Dunque il parlamento giapponese è pronto (davvero) ad aprire le porte alle donne?

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Photo credit:  Andre Benz on Unsplash
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I genitori di Takako Doi possedevano l’inconvenzionale credenza che figli e figlie dovessero avere pari opportunità. Nel Giappone post bellico, essere donna significava iniziare una carriera scolastica per poi abbandonarla, finendo a lavorare come operaia in fabbrica. Doi, al contrario, portò a termine gli studi di giurisprudenza, diventando nel 1986 la prima donna segretario di un partito politico, quello Social-democratico. La data passò alla storia sotto il nome di Madonna Boom. Nel paese asiatico, per la prima volta da quando era stato concesso il suffragio universale (nel 1946), si cercava di creare un sistema più democratico che aprisse realmente le porte della politica alle donne.

Photo credit: Pierre Perrin - Getty Images
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Quasi mezzo secolo dopo, la situazione non ha subìto i miglioramenti desiderati. Mentre il primo ministro giapponese Yoshihide Suga e sua moglie cenano assieme alla regina Elisabetta e al primo ministro Mario Draghi al tavolo del G7 (l’incontro delle superpotenze economiche, ndr), il paese nipponico fa ancora i conti con scandali causati da frasi sessiste e maschilismo. Lo scorso febbraio, Yoshiro Mori, a capo dell’organizzazione delle Olimpiadi di Tokyo 2021, ha rassegnato le dimissioni dopo aver affermato che le donne parlano troppo, e che un incontro con molte direttrici nel consiglio di amministrazione “richiederebbe troppo tempo”.

La terza economia mondiale, dal Pil invidiabile, arrossirebbe (contro ogni aspettativa) alla domanda “come sta andando con il gender gap?”

Se come indicatore si fa infatti riferimento al numero di donne che ricoprono cariche politiche, la classifica si inverte, e il Giappone scivola in fondo alla lista, occupando, su 156 paesi, la 147esima posizione. Il dato peggiore tra i paesi industrializzati. Secondo un comunicato dell’Inter-Parliamentary Union, nel parlamento giapponese la percentuale di donne si attesta intorno al 10%, contro la media internazionale del 25%.

In vista delle elezioni generali che si svolgeranno ad autunno 2021, legislatori e politici ripropongono l’impegno di costruire un sistema più inclusivo: una coalizione non-partisan sta considerando una nuova legge per chiedere ai partiti politici di stabilire un numero minimo di candidate da sostenere alle elezioni nazionali; a poco è servita quella approvata nel 2018 che chiedeva “un impegno volontario per la promozione della parità genere”.

Il partito Costituzionale Democratico giapponese si impegnerà ad avere il 30% di candidate donne, quello comunista ha alzato l’asticella, stabilendo l’obiettivo di avere al proprio interno membri composti al 50% da donne e uomini. Ma è dal partito Liberal Democratico, quasi ininterrottamente al governo dal 1955, che ci si aspetta il cambiamento maggiore: un aumento significativo del numero di donne sarebbe la conferma che il paese si sta avviando sulla giusta direzione.

Sarà il nuovo Madonna Boom? Il timore è che la promessa di aprire il parlamento alle donne si riveli solo uno slogan per conquistare voti, considerando che, storicamente, le donne sono sempre state in prima linea per la lotta ai diritti civili, e sia nelle grosse città che nelle aree rurali, hanno sempre rappresentato la percentuale maggiore di votanti. “La metà dei nostri elettori sono donne, ma ce ne sono ancora poche in parlamento - aveva dichiarato al quotidiano Nikkei la ex ministra della Difesa - non stiamo rappresentando i nostri cittadini, e questo è un problema per la democrazia”.

Le ragioni dell’esclusione femminile dai luoghi del potere sono molteplici e complesse, e non riguardano solo il ruolo che storicamente è sempre stato affidato alle donne, quello di custodi della casa. Sostenere una campagna elettorale, ad esempio, prevede costi molto elevati, mancano modelli di ruolo e alcune norme sociali scoraggiano le donne dal parlare apertamente. Sempre a febbraio 2021, il partito in carica ha permesso a cinque donne di partecipare alle riunioni del consiglio, a condizione che non proferissero parola. Certo, aumentare le quote rosa non spazzerà dall’oggi al domani i problemi legati al maschilismo, anche il Giappone è un paese che resta governato da uomini coi capelli bianchi. Ma un rafforzamento della democrazia passa, indubbiamente, anche attraverso un miglioramento della rappresentazione di genere.

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