Eliza (Scanlen) e le sue sorelle, a tu per tu con la ragazza la cui carriera è cominciata tra le stelle

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È come se un giovane calciatore iniziasse a giocare nel Barcellona di Lionel Messi e poi passasse al Paris Saint Germain con Neymar. La carriera di Eliza Scanlen è cominciata un po’ così, tra le stelle. A 18 anni è volata a Los Angeles per interpretare Amma nella miniserie Hbo Sharp Objects di Jean-Marc Vallée, con Amy Adams e Patricia Clarkson. Poi a Boston, sul set di Piccole donne di Greta Gerwig, era Beth March. Le sue sorelle: Emma Watson, Saoirse Ronan e Florence Pugh; la mamma Laura Dern e c’era anche una certa zia March/Meryl Streep. Tra l’uno e l’altro, una perla rara: Babyteeth, della regista australiana Shannon Murphy, bella sorpresa di Venezia 2019, uscito da poco al cinema. Adesso, il talento di Miss Scanlen, 22 anni da Sydney, è al servizio di un autore cult come M. Night Shyamalan, in una storia terrificante, come spesso accade con il regista del Sesto senso: una famiglia in vacanza su un’isola meravigliosa, per qualche misterioso motivo, invecchia all’improvviso. Il personaggio di Eliza-Karen, la figlia più piccola-si ritrova nel giro di poche ore adulta e incinta. Anche stavolta il rischio di fare una brutta fine è altamente probabile (in Sharp objects è una psicopatica, in Babyteeth ha un cancro terminale e Beth March, si sa...). «Old è molto apocalittico», concede l’attrice. «Adesso mi piacerebbe una commedia ma soprattutto vorrei non morire più». È in collegamento da Melbourne dove sta girando una nuova serie. I capelli sempre cortissimi le incorniciano il bel viso tondo e placido.

Da quando li hai rasati per Babyteeth non li ha più fatti ricrescere...

Ci ho provato ma non riesco a superare quella mezza misura insopportabile, ogni volta che sono a quel punto mi guardo e mi dico: che orrore, tagliamo.

Che atmosfera c’era sul set di Old?

Quando giri un thriller devi sostenere così tanta intensità che, per forza, poi senti il bisogno di compensare con leggerezza e allegria nelle pause... La mia sfida principale qui era tenermi in contatto con la mia parte infantile, la mia energia fanciullesca, perché dentro sono rimasta una bambina mentre fuori il mio corpo cambia e invecchia. Non è stato difficile su un’isola bellissima come quella dove abbiamo girato il film (nella Repubblica Dominicana): con Alex (Wolff che interpreta suo fratello) andavamo spesso a fare snorkeling insieme, e anche con Thomasin (McKenzie) ci siamo divertite un sacco.

A un certo punto del film il tuo personaggio nel giro di poche ore si ritrova incinta: come hai affrontato quella scena?

È un’idea abbastanza sconvolgente per una ragazza di 22 anni, almeno per me: mi ha fatto pensare. Quel che vedete è un mix fra trucco prostetico e effetti speciali, avevo un pancione finto ed è stata un’esperienza decisamente strana ma alla fine anche stranamente... normale. Più che altro, invecchiare all’improvviso ti obbliga ad affrontare grandi quesiti esistenziali: cosa è importante per te, a cosa tieni di più, se ti restasse un solo giorno nella vita come lo trascorreresti.

Come?

Viaggio molto e la lontananza intenerisce il cuore: ho capito quanto casa mia sia importante per il benessere mentale. La mattina starei con la mia famiglia, andremmo in spiaggia, a nuotare nell’oceano, faremmo una passeggiata e troverei il tempo di rileggere alcune pagine dei miei libri preferiti. Nel tardo pomeriggio starei coi miei migliori amici ad aspettare il tramonto.

Hai una sorella gemella, siete molto legate immagino...

Sì e mi manca tantissimo quando sono lontana da Sydney. È un’artista, fa sculture e ceramiche bellissime. Siamo due creative, ognuna a modo suo.

Il film affronta la nostra paura di invecchiare. Che riflessioni hai fatto?

Che come società cerchiamo di evitare il più possibile di pensarci, viviamo in totale negazione anche grazie ai mille strumenti che ci consentono di prolungare la giovinezza invece secondo me è importante cominciare a pensare al processo dell’invecchiamento quando sei giovane, forse in questo modo ci arrivi più preparato ed è meno sconvolgente... Facile a dirsi, lo so, è spaventoso pensare che un giorno tutto finisca ma proprio perché la vita è breve dobbiamo fare in modo di renderla indimenticabile.

Ci sono libri che ti hanno aiutata a prepararti al ruolo?

Sì, soprattutto libri di psicologia infantile: ho scoperto cose affascinanti su quanto i bambini piccoli siano egocentrici, che in realtà quando parlano fanno dei lunghi monologhi, stanno nel loro mondo, vivono i genitori come una loro estensione, è un tempo magico. E poi ho letto A Life’s work di Rachel Cusk, un libro molto onesto, anche duro, sul parto e la maternità, quando tutto cambia perché dedichi la tua vita a un altro essere umano.

È vero che lei Saoirse, Emma e Florence condividevate lo stesso appartamento durante la lavorazione di Piccole donne?

È vero, e vorrei che fosse sempre così perché aiuta molto a creare intimità e vicinanza, leghi più in fretta, si crea fiducia e il lavoro sul set diventa più semplice. Anche per Old eravamo tutti nello stesso hotel e condividevamo tanto del quotidiano.

Chi era la “sorella March” più disordinata?

Eravamo tutte abbastanza precise e pulit».

E la più brava a cucinare?

Senz’altro io. Per un secondo quand’ero più giovane volevo diventare chef. Il mio forte però sono i Margarita. Ne ho preparati tanti per le sorelle March...

Sei entrata nel mondo dello spettacolo da una porta “rosa”. Cast femminile per Sharp Objects, idem con Piccole donne. Regista donna in Babyteeth. Credi abbia influito sul tuo modo di affrontare il lavoro?

Decisamente. Non è così frequente un battesimo di questo tipo... Sono entrata nell’industria in un periodo di cambiamenti, l’ambiente di lavoro stava evolvendo, andavamo verso equità e inclusione. Ho girato Sharp Objects a 18 anni e credo che quel progetto abbia avuto un significato importante per me, mi ha dato tanta fiducia e sicurezza, come attrice e come donna. Se fossi arrivata anche solo 5 anni prima probabilmente avrei avuto paura a parlare, il timore di dire una sciocchezza o di non essere ascoltata, di essere messa in imbarazzo. Se mi sento forte e sicura, se riesco sempre a dire quello che penso quando qualcosa non va, lo devo a chi ha difeso i miei diritti nell’industria e alla gente che è stata accanto quando ho iniziato.

Sei stata molto coccolata dalle tue “finte mamme”?

Sì, la relazione che hai nella finzione in qualche modo si trasferisce sempre un po’ nella vita reale. È successo con Laura Dern, con Patricia Clarkson e con Abbey in Old, sono come seconde mamme per me... Il rapporto è più intimo, anche con le mie "sorelle"».

Chi ha lasciato il segno più di tutte?

Penso molto a Amy (Adams), a come mi ha preso sotto la sua ala protettrice, a com’era materna con me. Mi ha portato a casa sua, mi ha fatto conoscere sua figlia ma soprattutto mi ha insegnato il rispetto. Il suo nei confronti della troupe è immenso. Chiamava il regista Sir e si presentava a chiunque avesse davanti. Non tutti gli attori hanno quella sensibilità. Invece lei è molto generosa e io ho cercato di portare quel suo insegnamento in tutti i lavori successivi. È così semplice essere gentili.

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