Donne e stress da pandemia: a che punto siamo dopo un anno?

Di Elena Fausta Gadeschi
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Photo credit: Roberto Nickson su unsplash
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From ELLE

Se saranno sempre le donne a prendersi cura della famiglia, chi si prenderà cura di loro? Il nostro Paese è stanco, stressato e demotivato perché stanche, demotivate e sole sono le donne che vi vivono. In prima linea dall’inizio dalla pandemia come dottoresse, infermiere e scienziate, ma anche come madri, mogli e figlie, le donne cominciano ad avvertire sempre di più le conseguenze psichiche del Covid, che in molti casi ha compromesso il benessere e la salute mentale non solo dei pazienti guariti dal virus, ma anche di tutte quelle persone – in gran parte donne – che si sono fatte carico della famiglia quando un componente si è ammalato o quando, dopo aver perso il lavoro, sono tornate a occuparsi della cura dei figli e della casa.

Photo credit: Tom Werner - Getty Images
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L'aiuto che le donne non chiedono

Come ha ricordato lo scorso ottobre il Professor Philip Gorwood, presidente della European Psychiatric Association (EPA), in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale: “la salute mentale, che è una componente chiave della salute e del benessere, è stata messa alla prova dalla crisi conseguente al Coronavirus. La pandemia ha prodotto un grande aumento della necessità di supporto al benessere psichico e psicosociale, tutte le parti interessate dovrebbero quindi lavorare in sinergia per fornire adeguate risorse e per assicurare a tutti l’accesso a delle cure di qualità”. Il problema però è molto complesso perché pare che tra le donne, che più necessiterebbero in questo momento di un supporto psicologico, solo il 3% si sia rivolto a uno sportello psicologico e che, più in generale, solo il 30% di loro abbia usufruito di un servizio d’aiuto sia materiale, sia d’orientamento o informativo. Un quadro ben rappresentato dalla ricerca “La condizione economica femminile in epoca Covid-19”, realizzata da Ipsos per conto di WeWorld, secondo cui in Italia 5 donne su 10 nell’ultimo anno hanno avuto una diminuzione delle entrate e temono di perdere il posto di lavoro, mentre 4 su 10 dipendono economicamente dalla famiglia o dal loro compagno più che in passato.

Photo credit: LOUISE BEAUMONT - Getty Images
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Il futuro che le donne non vedono

Le donne insomma, care giver per antonomasia, abituate come sono ad aiutare e sostenere la famiglia, faticano a trovare risposte ai propri bisogni materiali e psicologici e, senza un lavoro, si trovano a vivere in uno stato di profonda incertezza che rende loro impossibile fare qualsiasi tipo di progetto. Lo stesso desiderio della maternità viene frustrato dal timore di non poter contare su un’entrata economica stabile: come si può pensare a un figlio quando manca il lavoro? E infatti il 16% delle donne, almeno per il momento, ha accantonato l’idea di diventare mamma, mentre il 12% ha preferito rimandare il matrimonio. Ancora una volta l’odiosa necessità di dover scegliere tra la vita e la carriera, come se la realizzazione professionale fosse prerogativa delle donne single e per quelle con figli non ci fosse alcuna possibilità di conciliare maternità e lavoro. Non a caso quelle che hanno perso il posto e hanno una famiglia tendono a non cercarne uno nuovo, mentre chi un mestiere ce l’ha rinvia gli altri progetti a data da destinarsi. Tutto questo in un Paese come l’Italia, che da anni registra uno dei tassi di natalità più bassi al mondo.

Le conseguenze per la salute

Se all’inizio dell’emergenza il lockdown obbligato aveva incoraggiato molte donne a reinventarsi entro le mura domestiche attraverso corsi online di qualsiasi genere – dalla cucina al disegno, dal giardinaggio al cucito – sorrette dalla convinzione che “tutto sarebbe andato bene”, adesso chi lavora a casa comincia ad avvertire il peso dello smart working e la condivisione degli spazi con il resto della famiglia, mentre chi non lavora si sente ancora più sola ed esclusa dalla società con conseguenze pesanti sulla propria salute psicofisica. Sintomi come incubi, ansia e insonnia rivelano come il Covid sia per molti un’esperienza stressante, laddove non traumatica, in grado di generare frustrazione, irascibilità e un indefinito senso di impotenza, amplificato dalla condizione di distanziamento se non addirittura isolamento imposto dalla pandemia.

Photo credit: Maskot - Getty Images
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Il valore della condivisione

In questo caso una valida soluzione può essere quella della condivisione con il partner, prima di tutto parlandone. Dare voce al proprio disagio è la strada maestra per prendere consapevolezza che un problema esiste e che nascondersi dietro a un dito non aiuterà a risolverlo. Dalle parole ai fatti: dopo esservi confrontati pensate a come ridistribuire concretamente i carichi di lavoro in famiglia. Non si tratta solo un atto di civiltà domestica, ma anche di una preziosa occasione per cementare il rapporto di coppia, aumentare la complicità e, perché no, anche l’intimità. Dividersi i compiti in casa infatti aiuta a ottimizzare i tempi, alleggerisce i carichi di lavoro e lascia spazio a più piacevoli passatempi.