Dopo quasi due anni di attesa è iniziato il processo a Patrick Zaki, e quello che possiamo fare è parlarne

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Photo credit: Ivan Romano - Getty Images
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Martedì 14 settembre si è tenuta la prima udienza del processo a Patrick Zaki, dopo 19 mesi dall’inizio della sua detenzione in custodia preventiva. L’udienza ha avuto luogo al tribunale di Mansura, città d’origine di Patrick Zaki, ed è durata appena una manciata di minuti: la prossima udienza è stata fissata per il 28 settembre. Pochi preamboli, l’annuncio del processo è stato dato ai legali di Zaki con due giorni di anticipo, e poche parole in aula. Solo due informazioni lapidarie: il processo sarà senza possibilità d'appello poiché si svolge in un tribunale che non lo prevede; Zaki è stato ufficialmente accusato di "diffusione di notizie false dentro e fuori il paese" e se condannato rischia fino a cinque anni di carcere.

Seccondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, e altre ONG tra cui Egyptian Initiative for Personal Rights, un gruppo con cui Zaki aveva collaborato, le accuse mosse allo studente riguardano in sostanza un articolo scritto nel 2019 per il giornale Daraj. In quelle righe, Zaki ha tratteggiato le discriminazioni del governo egiziano nei confronti dei cristiani coopti (religione che professa la famiglia di Zaki) a partire dal caso di un membro delle forze di sicurezza copto che, rimasto ucciso in un attentato terroristico, non ha ricevuto commemorazione ufficiale a causa della sua fede. Se dopo mesi di attesa finalmente è stata formulata un'accusa definitiva, sembra invece che quelle più gravi nei suoi confronti siano state fatte cadere. Se gli fossero stati riconosciuti i reati di "istigazione a commettere atti di violenza e terrorismo" e "appello al rovesciamento dello stato", lo studente avrebbe rischiato fino a 25 anni di prigione.

Photo credit: Michele Lapini - Getty Images
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Patrick Zaki non è cittadino italiano, ma la sua storia tocca da vicino tutti noi. Ragazzo, studente, fuorisede, amico, figlio, appassionato di diritti, inguaribile sognatore di un mondo migliore. Come noi, fino a due anni fa. Patrick Zaki, 30 anni compiuti in carcere, una laurea nel master in Studi di Genere e delle Donne da rimandare, una vita che non sarà più la stessa anche quando (speriamo presto) tornerà a Bologna. L’unica sua colpa è stata quella di nascere in Egitto, in un paese dove il regime dittatoriale del presidente Abdel Fattah al Sisi esercita una giustizia arbitraria.

La storia di Patrick Zaki ha lasciato una profonda impressione in tutti noi, non solo nel suo manifesto sotto la Torre degli Asinelli a Bologna, non solo nei manifesti, nelle sagome di cartone sedute nelle aule dell’Università, nell'attenzione mediatica altalenante, ma nel profondo di noi trentenni. La sua storia ci ha lasciati immersi nell’orrore che la vita di un nostro amico possa essere stravolta con la forza di uno stato apparentemente lontano, senza che il nostro governo, quello del paese che lo ospita, faccia niente per impedirlo, anzi continui a intrattenere un ottimo rapporto. La storia di Patrick Zaki ha riaperto la ferita ancora fresca della morte di Giulio Regeni e di una verità che non arriva mai.

In Italia, diversi cittadini, associazioni e partiti politici hanno auspicato una presa di posizione più netta del governo nostrano nei confronti di quello egiziano. Ad esempio richiamando il proprio ambasciatore dall’Egitto, pretendendo un colloquio con l’ambasciatore dell’altro paese, interrompendo i finanziamenti e la fornitura d’armi, dando a Patrick Zaki la cittadinanza italiana. Quest’ultima proposta è sfociata in una campagna con raccolta firme e una mozione approvata sia alla Camera che al Senato, ma senza che il governo italiano abbia preso una risoluzione effettiva.

Photo credit: Michele Lapini - Getty Images
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Sono passati 19 mesi da quando Patrick Zaki è atterrato da Bologna Al Cairo per andare a trovare i propri genitori in una pausa dallo studio e, all’aeroporto, ha trovato ad aspettarlo la polizia egiziana. Secondo quanto riportato dall’avvocato di Zaki, Samuel Thabet, nelle prime ore dell’arresto lo studente è stato bendato, torturato, fatto spogliare, sottoposto a scosse elettriche e minacciato di stupro. Dopo alcuni mesi di detenzione a Mansura, Zaki è stato trasferito alla prigione di Tora, al Cairo, nota per ospitare i prigionieri politici e per le sue condizioni estremamente dure.

Intanto, senza mai dare una spiegazione precisa e arrivare a formulare un'accusa, la sua detenzione cautelare veniva continuamente prolungata: di 15 giorni, poi altri 15 e altrettanti 15 e poi 45, in un gioco snervante di potere. L’arrivo del Covid-19, la mancanza di precauzioni nel carcere e l’assenza di cure per Patrick Zaki che inoltre soffre di asma ed è potenzialmente più esposto al virus. In poche occasioni Zaki riesce a vedere i suoi genitori, manda messaggi al mondo di fuori con appunti sulle pagine di Cent'anni di solitudine. "Ancora resistendo" vede la fine del 2020 e l’inizio del 2021 dal carcere, compie 30 anni in cella. Patrick Zaki ha resistito a tutto questo per 19 mesi e ora il suo processo è iniziato. Noi ancora una volta chiediamo #FreePatrickZaki.

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