il tema della parità di genere tanto da arrivare a fondare insieme a delle amiche nel 2012 Young Women Network, un network rivolto a donne di età compresa tra i 25 e i 35 anni nato con l’obiettivo di fare mentoring, coaching e sviluppare soft skills, oggi composto da più di 400 associate. Nella vita di tutti i giorni è docente e consulente di responsabilità sociale di impresa, ma nel resto del tempo spiega alle persone che glielo chiedono cosa vuol dire essere sostenibili e cosa significa esserlo in relazione alle donne. L’abbiamo incontrata all’indomani del W20-Summit per chiederle a che punto siamo con diritti, opportunità e lavoro femminile.

Martina, come sono andati questi tre giorni di vertice a Roma?

Sono stati tre giorni molto intensi. Abbiamo ospitato una maratona di 80 speaker internazionali con rappresentanti delle istituzioni di tutto il mondo, a partire dalla ministra italiana per le Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Enrico Giovannini e la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Layen. Essere W20 sherpa, ossia portavoce delle istanze di tutti e 98 i rappresentanti, non è cosa semplice. Come per l’Onu le decisioni non vengono prese dalla maggioranza, ma da tutti, perché ogni Paese ha diritto di veto e quando questo avviene si deve rinegoziare con gli altri partecipanti. Anche per questo abbiamo concluso le negoziazioni oltre l’orario prestabilito – anziché alle 14 di mercoledì, alla mattina di giovedì – con metà delegazioni presenti e le altre in collegamento per via del Covid. Alla fine però abbiamo raggiunto un testo, il communiqué, che tiene conto delle istanze di tutti e che presenteremo questo autunno al G20 affinché i capi delle maggiori potenze si impegnino a onorare le richieste da noi avanzate sul tema della parità di genere.

Tu hai già preso parte ad altri W20 nel 2017 e nel 2019, quest’anno hai rilevato dei progressi rispetto alle scorse edizioni?

Assolutamente, tutti i Paesi si stanno aprendo a certe tematiche e l’Italia non è da meno, basti pensare al ddl Zan. Guai a pensare che solo i Paesi non particolarmente democratici abbiano da fare e da migliorare nell’ambito delle questioni di genere. Solo per guardare all'Italia, secondo l’Istat il tasso di disoccupazione giovanile è tornato a sfiorare il 30% (siamo al 29,7%), tra i peggiori nell’area Euro, mentre nel dicembre 2020 i posti di lavoro persi sono stati 101mila di cui 99 occupati da donne. In generale noto un miglioramento anche in termini di sorellanza, uniformità, volontà di fare coesione della società civile sia in Italia che nel resto del mondo. Vedo dei punti di miglioramento, ma anche delle sfide importanti a cui nessun Paese può sottrarsi. Secondo il World Economic Forum, il Gender Gap in Italia è salito al 63° posto, ma resta tra i peggiori in Europa: di questo passo saranno necessari 135,6 anni per raggiungere l'equità.

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Che cosa manca all’Italia per avvicinarci alla parità di genere?

L’obiettivo primario, che non può essere certo una sfida di lungo periodo, è sicuramente il tema del cambiamento culturale sulla parità di genere, che tra l’altro è uno dei temi trasversali che abbiamo portato avanti con la presidenza italiana W20. Lo abbiamo visto anche con le cosiddette quote di genere della legge Golfo-Mosca, che ha prodotto degli impatti interessanti – nel cda c’è stato un effettivo aumento della diversity –, ma poi l’effetto pioggia che i legislatori si aspettavano, quello cioè per cui la presenza di più donne ai vertici avrebbe automaticamente incoraggiato altre donne a salire dalla base e a farsi avanti, non c’è stato. E questo proprio per un tema culturale. In questo senso il nodo della formazione delle scuole in termini di role modelling è fondamentale. Per questo con la nostra commissione speciale capitanata dalla professoressa Fabiana Giacomotti abbiamo lanciato un progetto che si chiama “Cento donne che mancano nei libri di scuola” per identificare 100 modelli femminili che possano essere d’ispirazione per bambine e bambini, con una raccomandazione ad aggiornare tutti i libri di testo dall’infanzia alle scuole superiori per dimostrare che non esistono né ruoli femminili né tantomeno maschili.

Come hai trovato il Piano nazionale di ripresa e resilienza sul tema della parità di genere?

Come W20 noi promuoviamo e siamo a favore della ristrutturazione sociale con un investimento più corposo negli asili nido, ma anche qui deve cambiare l’approccio culturale: gli asili sono fondamentali, ma se poi non si lavora a livello culturale per trasmettere l’idea che all’interno delle nostre famiglie deve esserci un’equiparazione dei ruoli di cura degli anziani e della famiglia, non servirà a niente. Occorre passare dalla mentalità di conciliazione vita-lavoro a quella di condivisione in famiglia, equiparando la paternità alla maternità affinché non ci sia più discriminazione.

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E cosa ne pensi dell’accelerazione del governo sulla transizione ecologica?

Da consulente esperta di sostenibilità sono felice di questa natura green del Pnrr. Benissimo il tema della transizione e della sostenibilità ambientale, ma dove sono le donne? Non possiamo fare la fine della rivoluzione digitale con tante opportunità di lavoro, ma difficoltà a trovare donne preparate sul digitale perché esistono stereotipi secondo cui non siamo brave nelle materie Stem. Facciamo in modo che la transizione green ci fornisca gli strumenti necessari per abbattere gli stereotipi e creare occupazione. A questo proposito nel nostro communiqué abbiamo inserito per la prima volta nella storia il tema della sostenibilità ambientale, che indaga le connessioni tra ambiente e questioni di genere. Gli esperti la chiamano violet economy perché fonde idealmente cioè che è green con il tema della parità di genere. Per la prima volta, poi, abbiamo aggiunto la prospettiva delle bambine e di questo ne vado molto fiera. Credo infatti che sia debba puntare sulle nuove generazioni per instillare fin da piccoli un nuovo tipo di consapevolezza.

Cosa ne pensi delle quote di genere?

Personalmente ci ho messo molto ad accettare le quote di genere perché sono una grande supporter della meritocrazia, ma in un contesto di divario di genere come quello attuale, dove il 48% della popolazione (gli uomini) rappresenta il 52% del resto del mondo (le donne) in tutti gli alti organi di governo, aziendali e istituzionali, ritengo che siano una misura (temporanea) necessaria per correggere una situazione gravosa.

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Quote di genere a parte, che peraltro sono una misura temporanea, come si raggiunge l’obiettivo della parità?

Per abbattere il divario di genere entro il 2025 è necessario misurarlo. Purtroppo, per come lo si misura ora, non si tiene in considerazione la disoccupazione maschile e questo è importante perché se vedo un miglioramento devo sapere se dipende da un’effettiva crescita di occupazione delle donne o solo dall’aumento di disoccupazione degli uomini. Solo così si capirà se ci sono stati miglioramenti sostanziali. Per abbattere il divario di genere dobbiamo creare occupazione femminile di qualità e per farlo abbiamo bisogno di dati disaggregati per genere, che ci dicano come stanno le donne in pandemia, sul lavoro, post-pandemia, etc. Aggiungo un’ultima cosa: ogni misura politica varata dovrebbe avere una misurazione dell’impatto di genere. Occorrerebbero cioè delle proiezioni che dicano che impatto potrebbe avere ciascuna misura sulle donne e sugli uomini e poi, alla luce dei dati, operare dei correttivi prima che la legge entri in vigore.

Per il tuo attivismo nel campo della sostenibilità e della parità di genere sei stata scelta come W20 sherpa, mutuando un’espressione riferita alle guide tibetane che accompagnano le persone dalle pendici alle cime dell’Himalaya, qual è il tuo Everest?

Come organizzazione Women 20 il viaggio non è assolutamente finito: adesso l’Everest è fare accludere e accettare le nostre raccomandazioni negli impegni del G20. Per quanto concerne la mia professione, dal momento che mi occupo di accompagnare aziende e persone a non avere un impatto negativo sugli altri, il mio è un lavoro continuo, ma il bello è la scalata. Poter guidare le persone durante il percorso e fare capire loro che la sostenibilità non è un costo, ma può essere anche un vantaggio, questo è il mio Everest.

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