Dopo le polemiche, la Rai si schiera contro il razzismo e dice stop al Blackface

Di Elena Fausta Gadeschi
·3 minuto per la lettura

L'Italia dice addio al Blackface. O perlomeno il suo canale di informazione e intrattenimento televisivo nazionale. La Rai ha fatto sapere infatti che d'ora in avanti attori e cantanti bianchi non compariranno più sul palco con la faccia dipinta di nero per interpretare personaggi di colore. In risposta a una lettera ricevuta a gennaio e firmata da diverse associazioni anti-razzismo (Lunaria, #Italianisenzacittadinanza, Cospe, Arci e Il Razzismo è una brutta storia), l'azienda di viale Mazzini ha spiegato: "Nel merito della vicenda per la quale ci avete scritto, diciamo subito che assumiamo l’impegno – per quanto è in nostro potere – a evitare che essa possa ripetersi sugli schermi Rai. Ci faremo anzi portavoce delle vostre istanze presso il vertice aziendale e presso le direzioni che svolgono un ruolo nodale di coordinamento perché le vostre osservazioni sulla pratica del Blackface diventino consapevolezza diffusa".

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La risposta, elaborata congiuntamente dai vertici della Rai e dal conduttore Carlo Conti, arriva dopo le polemiche sollevate intorno alle imitazioni proposte durante la trasmissione in onda in prima serata su Rai 1 Tale e Quale Show. Nel talent musicale, dove gli artisti ripropongono le performance di altri cantanti imitandone non solo voce, timbro e pose, ma anche costumi e trucco, aveva suscitato scalpore l'imitazione di Sergio Muniz, che nella stagione 2020 aveva interpretato il rapper Ghali con un vistoso e grossolano trucco scuro al volto. Il cantante, nato a Milano da genitori tunisini, lo scorso novembre commentò così la performance: "Bastava l’autotune e un bel look. Non c’è bisogno di fare il Blackface per imitare me o altri artisti". E aggiunse: "Potete dire che esagero, che mi devo fare una risata e che non si vuole offendere nessuno, lo capisco. Ma per offendere qualcuno basta semplicemente essere ignoranti, non bisogna per forza essere cattivi o guidati dall’odio. Si può anche essere delle brave persone e non sapere la storia del Blackface".

Photo credit: Hulton Archive - Getty Images
Photo credit: Hulton Archive - Getty Images

Ma che cos'è il Blackface? Si tratta si una pratica diffusa nel mondo dello spettacolo che consiste nel tingere di nero il viso di un personaggio bianco, esagerandone i tratti somatici ed enfatizzando presunti modi di fare per mettere in ridicolo le persone di colore. Pelle scurita con lucido da scarpe, bocca larga e caricaturale, sorriso smagliante: erano questi i tratti salienti del make up teatrale diffuso a partire dagli Anni 30 del 1800 negli Stati Uniti. Vestiti di stracci e con un cappello di paglia in testa, gli attori bianchi si calavano nella parte di neri fannulloni, pigri e violenti, dediti all'alcol e alle donne. Una rappresentazione distorta, insinuante atteggiamenti discriminatori e razzisti, e perpetuata per esigenze sceniche anche da attori come Fred Astaire, Dan Aykroyd, Billy Crystal, Judy Garland, Sophia Loren, Frank Sinatra e pure ai fratelli Marx. Una pratica che ha lasciato un segno profondo nella storia e nella sensibilità delle persone di colore e di cui solo a partire dalla fine degli Anni 60 con Martin Luther King si cominciò a comprendere la gravità.

Photo credit: Margaret Chute - Getty Images
Photo credit: Margaret Chute - Getty Images

Oggi il Blackface permangono degli strascichi negli Stati Uniti, dove capita di vederla riproposta in occasioni private come addii al celibato, feste di confraternite e musical universitari. Per quanto riguarda le trasmissioni televisive invece, questo trucco è stato totalmente bandito, come anche in Gran Bretagna e in altre parti del mondo. Una storia culturale e una composizione della popolazione molte diverse dal resto d'Europa, di vocazione massicciamente colonialista, ha consentito all'Italia di perpetuare questa pratica fino ai nostri giorni con esiti talvolta grotteschi, sebbene non necessariamente denigratori. Per quanto il Blackface non faccia parte della nostra cultura e della nostra tradizione teatrale è importante che anche l'Italia prenda le distanze da un fenomeno che in un mondo sempre più globalizzato ha finito per toccare anche noi: di fronte a certe pratiche non possiamo più voltare la testa dall'altra parte e fingere indifferenza.