Dopo quasi sei anni inizia il processo per l'omicidio di Giulio Regeni

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Photo credit: ANDREAS SOLARO - Getty Images
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Papà Claudio e mamma Paola non si sono mai arresi e insieme al loro avvocato Alessandra Ballerini hanno sempre cercato la verità e combattuto per avere giustizia in un'attesa snervante che oggi finalmente trova un senso e si compie nell'avvio del processo per l'omicidio del figlio Giulio Regeni, rapito, torturato e ucciso tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Dopo cinque anni e otto mesi di indagini quattro imputati egiziani – gli agenti della National Security Agency del Cairo, oggi assenti, il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – saranno processati in contumacia nella terza sezione della Corte di Assise di Roma. Se fino all'ultimo si temeva che, in assenza degli indirizzi degli imputati, da sempre negati dal governo egiziano per impedire la notifica degli atti, il processo non si sarebbe potuto celebrare, le parole del gup Pierluigi Balestrieri hanno fugato qualsiasi dubbio in merito alla procedibilità, ritenendo che l'eco mediatica di questi anni sia valsa, abbondantemente, come notifica.

Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
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Superato questo scoglio iniziale, si è potuta tenere oggi la prima udienza di un processo senza imputati in aula che si preannuncia lungo e irto di ostacoli, dove la famiglia del ricercatore friulano e lo Stato italiano si costituiscono parte civile e che per la prima volta porta sul banco degli imputati il sistema di controllo e repressione esercitato dalla National Security Agency del Cairo ai danni di migliaia di esponenti della classe politica e della società civile. La Commissione egiziana per i diritti e le libertà, un'organizzazione per i diritti umani con sede al Cairo i cui avvocati rappresentano la famiglia Regeni in Egitto, ha monitorato 2.723 casi di sparizioni forzate tra il 2015 e l'anno scorso, eppure da quando il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi è salito al potere con un colpo di stato militare nel 2013, i procedimenti giudiziari nei confronti di giovani agenti di polizia per crimini commessi contro i civili sono stati estremamente rari, mentre processi contro i membri delle forze di sicurezza egiziane del tutto inauditi. Gli stessi sforzi per portare i rappresentanti dello stato egiziano davanti alla giustizia al di fuori del loro Paese non hanno portato al risultato sperato. Come ricorda il Guardian, il mese scorso un tribunale di Washington ha respinto un caso contro l'ex primo ministro egiziano Hazem el-Beblawi per il suo coinvolgimento nella tortura di un cittadino egiziano-americano precedentemente imprigionato.

Photo credit: MARCO BERTORELLO - Getty Images
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Ma la famiglia Regeni non ha intenzione di arrendersi. A fronte dei continui e sistematici casi di ostruzionismo da parte delle forze investigative egiziane, che in questi anni hanno negato prove dirimenti per l'identificazione dei responsabili come i tabulati telefonici e i vestiti che Giulio indossava quando è stato trovato morto, i genitori di Giulio hanno fatto sapere tramite avvocato che chiedono che venga chiamato a processo il presidente Al-Sisi, suo figlio Mahmood e l'allora ministro degli interni Ghaffar. Ma non solo, anche tutti i presidenti del consiglio italiani che si sono alternati in questi cinque anni (Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi), i ministri degli Esteri, i sottosegretari con delega ai Servizi e i vertici della nostra intelligence. La procura ha chiesto invece di interrogare, nel contraddittorio, i testimoni (la cui identità è ancora nascosta) che hanno raccontato di aver visto Giulio nei nove giorni di prigionia, prima che fosse ucciso, chi lo ha tradito (l'ambulante che lo ha venduto agli egiziani, Mohammed Abdallah, il suo vicino di casa) e tutti coloro che hanno avuto un ruolo nel suo lavoro e nel suo assassinio in Egitto. Una rete di persone su cui l'Italia ha svolto numerose indagini in questi anni nonostante i tentati sabotaggi da parte dell'intelligence egiziana, su cui oggi pendono ben 13 capi di accusa.

Photo credit: ZACHARIAS ABUBEKER - Getty Images
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Dopo aver chiuso la propria indagine sul caso Regeni alla fine dello scorso anno, sostenendo che "l'autore dell'omicidio dello studente rimane sconosciuto", l'Egitto oggi si rifiuta di riconoscere il processo a Roma. Nel frattempo Al-Sisi ha recentemente presentato un piano volto a "migliorare i diritti umani" in Egitto, dove tuttavia non si fa quasi cenno ai metodi violenti e repressivi messi in atto dalle forze di sicurezza egiziane. Il sospetto è che sia solo una riforma di facciata per convincere l'amministrazione Biden ha rilasciare tutti gli 1,3 miliardi di dollari che l'Egitto riceve ogni anno dagli Usa per gli aiuti militari e che quest'anno il presidente statunitense ha invece deciso in parte di trattenere a fronte delle gravi violazioni dei diritti civili, come sparizioni forzate e pratiche associate alla tortura.

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