Essere Simon Kidston

Di Gabriele Ferraresi
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Photo credit: Courtesy Simon Kidson
Photo credit: Courtesy Simon Kidson

From Esquire

Dopo un inseguimento di settimane, quando telefono a Simon Kidston, tra i maggiori “classic car dealer” a livello mondiale, non mi risponde. Tre minuti dopo mi manda su WhatsApp la foto di un’inestimabile Alfa Romeo TZ2 del 1965 che stava guidando dalle parti di Monteriggioni, vicino Siena, aggiungendo «Free now».

Non è facile avere qualche minuto del tempo di Simon Kidston, classe 1967, collezionista di auto storiche – e orologi, e aerei, e barche, e vini, e memorabilia – nonché uomo di multiforme ingegno e stile british, tra Alec Guinness e James Bond. Kidston, però, è soprattutto il fondatore della Kidston SA, con sede a Ginevra: una società che si occupa di trattative tra chi possiede le più belle auto del mondo e chi può permettersi di acquistarle. O vuole venderle con discrezione.

Photo credit: PIETRO_BIANCHI
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Tra chi si è avvalso dei servizi della Kidston SA: Ralph Lauren, Gordon Murray – padre della McLaren F1 – e anche l’industriale dell’acciaio Giuseppe Lucchini, ma la lista è lunga e comprende collezionisti accomunati da disponibilità economiche illimitate e passione divorante per auto storiche uniche. Messo così, quello della Kidston SA sembra se non semplice, perché non lo è, ma tutto sommato un lavoro discreto, molto svizzero: fatto di expertise, consulenza di alto profilo, “trattativa riservata”, garage climatizzati, transazioni milionarie in euro, dollari, rubli. E lo è. È anche quello.

Ma Kidston è intelligente, molto. E fonde una biografia familiare da romanzo di Graham Greene – il padre, Home Kidston, ammiraglio della Marina britannica durante la Seconda Guerra Mondiale, lo zio, Glen Kidston, aviatore, “Bentley Boy” e vincitore a Le Mans nel 1930 – con qualcosa di ancora più raro dell’intelligenza: lo stile. Il suo Instagram lo racconta meglio di quanto si possa fare in queste poche righe. Inoltre Kidston è il genere di persona – molto rara nell’ambiente delle auto storiche – a cui se chiedi che auto comprare oggi e rivendere tra trent’anni, risponde:

«Sinceramente non so se ci sia un’auto di oggi da comprare per tenere a lungo termine, a livello di investimento sono abbastanza scettico. Tutte le case si sono messe a creare macchine che dovrebbero essere da collezione dal momento in cui si ordinano: ma la realtà è che qualsiasi oggetto creato con il principale scopo di essere da collezione, raramente lo diventa. Che sia un orologio, una macchina, un vino, o un quadro».

Photo credit: PIETRO_BIANCHI
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Ci spiega meglio, Mr. Kidston? «Le cose realmente da collezione lo diventano perché lo meritano, non perché il loro creatore ha deciso che lo saranno». Kidston conosce il mercato delle auto storiche più prestigiose del mondo perché in quel mondo è immerso da tutta la vita. Cresciuto tra l’Italia – fino alla quarta elementare, vicino a Siena – e la Svizzera, quando i suoi coetanei giravano in Fiat Panda a lui succedevano cose così:

«L’auto più indimenticabile di tutte? Era il 1992: la Ferrari dei miei sogni, la 250LM. Ne hanno fatte 32, tra il 1964 e il 1965, ed è stata l’ultima Ferrari che ha vinto la 24 Ore di Le Mans. Un cliente giapponese me la affidò per un’asta che avevo organizzato e mi diede il permesso di portarla a Silverstone il giorno prima dell’asta, uno dei più indimenticabili della mia vita. Un amico venne a prendermi al volante di una Ferrari 250 GTO presa in prestito e con quell’auto, che valeva più di tutta la strada in cui vivevo, andammo a Silverstone, dove c’era la 250 LM, arrivata con una bisarca: ci girai tutto il giorno. Sulla bisarca c’era anche la mia Porsche Carrera RS gialla del 1973, e tornai a casa con quella».

Ecco, la vita di Kidston non è così ogni giorno, ma ci si avvicina. Oggi nel suo garage trovano spazio rarità cui è affezionato per motivi di famiglia, come la Bugatti 57C che il padre acquistò nel 1938. Home Kidston la vendette nel 1955 per 900 sterline, circa 23.000 sterline di oggi, quando passa di mano dal milione di dollari a salire, e probabilmente intorno a quel prezzo Simon l’ha riacquistata in anni recenti.

Photo credit: PIETRO_BIANCHI
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Poi: una Lamborghini Countach del 1977, viola metallizzato con interni bianchi – «Un colore da discoteca, con l’interno bianco come l’ha voluto il suo primo proprietario, uno svedese. Me lo immagino mentre la guida nel 1977, nel mezzo dell’epoca disco, con gli Abba nel mangianastri» – e una Ferrari Dino 246 consegnata nel 1973 a Perugia in un colore particolare, il “verde medio”, usato per soli otto esemplari – «Per me è il colore che fa la macchina: rossa non l’avrei comprata».

Anche nella vita di un collezionista ai massimi livelli, però, c’è sempre un “Santo Graal”, qualcosa che tutti cercano, ma nessuno sembra trovare. «Uno è, probabilmente, la Mercedes 300 SLR del 1955. Ne sono state costruite dodici. Una andò distrutta in un incidente a Le Mans nel 1955, le altre undici appartengono alla Mercedes ed è improbabile che saranno mai messe in vendita. Poi c’è la Bugatti Atlantic. Bugatti ne ha fatte quattro, tra il 1936 e il 1938, e due sono sopravvissute. Una è di Ralph Lauren, l’altra appartiene a metà a due collezionisti americani, Rob Walton – proprietario di Walmart – e Peter Mullin.

Poi c’è la “mezza macchina” di un collezionista spagnolo misterioso: l’originale finì distrutta in un incidente a un passaggio a livello nel 1955, nel quale morirono i due occupanti. Quello che rimase della Bugatti fu sequestrato e, in seguito, i pochi pezzi rimasti furono riciclati per rifare l’auto. Poi c’è il mistero della quarta auto, vista l’ultima volta nel 1940, caricata su un treno a Bordeaux per scappare dall’esercito nazista. Non si sa se sia stata riciclata in un’altra macchina ancora, ma è probabile che sia stata distrutta in un bombardamento, chissà dove. La “missing Atlantic” sarebbe davvero il Santo Graal dell’automobile».