Essere stati amati e non esserlo più trasforma certi uomini in belve assetate del dolore delle donne

Di Lidia Ravera
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Photo credit: Laurent Hamels - Getty Images
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From ELLE

Tre coppie di quarantenni in barca, lo skipper è uno di noi. Sua moglie è un’adorabile bellezza sovrappeso, placida come una gatta da cesto. In barca c’è anche una gatta da grondaia, alta magra coraggiosa, un passato da campionessa di nuoto. Lo skipper non perde un’occasione per segnalare le fragilità di sua moglie (paura quando si ingrossa il mare, renitenza a fare il bagno, goffaggine estrema nello scendere in acqua) e confrontarla con la fisicità atletica della ex campionessa, che si tuffa di testa e se la ride dei marosi. Io, in posizione intermedia fra le due, soffro più di quanto dovrei. Sto proprio male. Perché mi pare, quell’insistenza, non soltanto un comportamento inopportuno, ma una vera forma di violenza.

Tre coppie di sessantenni a una cena (una delle ultime prima che il Covid interrompesse le belle abitudini del nostro piccolo mondo adulto), uno degli uomini è stato sposato, vent’anni prima, con una delle donne presenti: con un sadismo crescente (un tot in più a ogni bicchiere di vino), l’ex marito si mette a divulgare certi dettagli intimi della sua ex moglie... Certi rumori nel sonno, certi odori, la biancheria da poco prezzo, spesso non coordinata, mutandine stinte che non si decideva mai a buttare via. «Perché lei è così: fuori tutta chic e Armani, sotto, una sciattona». L’evidente disagio della signora non l’ha fermato, anzi, pareva goderne intensamente. Non l’ha fermato neanche il fatto che nessuno ridesse più delle sue indiscrezioni.

Quando ho visto una lacrima rigare il bel volto della signora, mi sono alzata in piedi e, adducendo un volutamente inverosimile mal di testa, ho guadagnato l’uscita. Il fatto è che non sopporto queste forme di violenza strisciante che si nutre della conoscenza dei punti deboli della propria compagna. Anche se non scorre il sangue, si tratta di torture. La convivenza ti lascia in mano un’arma letale: una sorta di toponomastica dei punti sensibili dell’altro/a.

Sai dove colpire. E colpisci. Non scorre il sangue, ma galoppa il disagio. L’imbarazzo. La vergogna. A volte mi chiedo: perché essere stati amati e non esserlo più trasforma certi uomini in belve assetate del dolore delle donne?

C’è sempre un margine di stupore mentre affondano il coltello in quella carotide tanto amata: «Ma come? Io l’ho messa al mondo scegliendola, e adesso pretende di andarsene per il mondo da sola?». Il femminicidio, parola brutta e senza sinonimi, è il gesto estremo, ma la malattia è diffusa. Come curarla? Armandosi. Nessun fair play. La violenza strisciante va stanata e restituita. Lui vi sputtana davanti a tutti perché d’inverno non vi va di affrontare la ceretta alle ascelle e magari anche sull’interno coscia lasciate correre?

Invece di arrossire, colpite. Il suo organo sessuale è sempre l’alleato principale delle vostre vendette. Dimensioni, consistenza, durata. Lo farete con eleganza, in modalità confidenziale, non un comizio in piazza, ma tanti piccoli micidiali capannelli di pettegole mirate. Mostratevi libere e forti. Indossate la corazza dell’ironia. Vi proteggerà.