Ecco perché è davvero impossibile non amare la serie L’Uomo nell’Alto Castello

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Quello della distopia è un sotto genere della fantascienza che ha visto un notevole ritorno alla ribalta negli ultimi anni. Basti pensare a film e serie tv di successo come Hunger Games, Dark ma anche Snowpiercer e, per certi versi, Black Mirror. Ma cos’è la “distopia”? Con questo termine si identificano quelle opere che prevedono la narrazione di una realtà alternativa, simile in tutto e per tutto alla nostra, ma con differenze sostanziali. L’Uomo nell’Alto Castello ne è un perfetto esempio. Ma da cosa deriva il successo di queste serie in particolare? Rimani con noi e leggi questo articolo per scoprirlo.

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L'avvincente trama de L’Uomo nell’Alto Castello

Basato sul romanzo degli 1962 The Man in The High Castle di Philip K. Dick, edito in Italia come La svastica sul Sole, racconta di un mondo alternativo in cui i nazisti hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale. Prodotto da Ridley Scott per Amazon Studios, è sceneggiato da Frank Spotnitz, che già aveva lavorato a serie come X Files. La vicenda si svolge nel 1962. Gli Stati Uniti non esistono più, divisi a seguito della vittoria delle forze dell’Asse: a ovest vi sono gli Stati Giapponesi del Pacifico, mentre a est Il Grande Reich Nazista. Nel mezzo, gli Stati Neutrali, a fare da cuscinetto. Juliana Crain vive a San Francisco col suo fidanzato Frank. Un giorno viene recapitata a Juliana da sua sorella Trudy una misteriosa bobina. La pellicola contiene un video chiamato “La Cavalletta non si alzerà più”: in esso, si vede la vittoria degli Alleati nella Guerra! La sorella di Trudy viene catturata e uccisa dalla polizia giapponese, cosa che porta Juliana a frugare tra i suoi effetti personali, scoprendo che la bobina doveva essere portata a Canyon City, negli Stati Neutrali, decidendo di recarvisi. Parallelamente a questi eventi, facciamo la conoscenza di Joe Blake. All’apparenza un normale ragazzo di 27 anni, Joe è in realtà una spia nazista che lavora per l’Obergruppenführer John Smith. A Joe viene affidato, da parte di alcuni membri della Resistenza, un carico da portare proprio a Canyon City. Guardando dentro a un vano nascosto, il ragazzo scopre una copia dello stesso filmato in possesso di Juliana, ovvero “La Cavalletta non si alzerà più”.

Terzo punto di vista degli eventi è dato da Nobusuke Tagomi, ministro del commercio giapponese che lavora a San Francisco. Di nascosto e lontano da occhi indiscreti, Tagomi incontra l’ufficiale tedesco Rudolph Wegener per discutere del futuro dei due paesi, all’alba della probabile morte di un anziano e malato Adolph Hitler. Wegener è convinto che il sostituto di Hitler non si farà scrupoli ad attaccare gli Stati Giapponesi del Pacifico, anche usando la Bomba Atomica e vuole aiutare Tagomi ad evitare una guerra.

Come facilmente intuibile, la trama possiede tutte le caratteristiche peculiari per attrarre il grande pubblico: spionaggio, intrighi, un cattivo (i nazisti) contro cui è facile schierarsi. Attraverso la lente della fantascienza, viene raccontata un’appassionante storia di ribellione contro la tirannia e di rivalsa contro l’oppressione. Ormai conclusa, la serie si articola su 40 episodi divisi in quattro stagioni da dieci ciascuno ed è reperibile esclusivamente su Amazon Prime Video, essendone una serie originale.

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Il cast e i personaggi che animano le vicende de L’Uomo nell’Alto Castello

Questa serie vanta un cast di tutto rispetto e di indubbio talento. La protagonista, Juliana, è interpretata da Alexa Davalos, già vista nella pellicola Defiance – I giorni del coraggio, con Daniel Craig. Il giovane Joe Blake ha, invece, il volto di Luke Kleintank, il Finn Abernathy di Bones.Il malvagio e austero Obergruppenführer John Smith ha le fattezze di Rufus Sewell, già noto (tra le altre cose) per il ruolo di Tom Il Costruttore nella miniserie I Pilastri della Terra, tratta dall’omonimo romanzo di Ken Follett. Il ministro giapponese Tagomi è interpretato dal famosissimo attore giapponese naturalizzato statunitense Cary-Hiroyuki Tagawa.

La pecca, purtroppo, è da ritrovarsi nella scrittura dei personaggi e delle loro scelte, che vanno a "sprecare" in parte il cast. Senza fare spoiler (che ci saranno un pochino più avanti), molti personaggi non vedono una reale crescita nell’arco delle stagioni e, se c’è, è contraddittoria. Spesso finiscono chiusi in cicli e ricicli di azioni e situazioni senza una reale via di uscita, molte occasioni vengono sprecate e spesso si scade un po’ nella banalizzazione. Rimangono, comunque, memorabili le ambientazioni, la scelta delle musiche e della colonna sonora e la ricostruzione di vestiti, veicoli e oggetti di scena. Soprattutto nella prima stagione, il modo in cui viene mostrata la cultura pesantemente modificata dall’influenza nazista è davvero pregevole: ad esempio, la serie cult “Sulle Strade di San Francisco” diventa “American Reich”; vengono mostrate, all’interno di programmi di cucina, ricette per il “Reichgiving” (invece del Thanksgiving, il Ringraziamento); ai giovani alunni a scuola vengono fatti quiz sul Reich. Dappertutto si respira nell’aria l’oppressione e il controllo.

Le differenze col libro sono diverse e partono soprattutto dalla seconda stagione in poi, che risulta quasi totalmente di invenzione di Spotnitz. Se non vuoi spoiler, fermati qui nella lettura: la differenza maggiore sta nella presenza o meno di determinati personaggi e il loro ruolo. Juliana, nel libro, è solo un personaggio tra i tanti e non è una protagonista assoluta. John Smith e l’ispettore Kido sono entrambi invenzioni della serie, così come la natura de “La Cavalletta non volerà più”: nel film è una pellicola, mentre nel romanzo è un libro stampato.

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Accoglienza e critica per L’Uomo nell’Alto Castello

La serie, in particolare per la prima stagione, ha ricevuto giudizi piuttosto freddi dalla critica, nonostante un buon successo di pubblico. I giudizi negativi sono in parte dovuti al fatto che la serie non segua pedissequamente l’opera originale, ma sia solo un riadattamento. Inoltre, parte del pubblico ha trovato fastidiosa la presenza e l’ostentazione in quasi ogni fotogramma di simboli e iconografia nazista. Nonostante questo, però gli sceneggiatori hanno messo in piedi un prodotto degno di essere guardato e utile per comprendere il mondo in cui ci troviamo oggi, ancora lontano dall’essere privo di discriminazione, odio e violenza.

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