Due mamme e un bebé. E l'unica cosa che conta è: l'armonia tra i genitori

di Monica Triglia
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Photo credit: KARRASTOCK - Getty Images
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«Ricordo il giorno della nascita di Maria. La guardavo e pensavo che avrebbe dovuto crescere forte, per affrontare gli ostacoli che la vita con due mamme le avrebbe posto davanti. Oggi, otto anni dopo, posso dire che qualche ostacolo Maria ha dovuto saltarlo, ma non più di quanto abbiano dovuto fare altri bambini con una mamma e un papà». Così racconta Sandra, che con la sua compagna Sara e la piccola Maria forma una delle famiglie omogenitoriali sempre più numerose in Italia. Gli ultimi dati Istat, del 2011, parlano di 529 coppie omosessuali con figli nel nostro Paese, ma le stime recenti si aggirano su cifre ben più alte e in crescita. Una realtà sulla quale però si addensano pregiudizi e domande. Quale orientamento sessuale avranno questi bambini? Quale stress emotivo dovranno affrontare? Saranno vittime di bullismo, etichettati come "diversi"?

Oggi alcune risposte importanti arrivano da uno studio promosso dal Ciai, (Centro italiano aiuto all’infanzia), e dal Cam, (Centro ausiliario per i minori di Milano). Un’analisi che mette a confronto 40 anni di ricerche scientifiche svolte dalla comunità internazionale su identità sessuale, adattamento psicologico e qualità delle relazioni con i coetanei di chi è figlio di una coppia lesbica o gay. «È uno studio su tante ricerche condotte negli ultimi 40 anni, per la quasi totalità in ambito accademico e in Paesi diversi, Italia compresa. C’è una prevalenza del mondo anglosassone e del Nord Europa, ma molte ricerche provengono anche da contesti culturalmente simili al nostro come la Spagna e il Portogallo», spiega Diego Lasio, docente di Psicologia delle relazioni familiari all’università di Cagliari, autore del lavoro insieme a Marco Chistolini, psicologo e responsabile scientifico del Ciai. «Sono così numerosi che oggi la letteratura sul tema si può dire completa».

Due i risultati di rilievo. Il primo: «Crescere in una famiglia omogenitoriale non influisce negativamente sullo sviluppo psicologico né sui comportamenti del bambino. L’omosessualità non è un fattore di rischio. E su questo c’è assoluta coerenza nei risultati», dice Lasio. «Anche importanti associazioni scientifiche che rappresentano le figure professionali che operano nell’ambito medico e della salute mentale, come l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, l’American Psychiatric Association, la British Psychological Society, l’American Psychoanalytic Association tra le tante, hanno accolto e fatto proprie queste conclusioni». Il secondo: «Chi astrattamente è contrario all’accoglienza di un bambino da parte di una coppia dello stesso sesso, quando poi si trova a relazionarsi con questo tipo di famiglie spesso supera i pregiudizi», spiega Chistolini. «Accade anche in Italia. Ed è davvero un bel segnale».

Un bel segnale è anche la storia di Paolo e Angelo che vivono in un piccolo comune della provincia toscana e che, due anni fa, quando si sono uniti civilmente, hanno accolto due bambini in affido. «La bimba oggi ha 11 anni e il bimbo 6», racconta Paolo. «Abbiamo detto loro che io e Angelo ci vogliamo bene come possono volersene una mamma e un papà oppure due mamme. Quando ho dato la notizia a mia nonna, che ha 92 anni, temevo non capisse. Invece è stata entusiasta. Agli amici di classe che le chiedevano perché, per la festa del papà, scrivesse due letterine, mia figlia ha risposto “Perché io ho due babbi. Punto”».

Passi avanti confermati da due studi particolarmente significativi, italiani, presi in esame nel lavoro di Ciai e Cam. Uno riguarda la reazione dell’ambiente scolastico «oggetto di una tra le ricerche più nuove, appena pubblicata sulla rivista scientifica Psychology & Sexuality», prosegue Lasio. «Gli autori sono docenti e ricercatori dell’Università di Cagliari: abbiamo rilevato come il corpo insegnante dimostri un atteggiamento di apertura verso le famiglie omogenitoriali e disponibilità all’accoglienza e all’integrazione dei loro figli. La stessa ricerca mette in luce però anche un forte bisogno di formazione del personale scolastico su questi temi».

L’altro ci dice che l’adattamento psicologico dei bambini dipende dalla qualità dei rapporti in famiglia. E che buoni genitori si può essere in tutti i casi. «L’armonia, una comunicazione aperta, la condivisione delle emozioni, ecco cosa conta per il benessere», sottolinea Lasio. «Risultato confermato dalla ricerca pubblicata su Journal of Developmental & Behavioral Pediatrics dal gruppo di studio dell’Università La Sapienza di Roma: i bambini cresciuti da coppie dello stesso sesso non differiscono da quelli cresciuti da coppie eterosessuali rispetto all’adattamento psicologico e sociale. Non è l’orientamento sessuale, quindi, a rendere le persone più o meno adatte a svolgere funzioni genitoriali».

Notizie positive che però non devono far dimenticare l’esistenza di pregiudizi ancora forti. «Ce lo siamo chiesto: nostro figlio sarà accettato dalla società?». Barbara e Chiara, milanesi, sono le due mamme di Leonardo, un anno e mezzo, concepito in Spagna con la procreazione assistita. «All’asilo si è inserito bene, le educatrici sono contente, i genitori degli altri bambini hanno intuito la nostra situazione ma nessuno ha mai commentato», dice Chiara, la mamma biologica. «Però sappiamo che è un work in progress, adesso è così, ma chissà in futuro». Fa paura il bullismo. «Si può essere bullizzati perché si hanno due mamme», aggiunge Lasio «ma non di più rispetto a chi ha una mamma e un papà. Come sanno bene, per esempio, i ragazzi nati in Africa e adottati in Italia, a volte discriminati per il colore della pelle».

Fa paura l’identità sessuale. «Molti ancora considerano l’eterosessualità come unica forma normale di sessualità e guardano con sospetto alla possibilità che i bambini ereditino l’orientamento omosessuale delle madri o dei padri. Un’ipotesi che non ha fondamento: le ricerche confermano che l’attrazione affettiva e sessuale dipende da molti fattori, ma non dall’avere genitori dello stesso sesso». Lo stesso per l’identificazione di sé come maschio o femmina e per i comportamenti e le caratteristiche della personalità. «Il cosiddetto ruolo di genere, quello che per tradizione vede i maschi più aggressivi e le bambine più delicate», spiega Chistolini. «Su questo a incidere sono i contesti culturale e ambientale. Si può essere maschi teneri e affettivi o machi e aggressivi crescendo tanto in una famiglia omogenitoriale quanto in una eterosessuale».

Resta la corsa a ostacoli. «Il Comune di Milano», dice Barbara, «ha trascritto l’atto di nascita di Leonardo indicandoci entrambe come genitori. Ma poi un paio di sentenze sfavorevoli all'omogenitorialità hanno interrotto questa pratica. Quella trascrizione potrebbe essere impugnata e stralciata. Se così accadesse, Chiara rimarrebbe il solo genitore e se decidesse di andarsene, avrebbe tutto il potere di non farmi più vedere mio figlio».

Chiara e Barbara, come spiegherete a Leonardo la vostra famiglia? «Lo stiamo già facendo», rispondono. «Con le immagini di due libri illustrati scritti da Francesca Pardi. Perché hai due mamme racconta una storia analoga alla nostra. Piccolo uovo, con i disegni di Altan, narra di un piccolo uovo che non vuole nascere perché non sa dove andrà a finire. Parte allora per un viaggio che lo porterà a conoscere famiglie diverse. dove ci sono una mamma e un papà, o due mamme, o due papà, o un genitore single. Ecco come parleremo a Leonardo, con naturalezza. E lui capirà».

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In Italia la procreazione medicalmente assistita è possibile solo per le coppie eterosessuali. Per questo ci sono donne che scelgono di andare in quei Paesi (Nord Europa, Regno Unito, Austria, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo) che la prevedono anche per le single e indipendentemente dall’orientamento sessuale: riconoscerà il bambino la mamma biologica ma non potrà farlo la compagna. Per gli uomini c’è la gestazione surrogata: sarà solo uno dei due partner a poter iscrivere all’anagrafe il figlio che risulterà di madre sconosciuta. Diverse sentenze di Tribunali hanno però riconosciuto la possibilità di adottare il bambino del compagno dello stesso sesso. Sull’affido, invece, non c’è alcun vincolo che vieti a una coppia omosessuale (come anche ai single) di accogliere un bambino. Il Ciai organizza un corso di formazione specifico destinato ad assistenti sociali, psicologi, educatori, giudici minorili e ordinari: la seconda edizione è in programma il 19 e il 26 gennaio. Per informazioni, www.ciai.it