Ebrei e palestinesi, è finita la speranza. Il punto critico di Corrado Formigli

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Photo credit: NurPhoto - Getty Images
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Ci siamo scrollati di dosso le bombe su Gaza e i missili su Israele con una sensazione di fastidio. Ammettiamolo. Perché quel conflitto torna e ritorna. Sempre uguale. E ogni volta non lo capiamo. Così cancelliamo le immagini dei bambini uccisi, dedichiamo loro un pensiero fugace, torniamo a occuparci dei nostri bambini, delle nostre tragedie.

Ho seguito la guerra fra israeliani e palestinesi per parecchi anni. Durante la seconda Intifada, nel 2002, ho raccontato in prima linea il periodo delle stragi nei bar di Tel Aviv a opera di kamikaze ragazzini e i raid militari ordinati dal premier Sharon. La durezza delle condizioni di vita nei campi palestinesi e nella città-carcere di Gaza è uno dei ricordi più terribili della mia vita da inviato di guerra. I bambini educati alla morte, i fucili impugnati a cinque anni, l’odio e la paura. Lo spaventoso salto di vita una volta oltrepassato il checkpoint che divide i territori occupati da Gerusalemme.


Quel sogno oggi non esiste più
. Da una parte, radicato nella Striscia di Gaza e proiettato verso la Cisgiordania, c’è Hamas, partito politico e organizzazione terroristica che nega l’esistenza di Israele, detiene il potere col terrore e arricchisce il suo arsenale di missili con l’aiuto determinante dell’Iran. Intanto l’Autorità palestinese riconosciuta a livello internazionale, l’Anp, annega fra scandali, corruzione e l’eclissi del suo anziano leader Abu Mazen, incapace di dare una speranza ai giovani palestinesi. A Ramallah, capitale della Cisgiordania, non si vota più da molti anni.

Dall’altra parte, il premier israeliano Netanyahu, incastrato nella più lunga crisi parlamentare dal dopoguerra e accusato dai giudici di corruzione, trova nelle bombe su Gaza e nella politica dei nuovi insediamenti, ben al di là dei confini stabiliti nel 1967, l’unica strada di rilegittimazione, il suo gerovital. Così Israele, proprio mentre si trova a vivere una straordinaria esplosione tecno-scientifica, affonda in una spaventosa regressione politica, ostaggio delle destre estremiste per le quali esiste un solo Stato, quello ebraico. A un passo dalla guerra civile fra arabi ed ebrei israeliani. Due popoli due Stati, si diceva un tempo. Ora non più. Le gabbie, quelle fisiche e quelle ideologiche, si richiudono nella rabbia e nel dolore. E mai come adesso manca al mondo Yitzhak Rabin.