Elezioni 2022, Monica Cirinnà: “La divisione per genere ai seggi discrimina le persone trans e non binarie”

Monica cirinnà
Monica cirinnà

L’Italia discrimina i diritti delle persone trans e non binarie ai seggi dove i registri sono divisi tra maschi e femmine: a denunciarlo, nella giornata dedicata alle elezioni politiche, è stata la segnatrice del Partito Democratico, Monica Cirinnà. Sulla questione, sono intervenuti anche il Partito Gay e l’associazione Gruppo Trans.

Elezioni 2022, Monica Cirinnà: “La divisione per genere ai seggi discrimina le persone trans e non binarie”

Domenica 25 settembre i cittadini italiani sono stati chiamati alle urne per scegliere il colore e la composizione della prossima legislatura. Nella giornata delle elezioni politiche, sono scoppiate polemiche non solo tra i differenti leader in lizza per Palazzo Chigi ma anche su temi più delicati come la questione di genere.

In un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, la senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà (eletta per la prima volta nel 2013 e attualmente candidata al Senato) ha raccontato di essere andata a votare e si è duramente scagliata contro lo smistamento dei libretti per le registrazioni regolato dal genere che porta alla divisione tra uomini e donne sancita dal Ministero degli Interni. Per la senatrice, il criterio in vigore da decenni dovrebbe essere abbandonato e superato introducendo una divisione in ordine alfabetico basata sul cognome. “È un ostacolo all’esercizio del voto delle persone trans e non binarie che, in questo modo, sono costrette a fare coming out”, ha scritto la Cirinnà.

Non solo Monica Cirinna. L’appello del Partito Gay e dell’associazione Gruppo Trans

Sulla stessa linea della senatrice dem anche il portavoce del Partito Gay Fabrizio Marrazzo che è intervenuto sulla separazione delle liste basata sul criterio uomo/donna definendo la divisione per genere “anacronistica”.

“L’attuale accesso ai seggi elettorali non tiene conto della complessità delle persone transgender. Migliaia di persone aventi diritto al voto in questo momento in Italia non sono in possesso di documenti conformi alla propria identità”, si legge sul sito ufficiale del Partito Gay. Marrazzo, inoltre, ha ribadito che la misura “costringe le persone transgender e non binarie a fare coming out in ambienti non idonei, esponendole di fatto alla possibilità di diventare un facile bersaglio di violenza e discriminazione per la propria identità di genere”. Per questo motivo, quindi, il partito ha sollecitato il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a emanare una circolare per eliminare i libretti divisi per genere e rimodulare le file organizzandole in ordine alfabetico.

Contro la divisione dei registri elettorali per maschi e femmine si è scagliata anche l’associazione Gruppo Trans che ha invitato gli elettori italiani a sottoscrivere una dichiarazione standard con la quale chiedere che “venga messo a verbale come la suddivisione in file, liste, registri per genere o per sesso sia discriminatoria e lesiva nei confronti delle persone trans, di genere fluido, non binarie, o di tutte le identità che non si riconoscono nella dicotomia uomo-donna e che non vengono pertanto considerate e rispettate nella propria autodeterminazione”.

La legge che regola le procedure di voto in Italia e la rettifica anagrafica

In Italia, le procedure di voto sono regolate da una legge approvata nel 1967 ossia il decreto del presidente della Repubblica numero 223. La suddivisione per genere delle liste elettorali è stabilita dall’articolo 5 del decreto e danneggia severamente tutte le persone trans che stanno affrontando un percorso di transizione e non hanno documenti che corrispondono alla loro vera identità. A questo proposito, non tutti i soggetti transessuali decidono di procedere alla rettifica anagrafica che consente di modificare il genere sui documenti in quanto l’iter burocratico disciplinato dalla legge 164 del 1982 è particolarmente lungo e complicato e include anche la sentenza di un giudice in un tribunale civile. La rettifica anagrafica può essere ottenuta in alcuni mesi o anni e, i cittadini che non possono beneficiare del gratuito patrocinio, devono affrontare onerose spese legali.