E se mi piacessero le donne? Riflessioni di un'eterosessuale in crisi di identità

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Photo credit: Sara Not - Hearst Owned
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Il messaggio arriva alle tre di notte. Dice: il fatto è che mi manchi. Ma io dormo, e non lo vedo subito. È la scarica di notifiche successiva che mi fa aprire prima un occhio e poi l’altro. Nel buio della stanza solo la luce del display del cellulare, dal quale sembra tracimare un fiume in piena. Sono stati giorni strani. Faccina perplessa. Ti chiedo scusa per aver cercato la tua mano mentre tornavamo a casa dalla spiaggia. Foto delle dune salentine al tramonto. Non hai capito, lo so. Faccina col sorriso a denti stretti. Ti penso tutto il tempo. Foto di una camera da letto milanese, con valigie aperte a terra. Foto di una conchiglia tenuta sul palmo della mano. Cuoricino rosso. Accidenti. Sono mezza addormentata, ma questa roba la riconosco: trattasi di inequivocabile dichiarazione d’amore (un po’ vecchio stile, peraltro), il maldestro frutto del coraggio trovato durante una notte insonne, nella quale la distanza aiuta a mettere a fuoco le cose, e ripara dall’esporsi in presenza.

Mi siedo sul letto. Che razza di casino, ho pure aperto i messaggi e la maledetta spunta blu sarà comparsa dall’altra parte. Ha visto che ho letto, mi toccherà rispondere. Francesca, cosa diavolo posso dirti adesso? Se mi piacessero le donne avrei una vita sentimentale più ricca e interessante, ne sono certa. Che rabbia, che spreco. Cara Francesca, sei bellissima ed è stato bello in Salento. Tu col tuo sorriso fantastico, l’accento largo di Modena e la battuta sempre pronta. Che meraviglia e che naturalezza, chiacchierare senza esserci mai viste prima, i nostri figli piccoli che giocano sul bagnasciuga, una complicità poi le birrette al chiringuito della spiaggia, le confidenze, tu con gli occhi increspati per una storia che ho intuito si stava chiudendo, io con un uomo lontano, perduto dietro la sua caotica vita e dietro il suo impegnativo lavoro. In una settimana nella quale dovevamo riprendere fiato, e sole, e vento, abbiamo scoperto un’affinità magica. E no, non ho voluto capire che la tua mano che si stringeva per un attimo alla mia fosse altro. Ho sentito invece quella sorellanza confusa che si prova nell’adolescenza, ho pensato toh, sono di nuovo giovanissima, non ho quarant’anni, e le donne sono creature straordinarie. Ti ho regalato il mio libro di Carrère sullo yoga e una conchiglia tonda e strana. E sono tornata a casa.

Sono una povera etero, Francesca, mi piacciono solo gli uomini. Non mi sono accorta di ciò che succedeva a te, o forse sì, un po’. E adesso che ci penso, qui, seduta sul mio letto nel cuore della notte, non sei la prima che ultimamente mi rivolge attenzioni di quel tipo. C’è stata la commessa del negozio di costumi. Sfacciata: ha spalancato la porta del camerino, e io ero senza mutande. Lo ammetto, era un bel pezzo che nessuno mi guardava così. Poi dei conoscenti mi invitano per una gita in barca e lì la sorella di un’amica scherza tutto il giorno sul fatto che mi avrebbe volentieri sposata, qualora il mio distratto compagno si fosse tolto, una volta per tutte, di mezzo. Ci saremmo baciate a un certo punto, se solo io non avessi – appena in tempo – distolto lo sguardo dal suo e non mi fossi buttata in acqua per un ultimo tuffo. A sera mi sono arrivate sul cellulare un centinaio di foto rubate a me e mio figlio, commento: la madre era bellissima. Tre in una settimana fanno un trend, poche storie. Tre donne che ci provano a vario titolo. E nemmeno un maschio.

Deve essersi rotto qualcosa. Ho sempre avuto frotte di corteggiatori. Com’è che rimorchio solo femmine? Dopo l’epifania della chat notturna con la bella modenese, mi sono fatta un sacco di domande. È qualcosa che faccio io? Mando involontari segnali in quella direzione? Forse sono cambiata. Sono invecchiata, e a quegli stronzi di maschi piacciono le giovani. Anche sul lavoro, a una disamina attenta, le attenzioni dell’ultimo anno sono state tutte femminili. Gli occhi dolci su Zoom venivano solo da lì. Noia?

Magari a quarant’anni c’è una specie di giro di boa e io – stupida zuccona per niente fluida – sono fuori sincrono coi tempi. Dice, ti piace più la pizza o il gelato? La pizza. Ma il gelato l’hai mai assaggiato? Sì, certo (ho pomiciato con una compagna di università, ma era come farmi massaggiare dal fisioterapista e ho lasciato perdere). Non c’è mai stata storia: pizza tutta la vita. Se improvvisamente però il tuo cibo preferito sparisce e rimane solo l’opzione gelato, qualche domanda te la fai.

Una teoria ci sarebbe. A sentire il mio amico Alessandro, gay e molto saggio, io sarei troppo femminile. Ha detto proprio così: troppo femmina. I maschi, davanti a quelle così, ormai scappano. Una notizia che, se confermata, ha i toni della tragedia. Scusa, faccio io che non mi capacito, ma esattamente cosa avrei di troppo: troppe tette, troppo cosa? Non è questione di tette, dice lui, è qualcosa che non si può definire, una certa forma di seduttività, il modo di muoversi, tutto. Insomma, il mio bello – il mio tradizionale punto di forza – si sarebbe trasformato in un handicap. Roba da pazzi, ma pare che io mi debba rassegnare: di questi tempi posso incantare solo i gay (che mi adorano da sempre, è vero) e le donne. Sono perplessa. All’orizzonte un futuro da sola e sfigata, senza né pizze, né gelati, né stuzzichini. Poi mi dico che forse è stata solo una strana estate, una parentesi, l’ennesimo scherzo di questo tempo sospeso: io mica mi do per vinta. Chissà, magari invece riuscirò a ottimizzare l’inedito scenario che mi si prospetta. Perché no, in fondo? Le persone più belle e interessanti che ho incontrato negli ultimi anni sono donne. Ho detto persone. Forse la parola magica è questa.

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