«Esterno Notte»: la figlia di Aldo Moro accusa la mini serie di Marco Bellocchio

La primogenita di Aldo Moro, Maria Fida, ha espresso il suo dissenso sulla mini serie «Esterno Notte», di Marco Bellocchio, che andrà in onda stasera su Rai1.

«O si decide che siamo personaggi storici, e allora si rispetta la storia, o si decide che siamo personaggi privati e allora ci si lascia in pace», dice la donna che affida all’agenzia di stampa Agi le sue riflessioni.

«La settimana prima di Natale compirò 76 anni e dopo aver avuto l’infanzia, la giovinezza e l’età adulta rovinate dal malefico caso Moro immaginavo, stupidamente, di poter sedere su una panchina al sole, prendere un tè con delle amiche, leggere un bel libro. Ma non è per niente così, avrò avuto sette anni quando un pericolo oscuro e un dolore mostruoso si sono insinuati nella mia vita e non se ne sono più andati», spiega Maria Fida, figlia del presidente della Democrazia Cristiana, rapito nel 1978 dalle Brigate Rosse sulla strada per il Parlamento e tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni prima di essere ucciso.

«Mio figlio ed io viviamo, nascosti in bella vista, con citofono, campanello e telefono spenti», ha spiegato Maria Fida Moro.

«Ma ogni giorno un’ondata di tsunami ci raggiunge ugualmente. Non pretendo che gli altri - che non hanno provato - capiscano, ma a dispetto dell’esperienza seguito a sperarci. Da adolescente ero, con gli scout, ad un campo mobile sulle Dolomiti e scrissi solo per me una piccola poesia profetica. “Le foglie balbettano alle nuvole canti di gioia, io dormo quasi, nel sole, l’ombra dietro le spalle”. A quell’epoca potevo immaginare che l’ombra non mi avrebbe mai raggiunta e sarebbe rimasta sullo sfondo, ma invece mi ha travolto e portato via distruggendo ogni sorriso ed ogni gioia scaraventandomi chissà dove ai confini del cosmo. Rimane soltanto il sole come un lumino nella notte a fare da sponda all’oscurità. È già vergognoso infischiarsene del dolore altrui ed è doppiamente vile usarlo per fare affari. Nel 1963 papà conclude così un discorso credo a Firenze: “Lasciamo dunque che i morti seppelliscano i morti, noi siamo diversi, noi vogliamo essere diversi dagli stanchi e rari sostenitori di un mondo ormai superato”».