Fashion vs Trashion, ovvero cos'è questa nuova corrente di moda sostenibile (e perché è speciale)

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Photo credit: Edward Berthelot - Getty Images
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La futura evoluzione della parola fashion potrebbe essere trashion e, no, non è (solo) un gioco di parole. Il mondo del trashion ha a che fare certamente con trash, che in inglese significa “spazzatura”, ma non di certo ne assume i connotati (anzi). A spiegare tutto questo è Vanessa Friedman su New York Times, dove il case-study preso ad esempio è la storia del designer Daniel Silverstein, in arte Zero Waste Daniel. Il suo excursus artistico (perché, trash or not, è di arte che si tratta) è la dimostrazione tangibile di quanto e come sia possibile fare moda anche senza spingere la produzione oltre ogni misura. “Produciamo troppo, compriamo troppo – scrive la Friedman. – Ma non per questo tutto ciò significa che si sprechi troppo”.

Daniel Silverstein ha 30 anni ed è il fondatore di un progetto moda sostenibile chiamato Zero Waste Daniel. Ha studiato al Fashion Institute of Technology ed è stato uno stagista presso la casa di moda Carolina Herrera. Di ciò che fa, della sua attività di riuso e riciclo creativo, tutto si può dire. Tranne – sottolinea Vanessa Friedman su NYT - usare la parola che segue per appellarsi a lui: “straccivendolo”. Sarebbe troppo, troppo riduttivo. Perché per quanto vero sia che Daniel recuperi sempre stoffe e tessuti, di certo non li rivende così come sono. Dalle sue mani ne nascono nuove creazioni, da lui rivendute sull’e-commerce che da New York rifornisce guardaroba in ogni dove. “La prima linea di abbigliamento genderless, sostenibile e zero waste”, annuncia Daniel Silverstein sul suo profilo Instagram dedicato. La sua materia prima? Tutto ciò che non viene più indossato, tutto ciò che penseresti di buttare.

Nato in Pennsylvania, Daniel Silverstein si è spostato nel New Jersey quando aveva solo 10 anni perché i genitori avevano intuito che, per aiutarlo a realizzare il sogno di lavorare nella moda, vivere un po’ più vicino a NY sarebbe stato utile. Cosa immaginare d’altronde per il futuro di un figlio che a soli 4 anni già realizzava abiti per la Barbie della sorella, recuperando carta igienica e stagnola? “Mi sono trasferito a New York per il sogno di lavorare nella moda, per tutto ciò che ho sempre visto in TV - sottolinea Daniel. – L’ho voluto con tutto me stesso”.

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Poi, un giorno, l’inizio del viaggio di Daniel Silverstein all'insegna della moda sostenibile, che sarebbe poi diventato un business. Tornato a casa con una busta piena di tessuti, la rovesciò sul pavimento e cercò di capire cosa farne. “Pensai che non potevo davvero buttare via tutto, sarebbe stata l’antitesi della mia missione”, precisa. “Così, - continua Daniel – passai il pomeriggio a realizzare una camicia, e la postai su Instagram. Forse avevo solo 2mila followers, avrò ottenuto al massimo 95 like. Poi postai un selfie di me che ingenuamente indossavo la camicia, realizzata con la mia stessa spazzatura perché troppo povero per fare shopping. E all’improvviso ebbi 200 like. È stata quella la cosa più pazzesca che abbia mai fatto”. Oggi la pagina ufficiale di Zero Waste Daniel conta 97,4 mila follower. La trashion revolution di Daniel è soltanto (appena) iniziata.